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15. Herbert Marcuse

“I ribelli di oggi” scriveva Marcuse “vogliono vedere, udire, sentire cose nuove in un mdo nuovo; essi collegano la liberazione con la dissoluzione della percezione ordinaria e ordinata. Il viaggio con la droga (trip) comporta la dissoluzione dell’ego formato dalla società stabilita – una dissoluzione artificiale e di breve durata. Ma la liberazione artificiale e “privata”anticipa, sia pure in maniera distorta, l’esigenza di liberazione sociale”. Accadde invece l’opposto di quel che pensava Marcuse: la promessa di liberazione sociale è sfociata nella liberazione privata; e il ribelle che voleva cambiare il mondo se n’è costruito uno artificiale, con la droga. La rivoluzione finì in polvere…

La società estetica, fondata sul principio del piacere, fu il sogno che percorse il 68, somministrato da Marcuse. Ma quando non erano ancora nati i sessantottini, nel 1941, l’allievo di Gentile Ugo Spirito aveva pubblicato un libro, “La vita come arte”, che estendeva l’arte a tutta la vita, “tutte le sue manifestazioni si chiariscono alla luce del criterio estetico”. Ecco l’utopia del 68 descritta in tempo di guerra e di fascismo: “Le città e le case si rinnovano, il corpo e le vesti assumono importanza fondamentale, lo svago contende le ore alla necessità del lavoro. “Saper vivere” o “saper godere la vita” diventano le massime più usuali, con cui si accompagna la frammentarietà e la problematicità del mondo in cui si vive”. “Ripiegandosi in se stesso l’uomo si sente libero da ogni vincolo e si accinge a costruirsi la vita che gli piace, come gli piace, avendo chiara questa unica finalità del proprio piacere”. Superfluo tradurre Marcuse quando avevamo già in casa lo Spirito del 68.

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