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7. I cocci del 68

La trasgressione futura sarà la tradizione, esigerà doveri prima che diritti, educazione prima che liberazione. La prossima trasgressione sarà farsi un mito come alcuni si fanno un trans e farsi una fede come altri si fanno le canne. Di questo tratta il seguente testo, diviso in quattro stagioni, come gli anni, gli armadi, le pizze: l’autunno del 68, l’inverno del presente, la primavera della famiglia uso single, l’estate del 68 capovolto.In punto di morte Wittgenstein confidò: “Ho sempre sognato di scrivere un libro di filosofia fatto solo di battute di spirito. Ma non avevo il senso dell’umorismo”. Forse solo Nietzsche ci era quasi riuscito. A rispettosa distanza, siamo sulle loro tracce.Se la filosofia è il proprio tempo appreso (o rappreso?) nel pensiero, come sosteneva Hegel, questo è un tentativo di filosofia del presente, ovvero di pensare la realtà alla vita che ci sta davanti. Con escursioni in alto e immersioni in basso, voluta disparità di piani e ibridazioni da sconcerto.

Alcuni pensieri che qui compaiono mi hanno assalito di notte, azzannando i polpacci della mente e non mollando la presa fino a che li ho rinchiusi nella gabbia dell’agenda (poi smarrita in treno). Su alcuni superstiti traspare il segno della colluttazione.

Il testo seguente è stato concepito in chiave omeopatica, come se fosse un testo sessantottesco, negazionista e blasfemo rispetto al canone dominante; rapsodico e intermittente. E’ scritto a brani perché siamo sbranati dalla vita, non ci sono lunghe analisi e durature concentrazioni. Siamo a pezzi, lo diceva già Montaigne. Alla nostra epoca psicolabile si addice lo zapping. Si può leggere a caso, in disordine creativo.

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