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Elogio del bibliomane

"I libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall'inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l'oblio". Così si chiude questa "novella" di cinquantatré pagine appena, per offrire il ritratto di un personaggio a metà tra genialità, magia e surreale: Mendel dei libri è un breve racconto, quasi un monologo, stilisticamente non accattivante, che però contiene un profondo messaggio d’amore per le lettere, viste come strumento necessario per innalzarsi da una situazione di ferinità ad un livello più alto dell’esistenza.

Jakob Mendel si occupa di rivendere al minuto cose di poco valore; o meglio, apparentemente di poco valore. In realtà questo strano personaggio è specializzato in un campo particolare: i libri, di qualsiasi genere, di qualsiasi autore, soprattutto quelli rari e introvabili.

Probabilmente non ha letto ogni volume ma è a conoscenza dell’esistenza di tutti e sa dove trovarli. Siede al Caffè Gluck, a Vienna, nel periodo immediatamente precedente lo scoppio della Prima Guerra mondiale, senza occuparsi della politica, delle relazioni internazionali o di chi gli sta attorno.

E’ sempre immerso nella lettura di qualche libro o catalogo e alza la testa da questi solo se qualcuno gli chiede di trovare un’opera per lui. Sarà il mondo esterno, con il conflitto bellico, a portare scompiglio nella sua vita, sottraendolo alla sua attività e dal suo unico amore.

Non è una novità il fatto che la casa editrice Adelphi sia tra le migliori, in Italia, per titoli e autori: da Siddharta di Hermann Hesse a tutte le opere di Milan Kundera, da La morte della Pizia di Dürrenmatt alla produzione di Leonardo Sciascia. Con la “Biblioteca Minima”, viene confermato il continuo lavoro di ricerca e selezione: Friedrich Nietzsche e Irène Nemirovsky, Chateaubriand e Federico Garcia Lorca, convivono in una serie fatta di testi brevi (circa sessanta pagine), tendenzialmente opere minori, che permettono di vedere questi grandi autori sotto una luce diversa (su tutti, si pensi a Memorie del primo amore di Giacomo Leopardi).

Tra le ultime uscite vi è appunto Mendel dei libri di Stefan Zweig, scrittore austriaco della prima metà del Novecento. Si tratta di uno dei protagonisti della vita culturale di Vienna nei primi anni del XIX secolo, accanto a Freud, Klimt, Schiele, Kelsen e Schnitzler. Ed è proprio a quest’ultimo, autore de La signorina Else e di Doppio sogno, che Zweig viene spesso accostato, per l’attenzione data nelle sue opere alla psiche umana, vista alla luce della psicoanalisi che andava nascendo e diffondendosi proprio in quegli anni.

Anche in questo libro viene data particolare rilevanza alla mente del protagonista per via della sua incredibile capacità di immagazzinare qualsiasi informazione relativa a saggi, trattati, romanzi, insomma, ogni cosa che abbia un formato cartaceo.

Nella brevissima presentazione che accompagna il racconto si parla di una dichiarazione d’amore e appartenenza all’ebraismo (Zweig era ebreo) insita in quest’opera, ma ancor si sottolinea la dichiarazione d’amore e di appartenenza alla letteratura fatta dall’autore, con questo personaggio che, con la sua memoria, sembra voler mettere in salvo i libri dall’umana follia che di lì a pochi anni avrebbe sconvolto il mondo.

“Chi brucia libri, presto o tardi finirà per bruciare uomini” ha detto il poeta tedesco Heinrich Heine. In queste parole e nella figura di Mendel, padre, fratello e amico dei libri, sembra racchiusa la premonizione degli orrori del Novecento.

Un racconto che ho letto in poche ore di un pomeriggio di sole di questo freddo inverno, nella piazzetta solitaria e ventilata, davanti ad una chiesetta del ‘500. Qui ho conosciuto Mendel dei libri che porterò a lungo nella memoria. Ve lo consiglio.

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