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8. Il disordine creativo

L’anno maledetto che dura da quaranta. Il 68 non è un avvenimento. Non fu una guerra, non fu una rivoluzione, non ha rovesciato il potere. Non ci furono morti né prigionieri. Il 68 fu il virus di un’epoca riassunto nella superstizione di una cifra. Quel numero è il codice di accesso di una mentalità. Il 68 non designa un evento, di per sé vago e modesto, ma sintetizza un clima e un passaggio. Come esistono i non luoghi, ci sono pure i non eventi. Dopo il 68 i padroni sono rimasti padroni, anche se hanno cambiato metodi e stili. I potenti sono rimasti potenti. I politici sono rimasti una casta, con i suoi privilegi e intrighi. Comandano sempre più le elite dei tecnocrati, che non devono nemmeno rispondere agli elettori. I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri non sono sempre più poveri ma il divario tra loro si allarga. Il comunismo è crollato, il sistema capitalistico si è fatto globale. La rivoluzione sognata dal 68 non ha rovesciato gli assetti di potere, i rapporti di classe, ma i valori e i costumi.

Hanno commutato il 68 in ergastolo. Sono quarant’anni che scontiamo questa pena ed è la quinta volta, almeno, che si celebra in grande il suo anniversario, dopo tre decennali e un venticinquennale. Perché allora alimentare la sua celebrazione? Perché il 68 è il numero di targa dell’ultima rivoluzione tentata in Occidente; perché è l’azionista mentale di riferimento dei nostri giorni; perché è il marchio di produzione della razza padrona che detiene le chiavi del nostro tempo.

 

Di 68 ce ne furono almeno te: quello americano, fiorito nei campus sull’onda della guerra del Vietnam; quello francese, esploso in maggio e poi dilagato in Europa; infine quello anticomunista, che ringiovanì il dissenso sovietico e lo estese ai paesi satelliti dell’Urss. Altri fenomeni furono esotici o marginali. Il nostro 68 fu meno significativo ma più duraturo, cronico. Fiorì poco ma dette più frutti: di potere, di eversione e d’evasione.

 

Il 68 si divide in due categorie: c’è un 68 piccolo e un 68 grande. Il piccolo è un numero estratto da una minoranza che voleva rovesciare il corso del mondo. Fu il frammento di una generazione che si fece movimento. Il piccolo vive di ricordi appartenenti a una goliardia demiurgica, ed è finito in un acquario, fra i trofei di un’epoca remota. Talvolta ha acquisito con la canizie una rispettabile marginalità, che consente di commercializzarne la memoria senza comprometterne la coerenza. Quel piccolo 68 fu velleitario, idealista ed arrogante, ma non fu contagiato dal terrorismo né si lasciò prendere dal carrierismo. Restò imbalsamato nella sua pubertà. Come una promessa che non si fece mai realtà. Il 68 grande, invece, è la metafora di un mutamento epocale, che ancora perdura. Il 68 piccolo è un languore, il 68 grande invece ha vinto, o perlomeno ha dilagato… L’ombra della sua egemonia si allunga sui nostri giorni.

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