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Tramonti. La terra operosa

Ho avuto modo di visionare questo pregevole volume pubblicato dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con il Patrocinio del Comune di Tramonti. Il libro pesa 1 kg 600 gr. e consta di circa 700 pagine. E' stampato su carta patinata, con numerose immagini in quadricromia.

E’ suddiviso in quattro sezioni: L’ambiente, La storia, L’economia e la Società, L’architettura e l’Arte. Contiene 24 contributi di esperti e scrittori che si sono occupati di temi inerenti a quell’ambiente speciale ed unico che è la Costa d’Amalfi ed in particolare la vallata del Comune di Tramonti. L’edizione, curata da Crescenzo Paolo di Martino e Maria Carla Sorrentino, merita una lettura approfondita. E’ davvero un libro che “pesa” da diversi punti di vista: storico, sociale, culturale, istituzionale. Vediamo perché.
Come si fa a scrivere di un luogo dove sei nato, hai trascorso gran parte della tua vita, un luogo dove hai deciso di ritornare e restarci in pianta stabile, una volta raggiunta l’età della pensione, quando le cose della vita si cominciano a vedere col distacco del tempo che scorre inesorabilmente? Come si fa a raccontare agli altri del tuo luogo della mente, della memoria, degli affetti, delle stagioni passate e perdute, delle fughe dalla realtà, degli incontri cercati, dei sogni vissuti e delle illusioni perdute? Un posto costituito da tanti luoghi diversi, noti e sconosciuti, immagini perdute e ritrovate nei fogli di un libro fatto di lucide pagine a colori, con parole scritte da tante firme che non conosci, un posto visto attraverso l’occhio di diverse lenti fotografiche, chiuse in tanti schemi e disegni che ricostruiscono ordini e sistemi inventati o immaginati, progetti fissati nella storia del tempo e degli uomini. In particolare mi ha colpito una immagine, poco in evidenza nella economia del libro: la fig. 10 che riproduce una ripresa fotografica aerea del territorio di Tramonti dal monte Cerreto. Da questa istantanea si può comprendere come la Valle di Tramonti sia, forse, davvero la piccola Valle superstite di quello che era chiamato il Paradiso Terrestre. E allora capisci che non puoi scriverne per descriverlo agli altri, altre persone che magari nemmeno sanno di che posto parli.

Ti chiederanno se ci sono tramonti da ammirare, se è per questi tramonti che si chiama così. Oppure se si trova tra i monti e quanto dista dal mare. Se è “Tramonti di sopra” o “Tramonti di sotto”. Se i suoi abitanti si chiamano “tramontini” o “tramontani”. Se si vede e si sente il mare, se fanno ancora le mozzarelle, il vino, il formaggio, la pizza. Se i suoi abitanti sono contadini o montanari, artigiani o pecorai. Se è vero che ci sono più chiese che casali, anzi pievi o poderi. Se è vero che da quei luoghi son passati i Greci e i Romani, le Sirene e i Saraceni, gli Spagnoli e i Normanni…

