
La società estetica, fondata sul principio del piacere, fu il sogno che percorse il 68, somministrato da Marcuse. Ma quando non erano ancora nati i sessantottini, nel 1941, l’allievo di Gentile Ugo Spirito aveva pubblicato un libro, “La vita come arte”, che estendeva l’arte a tutta la vita, “tutte le sue manifestazioni si chiariscono alla luce del criterio estetico”. Ecco l’utopia del 68 descritta in tempo di guerra e di fascismo: “Le città e le case si rinnovano, il corpo e le vesti assumono importanza fondamentale, lo svago contende le ore alla necessità del lavoro. “Saper vivere” o “saper godere la vita” diventano le massime più usuali, con cui si accompagna la frammentarietà e la problematicità del mondo in cui si vive”. “Ripiegandosi in se stesso l’uomo si sente libero da ogni vincolo e si accinge a costruirsi la vita che gli piace, come gli piace, avendo chiara questa unica finalità del proprio piacere”. Superfluo tradurre Marcuse quando avevamo già in casa lo Spirito del 68.

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