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Moderato sarà lei!

Cosa sia il moderatismo, nessuno dei molti che vi si richiamano, indicandolo come la via maestra del benessere e del progresso, sembra in grado di spiegarlo. Non trattandosi di un metodo, né di un insieme precisabile di principi, il termine finisce con l'indicare nulla più che un punto intermedio su una scala relativa a ogni unità di misura possibile (la febbre, il vento, la magnitudo di un sisma, così come la passione politica) e applicabile a qualsivoglia contenuto. Versatile, indeterminato, pronto all'uso, come molti altri termini del lessico politico contemporaneo, a cominciare da «governabilità». Nel linguaggio corrente la forma avverbiale è frequentemente associata a un'idea di mediocrità, ad esempio nel caso in cui di qualcuno diciamo essere «moderatamente intelligente» o «moderatamente coraggioso», espressioni che non suonano certo come un apprezzamento e tutt'al più possono mettere in scena le modeste virtù di un minimo denominatore comune, di una condizione «alla portata di tutti».

Tuttavia, qualsiasi dizionario ci rivela a prima vista che è nella tradizione moralistica che la moderazione e la «persona moderata» celebrano i propri fasti: «una persona sobria, temperata nel bere, regolata nel mangiare, temperante, parca nel parlare, discreta nei suoi desideri». In poche parole una persona docile, ben disposta verso freni e limitazioni, poiché già costitutivi del suo stesso carattere, radicati nella sua propria natura. È appunto a questa immagine e a queste «qualità» che fa riferimento il moderatismo politico. Prendendo le distanze tanto dalla celebrazione veteroborghese dell’egoismo e della lotta, quanto dall’utopia libertaria che valorizza il pieno e armonico dispiegamento dei desideri, sulla base di un ottimismo antropologico di fondo, il moderato si tiene alla larga dalle passioni forti e dalle pretese eccessive.

Sebbene condivida con la morale religiosa l’apprezzamento della sobrietà, della continenza e dell’obbedienza, il moderatismo politico è per sua essenza laico, poiché la fede religiosa pretende nell’adesione dei fedeli ai suoi dogmi la rinuncia ad ogni «moderazione» o compromesso. Non si può essere «moderatamente» cristiani o «moderatamente islamici». Non si può credere «moderatamente» in dio. Così, l’espressione ricorrente «islamici moderati», salvo designare i fedeli di quella religione che non condividono i metodi e gli obiettivi del terrorismo, ha ben poco fondamento. Almeno fino a quando non si comincerà a distinguere anche tra «cristiani moderati» e «cristiani estremisti», cosa che il moderatismo politico nostrano si guarda bene dal fare, rimanendo, pur nella sua laicità, del tutto ossequioso nei confronti della chiesa che con il nuovo pontificato di Benedetto XVI non sembra per nulla incline a mostrare segni di «moderazione».

Ma se tutte le definizioni di moderatismo si richiamano costantemente all’idea di sobrietà, morigeratezza, discrezione, accettazione (o invocazione) del limite, si rivelano invece del tutto estranee, quando non apertamente ostili, a qualcosa come un punto di equilibrio. Il «giusto mezzo», l’equidistanza dagli estremi, il «centro», non costituiscono un punto di equilibrio, ma una negazione. Non la mediazione tra gli opposti, ma il loro rifiuto. Il motivo di questa esclusione non è difficile a intendersi. Un punto di equilibrio non potrebbe che scaturire da un precedente squilibrio, e cioè, in termini politici, da un conflitto. Circostanza che finirebbe col conferire al conflitto quella sua necessità storica, che gli si vuole appunto negare. Ma, a differenza della socialdemocrazia, che faceva della ricomposizione dei conflitti, del compromesso sociale e dell’equilibrio tra le forze in campo, la sua ragione d’essere, il moderatismo politico si fonda sulla prevenzione-negazione di qualsiasi dimensione conflittuale. Il «giusto mezzo» in quanto rappresentazione di un mondo senza conflitti è autosufficiente, potremmo quasi considerarlo una versione domestica e popolare della «fine della storia». Trova in sé la sua ragione e la sua necessità. È l’esclusione degli opposti non il loro punto d’incontro. Non il prodotto inedito di una interazione, ma qualcosa che c’è fin da sempre.

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