Insomma a tutte queste ed altre domande, tu caro lettore, potrai rispondere ora regalando, a chi ti chiede di Tramonti, questo prezioso libro. Ciò che colpisce quando si varca il valico di Chiunzi è la natura del terreno, la geomorfologia, per dirla con una parola difficile. Un tempo, non molto lontano tutto considerato, si pagava il pedaggio varcando la soglia immaginaria di questo mondo tramontino che porta giù fino al mare. Oggi ci sono alberghi, ristoranti, pizzerie e addirittuta “country houses”. Un tempo arrivando da queste parti si poteva anche incappare in qualche agguato di briganti che sbucavano all’improvviso. Ma il viaggio verso il mare di Maiori, per chi proveniva dalla Valle dove scorre il Sarno, era sempre un cammino che aveva qualcosa simile ad una esplorazione verso un territorio tanto bello quanto difficile, per i misteri da svelare e le difficoltà naturali da superare. Attraversare a piedi mulattiere e gole, anfratti e rupi scoscese, non era facile. Ricordo ancora come fosse oggi, quando nell’immediato dopoguerra, i “faticatori” con le grosse ceste ripiene di frutta e prodotti della terra sulle spalle, con la stringa del ciuffo legata alla testa per sostenere il peso, facendo il percorso inverso, partivano all’alba dai vari poderi nelle diverse frazioni, e a piedi andavano verso i mercati di Pagani e Nocera, a vendere i prodotti della terra. E quando, oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, sento ancora, di prima mattina, dall’alto di Novella, dove abito, lo strombettare dell’autobus della SITA che scende o sale per la provinciale, mi sovviene il ricordo di quando udivo quello stesso clascon da piccolo, a Corsano, nella casa della nonna. Era come se quella strada fosse un’arteria viva, nella quale scorreva il sangue della vita di un piccolo mondo che a me, ragazzino, mi si schiudeva davanti. E che dire poi del racconto che mio padre faceva dei suoi viaggi, quando a piedi risaliva dalla Valle il Chiunzi per incontrare la sua futura moglie? Ebbe modo, il poveretto, di verificare gli umori di quell’ambiente un pomeriggio, in pieno cielo azzurro, arrivò a Polvica tutto fradicio d’acqua. Una nuvola di passaggio al valico gli aveva fatto un … battesimo di mezza estate. Un valico quello di Chiunzi che è insieme una barriera, uno spartiacque, un confine non solo fisico ma anche della mente, tanto per la natura quanto per chi vive in un territorio come questo di Tramonti. E ci vive nella storia.

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Ma è da più in alto che si vede come tutte le Valli di Tramonti prendono vita e respiro. E’ dal monte Cerreto, dove origina quel torrente che nasce col nome di Satrono e sfocia nel mare di Maiori come Reginna. Un costante lavorìo ai fianchi di queste montagne calcaree. Queste spesso sembrano sbriciolarsi non solo sotto le mani colpevoli degli uomini, ma anche ogni qualvolta il Signore si dimentica di chiudere i rubinetti del cielo. Come quando alimenta con abbondanti piogge le numerose sorgenti d’acqua che riversano le loro acque in quel torrente, oppure gonfia di troppo il ventre bollente del vicino Vesevo e fa arrivare le sue ceneri da queste parti, ricoprendo terreni e terrazze di ceneri e lapilli e li fa diventare pericolosi accumuli piroplastici destinati a scivolare causando alluvioni e devastazioni. Come può l’uomo comprendere il mistero dei cicli naturali ed avvertire i pericoli in cui corre se non conosce il territorio in cui vive? La flora con i suoi abitatori, amici dell’uomo, sono elementi essenziali di un territorio come questo in cui tutti, sin dal tempo dei tempi, si sono affannati ad insediarsi senza un progetto, senza darsi delle regole che guardassero lontano e preservassero la continuità non solo della materia ma anche dello spirito. Tutto ciò in termini sia di conservazione e sopravvivenza che in difesa della bellezza e della gioia di vivere. Non dimentichiamolo: in un ambiente come questo.

Alberi e animali sono lentamente scomparsi da questo scenario lasciandone soltanto il ricordo nella memoria dei vecchi. Questi ultimi non possono nemmeno raccontare ai giovani quel poco che è rimasto nella loro memoria perché sono stati costretti ad andare altrove per cercarsi un lavoro. E così le arti, i mestieri e le tradizioni legate alla vita ed alla sopravvivenza sono scomparsi, cancellati dal progresso che, come una macina, è avanzato e ha distrutto memorie e sentimenti. Ben poco, pochissimo si è fatto per la difesa del territorio, delle tradizioni, della storia. Qua e là resistono vecchi casali e spoglie chiese, edicole diroccate e antiche mura sepolte o abbattute nottetempo dall’astuto contadino che crede di guadagnarsi un futuro senza accorgersi che sta distruggendo il suo passato. Come qualche zelante burocrate al comune, alla provincia, alla regione, che crede di difendere il diritto della legge con protervia ed arroganza e si scontra con architetti ed ingegneri per la realizzazione di quel progetto di ricostruzione facendo gli interessi del politico di turno che pensa solo a foraggiare la stalla del suo elettorato. Una stalla fatta di voti dati e ricevuti sull’onda dell’opportunismo che serve a sopravvivere, per non morire, appunto. Come lo storico richiamo del canto delle Sirene, una leggenda che tuttora affascina il visitatore di oggi, diventato turista.

