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17. “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”

“Mettete dei fiori nei vostri cannoni” nasce con D’Annunzio fiumano che infila un fiore nel moschetto parlante di libero amore. A Fiume spuntano anche gli animalisti. Un ufficiale gira con una volpe al guinzaglio, Keller vive e parla come un’aquila, si presenta alla mensa con un pappagallo sul petto, e carica un asino sul suo velivolo. Comisso descrive Fiume come “una città in amore”, in cui “tutti si diedero a un godimento irruente”; evoca la Capri del romanzo futurista “L’isola dei baci” di Corra e martinetti, dove in un congresso omosessuale il cui motto è “raffinati di tutto il mondo unitevi” si immagina il primo gay pride. D’Annunzio, che pure rimprovera gli eccessi erotici dei legionari, non rinuncia alle sue avventure di sedicente “porco con le ali” (d’Annunzio antesignano di “Porci con le ali” di Lidia Rivera).

L’ultimo discorso di d’Annunzio a Fiume si conclude con un “Viva l’Amore!”. Fiume è una specie di promo del 68, dei raduni hippy, degli indiani metropolitani; un riassunto, in parodia delle rivoluzioni fatte e in fieri, da quella fascista a quella dei soviet, di cui a quell’epoca d’Annunzio era ammiratore (sognava un comunismo senza dittatura, libertario ma aristocratico, anarchico ma nazionalista). Poi la realtà disperse a suon di cannonate la fantasia al potere. Il sogno di Fiume finì in 100 giorni, cinquant’anni prima del 68.

 

I primi capelloni che contestarono il Novecento furono tre pelati: d’Annunzio, Marinetti e Mussolini. Più un capellone vero e arruffato: Papini.

 

Habermas colse la somiglianza tra fascismo delle origini e 68, ma ancora meglio fece Del Noce: l’io voglio indeterminato, la rivoluzione studentesca, il diritto speciale della giovinezza a parlare nel nome della vita, il patriottismo anagrafico, la pretesa di superare borghesia e comunismo, l’attivismo e la negazione dei partiti; l’anti-intellettualismo e il primato dell’azione rispetto alla cultura libresca o nozionista; il motivo schilleriano della libertà e del gioco, il primato dell’estetica. E poi il culto della piazza e dell’azione diretta, il mito plebiscitario ribattezzato assembleare, il populismo di estrazione piccolo-borghese, il vitalismo soreliano. L’inno ideale del 68 sarebbe stato “Giovinezza”.

 

Circolava negli ambienti giovanili, eretici e pensanti della destra ribelle l’idea del 68 come un’occasione mancata per ricongiungere i radicalismi al di là della destra e della sinistra contro la palude borghese dei moderati. Riemergeva il fascismo-movimento sul fascismo-regime e sulla tentazione autoritaria. Ma il clima, le diversità di stile, le ferite ancora aperte della guerra civile e un’indole irriducibile impedirono, almeno quanto le occasioni delle vita e l’ottusità dei protagonisti, di costruire quel ponte.

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