
Quando arrivo sotto casa sono quasi le cinque e mezza. La maggior parte dei negozi della via sta cominciando a chiudere, ma l’edicola sul marciapiede opposto è illuminata, con la gente che si ferma a comprare un giornale o un pacchetto di sigarette. Anche se la pizzeria sotto casa è ancora al buio, so che Luigi, il proprietario, è dentro da qualche parte a fare quello che serve per quando aprirà alle sette. Le luci del negozio accanto, quello che vende costumi, sono spente, mentre al piano superiore del Café Paradis, che non chiude prima delle sei, c’è un tenue chiarore. Dietro i negozi, un treno locale sferraglia lentamente sulle vecchie rotaie, e alla fine della strada lampeggiano i segnali del passaggio a livello.
L’andito di cemento tra il portone e le scale che portano al mio appartamento è freddo come al solito, e immerso nell’oscurità. Non vi sono biciclette, il che significa che Wolfgang, il mio vicino, non c’è. Non so come fa a scaldarsi in casa sua (anche se credo che tutto lo slivoviz che beve gli dia una mano), ma nella mia è una lotta costante. Non ho idea di quando siano stati costruiti i due appartamenti, ma sono entrambi troppo ampi, con soffitti alti e lunghi corridoi echeggianti. Il riscaldamento centrale sarebbe meraviglioso, ma il padrone di casa non vuole saperne. Prima di togliermi il cappotto, poso la scatola con i libri e lo zainetto sul grande tavolo di quercia della cucina, accendo le luci e dalla camera da letto trascino la stufa elettrica, infilo la spina nella presa e osservo le due resistenze che diventano rosse (mi sembra sempre che cerchino di scusarsi). Poi accendo il forno a gas e tutti i fornelli del piano di cottura. Chiudo la porta della cucina e solo allora tiro fuori i miei acquisti.
Sto tremando, ma non per il freddo. Prendo con attenzione Che fine ha fatto Mr Y. dallo zainetto e lo depongo sul tavolo. Pare fuori posto, vicino alla scatola con gli altri libri e alla tazza del caffè che ho bevuto stamattina, perciò sposto la scatola e metto la tazza nell’acquaio. Adesso, sul tavolo c’è solo il libro. Lo prendo e lo sfioro con una mano, avvertendo la freddezza della copertina telata color crema. Lo giro e tocco il rovescio, come se potesse essere diverso. Torno a posarlo, mentre il cuore mi batte come un nastro per telescrivente. Preparo la mia piccola caffettiera e la metto su uno dei fornelli accesi, poi riempio mezzo bicchiere con lo slivoviz che mi ha regalato Wolfgang e lo inghiotto in due sorsi.
Mentre il caffè è sul fuoco, controllo le trappole per topi. Sia Wolfgang che io abbiamo topi in casa. Lui parla di prendere un gatto, io uso le trappole. Non vengono uccisi, semplicemente restano chiusi in un involucro di plastica finché io li trovo e li libero. Non credo che il sistema funzioni: li butto fuori, e quelli tornano subito dentro, ma non posso ucciderli. Oggi ce ne sono tre, che hanno un’aria incazzata nelle loro piccole prigioni trasparenti; li porto giù e li libero nel cortile. Non credevo di dovermi preoccupare dei topi nel mio appartamento, ma mangiano tutto quello che trovano, e una volta uno mi è salito sul viso mentre ero a letto.
Quando torno su, prendo quattro grosse patate dal contenitore sul ripiano delle verdure, le lavo rapidamente, le salo e le metto nel forno a fuoco basso. È il massimo che mi sento di cucinare in questo momento; non ho nemmeno fame. Il divano è nella cucina, perché non ha senso tenerlo nel soggiorno vuoto, dove non c’è riscaldamento. Quindi, mentre la stanza comincia a scaldarsi e a riempirsi dell’odore delle patate arrosto, mi tolgo finalmente le scarpe da ginnastica e mi raggomitolo sui cuscini con il mio caffè, un pacchetto di sigarette al ginseng e Che fine ha fatto Mr Y. Leggo la riga iniziale della prefazione, prima mentalmente, poi ad alta voce, mentre un altro treno passa sferragliando: «La trattazione che segue potrà sembrare al lettore una semplice fantasia, o un sogno messo per iscritto al risveglio, in quei momenti febbrili quando si è ancora suggestionati dai giochi di prestigio prodotti dalla mente allorché gli occhi sono chiusi».
Non muoio. Non che me lo aspettassi sul serio. E comunque, come potrebbe un libro essere maledetto? Le stesse parole – che all’inizio non afferro bene – sembrano semplicemente dei miracoli. Il solo fatto che siano là, che esistano ancora, stampate in caratteri neri su pagine tagliate a mano ingiallite dal tempo, è questo che mi sorprende. Non riesco a immaginare quante altre mani hanno toccato questa pagina o quanti altri occhi l’hanno vista. È stato pubblicato nel 1893, e poi che è successo? Qualcuno l’ha letto davvero? Quando scrisse Che fine ha fatto Mr Y., Lumas era già stato dimenticato. Aveva conosciuto una certa notorietà una trentina di anni prima, e la gente conosceva il suo nome, ma poi tutti avevano perso interesse per lui, decidendo che era matto o in ogni caso un po’ strano. Una volta andò in quel posto nello Yorkshire dove Charles Darwin stava facendo quella che chiamava “idroterapia”: disse qualcosa di villano sui cirripedi, dopo di che diede un pugno in faccia a Darwin. Questo fu nel 1859. In seguito, sembra si sia dedicato ad attività sempre più esoteriche, consultando medium, indagando su avvenimenti paranormali e diventando un cliente abituale del Royal London Homoeopathic Hospital. Pare che dopo il 1880 abbia smesso di pubblicare opere. Poi scrisse Che fine ha fatto Mr Y. e morì il giorno successivo alla pubblicazione, e come lui morirono anche tutti quelli che avevano avuto a che fare con il libro (l’editore, il curatore, il compositore). Da lì la cosiddetta “maledizione”.
Ma le ragioni potrebbero essere altre. Lumas andava contro corrente. Preferiva il biologo evoluzionista Lamarck (secondo il quale gli organismi trasmettono alla prole le caratteristiche acquisite) a Darwin (che negava questa possibilità), quando perfino gente come Samuel Butler – che qualcuno definì «il più grande rompicoglioni del diciannovesimo secolo» – stava cominciando ad accettare l’idea che in realtà siamo tutti mutanti darwiniani. Scriveva lettere al «Times» criticando non solo i suoi contemporanei, ma anche le più importanti figure nella storia del pensiero, compresi Aristotele e Bacone. Lumas era molto incuriosito dalla possibilità che esista una quarta dimensione dello spazio e scrisse varie storie soprannaturali sull’argomento, riuscendo in qualche modo a scombussolare quelli che non ci credevano. Il suo commento era «Ma sono soltanto racconti!», anche se tutti sapevano che si serviva della finzione per elaborare le sue idee filosofiche. La maggior parte di queste idee riguardavano lo sviluppo e la natura del pensiero, specialmente il pensiero scientifico, e spesso chiamava le sue opere di fantasia “esperimenti mentali”.

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