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Questo moderno personaggio, che un tempo si chiamava viaggiatore, sa poco della lunga, millenaria, e forse anche immaginaria, storia di questo territorio. Vorrebbe conoscerla soltanto in maniera velleitaria, immaginifica, aleatoria ed evasiva. Non per arricchimenti interiori, conoscenze degli usi e dei costumi degli antenati, per modificare modelli di pensiero e schemi di comportamento, guardando ad un futuro diverso, possibilmente migliore. Se anche così potesse fare, conoscendo le ricchezze del passato di questa terra, non ne riceverebbe nessuna ricompensa gratificante se sapesse che da queste parti per secoli, queste terre hanno visto insediamenti di ecclesiastici e monastici, nobili e dignitari, mercanti e trafficanti di ogni specie che compravano terre, o venivano loro affidate, a fini speculativi e per investimenti. A intere famiglie contadine veniva concesso lo sfruttamento, traendone un usufrutto continuato a mezzo di contratti, spesso capestro, con attori che firmavano con un segno di croce e restavano analfabeti totali. E così di generazione in generazione venne assicurata la continuità di un capitalismo “avanti lettera” speculativo e parassitario, che sarebbe continuato per secoli. I rappresentanti della Chiesa per parte loro trovavano ottime ragioni di insediamento in un territorio che era considerato vera e propria terra di missione. Alla stessa maniera di come i rappresentanti delle classi di riferimento di cui s’è detto, lo consideravano terra di conquista. Non a caso nel lessico della Repubblica di Amalfi si parla di “plebs”, “mediocres” “domini”, “nobiliores” o addirittura “majores natu”. Insomma, un sistema di classi sociali rimaste può o meno identico a se stesso per secoli. Oggi, forse tutto ciò è scomparso, grazie al dio tecnologico. Ma chi è rimasto da queste parti si trova ancora a dover fronteggiare un destino che ha la stessa realtà, se non crudeltà, di chi si trovò a vivere in quei tempi così ben descritti nella sezione dedicata alla storia del territorio. Chi ha promosso la pubblicazione di questo libro si sente di dire forse che le cose sono cambiate? E’ vero, le pievi sono rimaste chiese, ma sono deserte di anime, di preti o frati, circondate da pochi casali dirupati in villaggi deserti e abbandonati. Nessuno dice il perché. Nemmeno questo bel libro contiene una risposta. O meglio, le risposte sarebbero tante e diverse, a seconda dei punti di vista.

Passando da un livello serio ad uno faceto, ed inoltrandomi nella lettura del libro, ho scoperto di avere vissuto una vita precedente e di averla trascorsa, per giunta, proprio a Tramonti. Fui niente meno che un “guarnimentaio” del luogo. In effetti, come si legge a pagina 226 del volume, il 12 dicembre dell’anno 1484, in quel di Tramonti, ricevetti, come Antonio Gallo: “… tarì 3 per una frangetta e per palmi 25 di lacci d’oro e seta morata per guarnimento di una spada, che servì nella entrata che fece il Duca di Calabria in Napoli tornando di Lombardia, più sei ducati, 1 tarì e 10 grana per lacci e frange d’oro filato, che occorsero ad ornare due paia di stivaletti neri del medesimo Duca, e 2 tarì ed 8 grana per sette canne da zagarella di seta morata, adoperate a guarnimento degli abiti di velluto morato di detto Signore, e dei paggi che entrarono in Napoli con lui”.

