Napoli è sempre in guerra

La camorra ha avuto negli ultimi vent'anni una crescita esponenziale, entrando a far parte delle cronache quotidiane non solo per i suoi delitti o per il suo folclore, ma anche per la sua iniziativa economico-finanziaria, i suoi rapporti con la politica e con l'ecologia (ecomafia). La sua attività criminosa fa notizia non solo localmente, ma crea particolare attenzione anche a livello nazionale. Questa proliferazione invasiva ha mobilitato nel corso degli anni gli studiosi: si sono sviluppati dibattiti, scritti libri, susseguiti articoli e saggi; l'impegno delle forze dello Stato ha portato all'arresto migliaia di camorristi, a celebrare centinaia di processi, all'invio dell'esercito nell'area napoletana e casertana. Ma la criminalità organizzata risorge sempre, più che mai marcia ed infettiva.

Chiedersi cosa sia il fenomeno camorristico, cercare di localizzarlo, strutturarlo, indagare sulle sue radici, senza remore ideologiche e preconcetti sociologici, può aiutarci a costruire un percorso che fornisca dei validi strumenti, per confinare, almeno, l’elemento malavitoso in un recinto fisiologico comune a tutte le società umane. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo tenere presente la società napoletana, la sua evoluzione, i costumi che hanno caratterizzato il nostro modo di vivere, preventivando che non può esserci metamorfosi senza il doloroso abbandono di consolidate certezze ed abitudini.

C’è bisogno della metamorfosi di una mentalità radicata: e questa mutazione passa per un’intima riconversione dei modelli culturali consolidati che hanno nutrito quella napoletanità che nella maggior parte dei casi decade in prassi incivili e violente. Ed è ingannevole ed inconcludente il discorso di tanti che temono che una mutazione della società napoletana porti alla scomparsa della peculiare identità di questa città, come se i suoi tremila anni di storia, possano essere cancellati eliminando quelle incrostazioni che la degradano. Un dato imprescindibile è che a Napoli c’è chi vive e sopravvive nella illegalità. Così come c’è chi si mette in gioco ogni giorno con coraggio per combatterla. Poi c’è chi non vede o non vuole vedere, quello che accade sotto gli occhi di tutti.

Dopo l’omicidio di Annalisa Durante, avvenuto a Forcella il 27 marzo 2004, i cittadini hanno sentito il bisogno di rivolgere un appello forte: sembrava che non fosse completamente acquisita la consapevolezza di come la camorra fosse elemento costitutivo della vita quotidiana a Napoli. Da allora molte cose sono cambiate. L’area di quelli che si oppongono alla camorra si è allargata. Si sono moltiplicate le forme di organizzazione del coraggio da parte della società civile. Le istituzioni locali hanno saputo tenere fronte a situazioni difficilissime come quella scatenata dalla guerra di Scampia. Siamo consapevoli che la battaglia in cui si è impegnati non può che essere di lungo periodo perché comunque si tratta di cambiare le coscienze. La discussione su Napoli deve riguardare l’intero Mezzogiorno d’Italia oggi aggredito dalle varie mafie, da quelle che sparano e da quelle che, nel silenzio, fanno affari e occupano il territorio.

I cittadini spesso urlano la loro rabbia, ma tutto ciò non basta. La rabbia deve diventare un progetto di liberazione del territorio. All’arroganza quotidiana bisogna rispondere con energia e presa di coscienza; bisogna rivolgersi con forza ai tanti indifferenti, per fare scegliere loro il campo in cui giocare. Troppo spesso si attribuisce l’intera responsabilità a chi fa parte delle istituzioni, al legislatore e soprattutto al governo nazionale. Si pretende spesso un diritto elementare, una giustizia giusta, efficiente. La lotta alle mafie a Napoli e in Italia diventa spesso una questione nazionale, per quanto non sia ancora stata raggiunta una soluzione costruttiva. Napoli è una città ferita, ma proprio per questo ci viene talvolta richiesto di intraprendere un percorso comune di impegno, da seguire con passione, con intelligenza. Anche se i progetti di legalità nei quartieri a rischio, la nascita di associazioni antiracket e gli interventi di routine non sembrano aver ancora prodotti risultati soddisfacenti, c’è una società civile che, anche senza riflettori accesi, sta lavorando tra mille difficoltà, a cominciare dalle scuole.

Ci sono imprenditori e commercianti che si ribellano quotidianamente al racket facendo arrestare i loro estorsori. Ma tutto questo da solo non basta, c’è bisogno di un intervento strutturale del territorio; basta tener presente le conseguenze, in termini di marginalità, degrado urbano, disagio socioeconomico, che sono sotto gli occhi di tutti, e in particolare di chi vive, o ha vissuto la realtà quotidiana del quartiere di Scampia. Qui la disoccupazione giovanile tocca livelli elevatissimi: c’è chi nelle proprie stime si spinge ad ipotizzarla attorno al 67%; frequenti abbandoni scolastici, scarsa acculturazione, forte incidenza della microcriminalità, carenza di una cultura del lavoro: questi sono i segni di un malessere sociale profondo e di lunga durata.

Ma soprattutto il quartiere Scampia è uno dei principali mercati per l’imprenditorialità criminale, per quanto non manchino gli stimoli da parte delle organizzazioni e le associazioni del territorio, affinché si possa ristabilire un ripristino dell’economia, atteso da tempo dai cittadini. I residenti di Scampia considerano efficaci le iniziative che si stanno avviando nel quartiere, e molte associazioni si stanno muovendo per dare il proprio contributo; all’inizio del 1998, si è aperta inoltre nel quartiere una sezione della Confcommercio, a voler favorire un impulso economico che tardava a venire. La storia di Scampia è insomma un ennesimo capitolo di quella complessa vicenda che è stata l’urbanizzazione degli hinterland delle grandi città del Sud: vicenda che a Napoli ha portato al rinsaldarsi di un intreccio tra politici, camorristi e costruttori.

I testimoni della realtà locale segnalano l’esistenza di un’ampia fascia di giovani in età compresa tra i 15 ed i 30 anni che non hanno mai fatto esperienza del lavoro. In questo gruppo rientrano situazioni estremamente differenziate, dal ragazzo che va in giro sul motorino a servizio del piccolo boss, allo scippatore, al giovane che rimane semplicemente a carico della famiglia senza entrare in circuiti illegali, al “disoccupato organizzato” più prossimo alla trentina che alla ventina, talvolta con famiglia a carico, a chi è passato per tutta una serie di lavori precari, più o meno in nero. Il tratto comune di questa gioventù è la mancanza di carte da giocare sul mercato dell’occupazione. Questi soggetti non godono di alcuna preparazione al lavoro ereditata dagli ambienti familiari spesso poco o per niente scolarizzati, ambienti in cui il lavoro non è riconosciuto come valore positivo. Ma per avere un quadro più ampio della situazione bisogna tener conto che la camorra è ben distribuita anche nel resto dei quartieri napoletani e nei comuni confinanti; sono 83 i comuni sottoposti ai raggi x per infiltrazioni camorristiche.

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