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11. Il Mondo Nuovo

Il 68 fu l’ultimo tentativo di sognare un mondo nuovo e l’uomo nuovo attraverso il disordine creativo. Il 68 è stato la sigla di chiusura di questa utopia che ha attraversato il Novecento, comunista, fascista e tecnologico, ovvero americano, russo-asiatico e italo-europeo. Di ognuna di quelle rivoluzioni il 68 ereditò un segno. E in più l’abbronzatura tropicale della revoluciòn cubana.

Il sessantotto non nacque comunista e proletario, ma antiborghese, antisenile e antiautoritario. E internazionalista, libertario e radicale. Non operaio, tantomeno contadino, ma studentesco ed agiato. Contestò l’educazione e le sue fonti, la scuola e l’università, non la tv. Si accanì con i vecchi luoghi di formazione, trascurò le nuove fabbriche di mentalità e costumi. Eppure Guy Debord aveva insegnato che la realtà stava cedendo all’apparire e lo spettacolo assurgeva a falsa verità dell’Occidente.

Vedendo passare in corteo i sessantottini, Eugene Ionesco li ingiuriò con una profezia: “diventerete notai”. In effetti molti di loro passarono da “Agito ergo sum” a “Rogito ergo sum”. La contestazione finì in contestazione.

Il 68 fu soprattutto una metafisica dei costumi, una rivoluzione permissiva antiborghese sul piano ideologico, ma intraborghese sul piano degli effetti. Il 68 non liberò gli oppressi ma i repressi, fece compiere il passaggio della borghesia dal vecchio universo cristiano-famigliare e nazionale a una neoborghesia spregiudicata e sradicata, priva di valori e pudori, irredenta alla morale. Lo capirono da versanti opposti Del Noce e Pisolini. Il 68 fu la febbre di sviluppo che trasformò la borghesia in ceto medio, votato a vivere la comodità borghese con modi proletari e licenze nobiliari.

Il 68 non mutò gli assetti di potere, né politici né economici. Il potere capitalistico restò in sella con i salotti buoni. La DC restò al governo con i suoi alleati. Il potere non fu rovesciato e neanche ferito. In compenso gli effetti sociali e culturali furono vasti e devastanti: la scuola e l’università, la chiesa e le istituzioni, la famiglia e la borghesia uscirono peggio di come vi erano entrate. Non solo più affaticate e demotivate, ma anche umanamente, culturalmente, eticamente sfiancate, inacidite, peggiorate.

Le domande da cui sorse il 68 erano fondate: la voglia di autenticità, pienezza e leggerezza, il sogno di liberarsi dalle piccole, stanche bugie, dai falsi totem e logori tabù, dalle meschine sicurezze della vita comoda centratasi consumi… ma le risposte furono vaghe, assenti o peggiori dei disagi che le avevano generate. Così il 68 si risolse in una barbara supremazia del presente, dell’immediato, dell’io sul mondo, sul passato e sul futuro.

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