Se non ho avuto il piacere di essere menzionato almeno nella bibliografia di questo libro come Antonio Gallo, autore del libro “Un’Idea di Vita: Una Chiesa ed un Villaggio da salvare”, scritto sulla Chiesa di San Bartolomeo di Novella per raccogliere i fondi per il suo restauro, (pubblicato nel mese di maggio del 2007, anche con il patrocinio del Comune) almeno ho la soddisfazione di essere presente nella stampa di questo bel volume, in veste diversa. Mi ritrovo così tra ferrai, fabbri, guarnimentai, conciatori di pelli, muratori, setai, sellai, falegnami, coltellai … una vera e propria costellazione di arti e mestieri. A dire il vero, più mestieri che arti, messi al servizio di chi aveva il potere e lo gestiva secondo le categorie e gli usi del tempo. Attività tutte estinte, ma che allora si tramandavano di padre in figlio. Il potere economico, quello vero, quello della finanza diremmo oggi, era altrove. Poche famiglie del ceto degli agiati possidenti e della borghesia delle professioni, residenti di fatto altrove e al servizio a loro volta di altri potentati, creavano abissi e distanze tra la gente. Rimanevano saldamente in equilibrio al vertice del potere locale attenti a non acutizzare le tensioni sociali, economiche e politiche. Il controllo delle strutture amministrative restava saldo nelle loro mani. Così si legge nel libro e va detto che, tutto sommato, oggi le cose si presentano in un modo diverso. La tecnologia è neutra e anche a Tramonti è arrivata Internet. Ma i “plebs” e i “mediocres” sono stati costretti ad andare altrove, emigranti di un mondo che mentre si allarga, si è fatto anche più piccolo. Addirittura “piatto”. Sono cadute le barriere mentali e psicologiche, le distanze annullate, ma sono cresciuti gli obiettivi e le idee di fuga, lasciando poco spazio alla riflessione ed all’analisi. Progettualità, condivisione e partecipazione sono state sostituite dalla manipolazione che è diventata arte e strumento della politica. Chi vuole può facilmente navigare altrove per mari che restano virtuali mentre la vita continua a chiedere impegni reali e materiali.

Qui, nella Valle di Tramonti, le cose sono rimaste com’erano. Anzi, sono peggiorate. Come si evince da un’attenta lettura degli articoli del volume. La seconda parte del libro, dedicata alla Storia, è la più densa e ricca di documentazione. Spazia dall’antichità, intesa anche come preistoria, passando per l’epoca classica, fino ad arrivare all’esame di un modello sociale e topografico medioevale, con un fitto elenco di famiglie e ceppi locali. Segue la presentazione di alcuni documenti decisivi per comprendere come la Storia abbia inciso profondamente sul tessuto socio economico del territorio: il “Privilegio” di Ferrante d’Aragona del 1461, il “Quaternus Renovati Apprecii Terre Tramonti” del 1468, con il lunghissimo elenco delle famiglie dei singoli Casali, fino ad arrivare al “Chronicon” che centra la storia della Città e del Paese tra il Medio Evo e l’Età Moderna. Un elenco di una cinquantina di giuristi e medici, tra il cinquecento e il seicento, proverebbe l’esistenza di una borghesia intellettuale del luogo e ne definirebbe lo status sociale. Viene dato un cenno alla dispersa biblioteca del Convento di san Francesco a Polvica e un elenco delle attività economiche del periodo, una lista in cui compare anche l’omonimo del sottoscritto, come abbiamo visto.

Ma è tra il Sei e Settecento che la realtà sociale della terra di Tramonti verrebbe fuori in tutto il suo splendore. Gli esponenti delle famiglie appartenenti al ceto più elevato accedono alla gestione della cosa pubblica ed alle libere professioni. Gentiluomini e gentildonne sembra che facessero di questa valle e del suo territorio la loro residenza preferita, facendo emergere anche una certa classe intellettuale che non disdegnava di farsi avanti per gestire il bene pubblico in maniera personalistica, provocando frizioni locali causati dalla “cattiva amministrazione del pubblico peculio e dal mal ridotto problema degli appalti”. Un male antico che si perpetua nella realtà contemporanea e spingeva la povera gente a rifugiarsi nella preghiera e nella solidarietà del crescente numero delle Congreghe e Confraternite. Queste ultime cercavano di animare e sostenere la vita dei casali pur sempre tanto distanti e conflittuali tra di loro.

