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14. Mario Capanna

Mario capanna fa tenerezza. Il mitico e furente agitatore rappresenta l’ala perdente del 68: perdente in senso relativo, se si considera che quell’anno di servizio nella Contestazione gli è valsa una pensione a vita, tra diritti d’autore, indennità parlamentari e celebrità diffusa. Però Capanna fa tenerezza perché se il 68 ha vinto come rivoluzione di costume, lui è rimasto all’opposizione ed è come ibernato in una giovinezza trascorsa e mai rinnegata, a cui tenta di tornare attaccandosi ai ciclici lampeggiamenti rivoltosi: ora la Pantera, ora gli eco-contestatori, ora il terzomondismo, gli antigiottini, i no global, le banlieu.

Rileggerlo è un amrcord della nostra adolescenza; risentire il suo timbro di voce tribunizio, rivedere la sua peluria residua, riascoltare il suo sogno di nuove barricate per un mondo migliore, è un piccolo tuffo al cuore. A conti fatti, Capanna non si è rivelato peggiore di molti suoi più fortunati compagni di lotta. Anzi. Ha meno responsabilità degli altri nella nascita della lotta armata negli anni Settanta, anche se alimentò l’odio verso i borghesi, i poliziotti e i fascisti. Rispetto alla sinistra cinica e opportunista di oggi, ha i pregi e i vizi di chi è rimasto cocciutamente legato al suo tempo e al suo personaggio. Il 68 è il suo blasone e il suo recinto. Con il filo spinato.

Anni dopo, Capanna scrisse un saggio in forma di lettera accorata a suo figlio; ma se suo figlio fosse stato sessantottino e capannino, gliel’avrebbe tirato addosso urlandogli: morte al paternalismo dei matusa.

Ora che da sessantottino si avvia a sessantottenne, Capanna ammetta almeno una cosa: l’Italia che lui contestava allora, la scuola e l’università, lo Stato e i servizi pubblici, i professori e gli statali, era mediamente e civilmente migliore di quella venuta fuori dopo la Contestazione. E i valori tradizionali che i sessantottini attaccavano non erano alleati del potere consumistico, ma gli ultimi argini contro la sua pervadente e distruttiva omologazione. Su, lo ammetta, faccia un po’ di revisionismo sul 68, riconosca che non furono solo rose e fiori ma anche canne e cannoni. Ammetta almeno la metà, del 68 faccia almeno un 34 a testa, tra positivo e negativo.

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