
L’ultimo discorso di d’Annunzio a Fiume si conclude con un “Viva l’Amore!”. Fiume è una specie di promo del 68, dei raduni hippy, degli indiani metropolitani; un riassunto, in parodia delle rivoluzioni fatte e in fieri, da quella fascista a quella dei soviet, di cui a quell’epoca d’Annunzio era ammiratore (sognava un comunismo senza dittatura, libertario ma aristocratico, anarchico ma nazionalista). Poi la realtà disperse a suon di cannonate la fantasia al potere. Il sogno di Fiume finì in 100 giorni, cinquant’anni prima del 68.
I primi capelloni che contestarono il Novecento furono tre pelati: d’Annunzio, Marinetti e Mussolini. Più un capellone vero e arruffato: Papini.
Habermas colse la somiglianza tra fascismo delle origini e 68, ma ancora meglio fece Del Noce: l’io voglio indeterminato, la rivoluzione studentesca, il diritto speciale della giovinezza a parlare nel nome della vita, il patriottismo anagrafico, la pretesa di superare borghesia e comunismo, l’attivismo e la negazione dei partiti; l’anti-intellettualismo e il primato dell’azione rispetto alla cultura libresca o nozionista; il motivo schilleriano della libertà e del gioco, il primato dell’estetica. E poi il culto della piazza e dell’azione diretta, il mito plebiscitario ribattezzato assembleare, il populismo di estrazione piccolo-borghese, il vitalismo soreliano. L’inno ideale del 68 sarebbe stato “Giovinezza”.
Circolava negli ambienti giovanili, eretici e pensanti della destra ribelle l’idea del 68 come un’occasione mancata per ricongiungere i radicalismi al di là della destra e della sinistra contro la palude borghese dei moderati. Riemergeva il fascismo-movimento sul fascismo-regime e sulla tentazione autoritaria. Ma il clima, le diversità di stile, le ferite ancora aperte della guerra civile e un’indole irriducibile impedirono, almeno quanto le occasioni delle vita e l’ottusità dei protagonisti, di costruire quel ponte.

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