Guardando alla realtà di oggi assistiamo alla chiusura ed all’abbandono delle chiese, deserte di fedeli e di preti, frequentate soltanto da vecchi senza memoria. I giovani sono altrove. E qui il discorso sarebbe lungo e complesso se volessimo riferirlo alla realtà giovanile contemporanea. Perché, tutto sommato, è lecito chiedersi: a chi è diretto questo libro? Per chi è stato scritto? Non certo per dare lustro e piacere a chi l’ha redatto e apposto la propria firma in fondo ad ogni articolo. Chi lo leggerà facendo tesoro della miniera di informazioni, dati, riferimenti di modo che possano trasformarsi in modelli di comportamento nella realtà della politica e dell’esistenza di ogni giorno, fatta di ricerca di un lavoro, di una casa in cui abitare, una famiglia da accudire, un futuro da inventarsi? Un libro come questo “pesa” effettivamente non solo per il numero delle pagine e la carta patinata, ma pesa anche per i suoi contenuti che vanno elaborati, interpretati, tradotti nella realtà e fare sì che la storia, la vera Storia con la maiuscola, sia davvero “maestra di vita”. Il rischio resta, ed è quello che queste pagine rimangano quelle di un libro mai aperto, pagine mai lette, fatti mai saputi, conosciuti e valutati per quelli che sono, in modo da costruire modelli, progetti e proposte per un diverso futuro. Insomma un coro di voci nel deserto di queste valli.

Il nostro Paese, e qui intendo il Paese Italia, resta il luogo degli accademismi eccellenti, delle facciate luminose, delle forme perfette, ma dagli scarsi o assenti contenuti. Persiste una incapacità latente di progettare il futuro, pensando che sia tutto da ritrovarsi nel presente. Questo è il rischio che portano in sè libri di questo “peso”. Ma ritorniamo alla lettura dei capitoli del libro. La documentazione di araldica conclude le pagine dedicate al capitolo sulle immagini del quotidiano tra il Sei e Settecento. Una lunga ricognizione che arriva sino all’alba del XIX secolo mettendo in evidenza la realtà di un mondo che stava cambiando con fortissime ripercussioni sulla vita sociale locale ormai verso la decadenza ed il degrado. Il capitolo sulla Economia e Società tra fine settecento e prima metà dell’ottocento è molto ricco di cifre e documentazione riguardanti il mondo dell’agricoltura, del lavoro e delle professioni, dei contratti, della pastorizia e delle manifatture. Una inedita documentazione di atti notarili dimostra quanto importante sia la conoscenza della microstoria per studiare i cicli storici locali ed inserirli poi nella grande Storia del periodo.

Il capitolo dedicato alla Tramonti nel XIX secolo è forse uno dei più interessanti di tutto il libro. Il periodo preso in esame merita auspicabili approfondimenti. Senza nulla togliere al valore degli altri interventi, questo articolo dà la possibilità al lettore attento, che cerca cioè le giuste chiavi di lettura per capire le ragioni e le condizioni del presente, di comprendere senza sotterfugi accademici la realtà degli avvenimenti come veramente ebbero luogo, e perché oggi le cose stanno così. La fine dell’aristocrazia di provincia e del “potere illuminato” segnano anche l’inizio dell’epoca moderna. La formazione di uno stato centrale, la dissolvenza dei poteri delegati, la nascita delle istituzioni rappresentative locali, l’irruzione nel tessuto sociale di un nuovo concetto di nazione, di nuove idee produttive, tutto questo lentamente ma decisamente fa abbandonare le antiche idee di una cultura del vivere, del pensare e dell’operare, legata essenzialmente alla campagna. Tutto si trasforma, se non sovverte, il fragile assetto locale. Le nuove strade sulla costiera e quella all’interno della vallata, concorrono a rompere in un certo qual modo il millenario isolamento. Esse facilitano la lenta penetrazione delle idee e delle novità. Un nuovo modo di intendere la cultura si fa avanti, anche se la “cultura del fare”, piuttosto che del dire, è ancora lontana. La stessa passa dalle mani dei nobili e degli aristocratici, agli emergenti burocrati della politica. Quest’ultima sta per diventare un nuovo, ricercato e remunerativo “mestiere”. Ma Tramonti, con i suoi 13 antichi casali sarà destinata ad essere ancora isolata all’interno, nei collegamenti tra un villaggio e l’altro.

Non a caso i nostri nonni raccontavano la storiella, senza dubbio vera, che molti giovani di villaggi diversi avevano la possibilità di conoscersi soltanto durante il servizio militare nell’esercito del nuovo Regno. In questo isolamento fisico e mentale, sia dei villaggi che dei loro abitanti, la costituzione del Comune di Tramonti nel villaggio di Polvica assume l’importanza di un evento che serve da possibile coagulo di una comunità che tende alla frammentazione piuttosto che all’unità. Non a caso la prima sede del Consiglio viene per anni ospitata nella struttura del Convento dei Frati Minori. E’ come se il potere temporale e quello spirituale stessero lì a condividere missione e diritti. Ma per il momento quello temporale era soltanto ospite o recluso in cerca di fissa dimora. Non a caso è solo da qualche decennio che il Municipio ha una sua sede propria. Anche questo segno dei tempi e di una realtà sociale e culturale che stava cambiando. Ci volle poi l’azione di un sindaco illuminato a far decidere all’amministrazione civica a destinare la sede per il Consiglio Comunale ad essere scuola elementare. Una sede unica nella quale si potessero far confluire tutti gli alunni dei vari casali divenuti villaggi e frazioni. Fu un primo forte segno di unificazione identitaria di una comunità altrimenti destinata ad essere, e in parte ancora oggi lo è, una piattaforma sociale composita, costituita da tredici isolotti conflittuali. Siamo arrivati così ad un punto della lettura del libro in cui si può dire la storia di Tramonti debba essere ancora scritta. Ma la cronaca deve essere precisa, corretta e non partigiana affinché possa entrare nelle sue pagine, pagine di una Storia con la lettera maiuscola che coinvolga tutti i cittadini e non soltanto pochi eletti anche se nominati dal popolo.

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La sezione dedicata all’economia e società comprende un’accurata analisi del territorio e del suo ambiente produttivo. Nel caso specifico vengono trattati gli allevamenti degli animali, ormai in via di estinzione, la produzione del latte e i suoi derivati. Le conclusioni che si traggono dalla relazione sono piuttosto quelle di una involuzione che va verso una deprecabile scomparsa di queste attività. Le cifre citate sono eloquenti. Si parla di ben 86 aziende esistenti sul territorio per un totale né più né meno di soli 372 bovini: 4 bovini per azienda. I suini ammonterebbero a 319 capi in 143 aziende con 2,3 capi. Gli ovini 473 in 8 aziende. Seguono poi i caprini, i polli e via discendendo, per scoprire che l’agricoltore non è più anche allevatore e che, se è una cosa non può permettersi di essere anche l’altra. Le ragioni sono molte e variegate. La realtà sociale è cambiata, la tecnologia ha trasformato il modo di affrontare i tempi delle coltivazioni, il trattamento dei terreni, i sistemi di curare gli animali. Un mondo ed un’idea di vita che presuppone e richiede fatica, progettualità, continuità. I vecchi sono diventati troppo vecchi per continuare una vita di questo genere. I giovani sono cresciuti troppo in fretta per fare una scelta di questo tipo che li riporterebbe indietro nel tempo. Non si può essere giovani, fare gli allevatori o gli agricoltori, senza conoscere i vantaggi della tecnologia. E qui si mette in moto quella che molti hanno chiamato la “macchina” della fuga dai campi, dalla stalla, dalla fatica, verso un riparo dalle imprevedibilità del suolo difficile da curare e dai rischi dell’atmosfera. Scamorza, fior di latte, trecce, bocconcini, nodini, caciotta, caciocavallo, sopressate, salsicce, ventresche, lardo, noglie, pezzente, biscotti di grano … tutta una nomenclatura alimentare che ha reso famosa questa terra. Ci si augura che continuino ad essere prodotti realmente genuini, originali, sani, fatti con vero latte locale, prodotto da animali che pascolano su e giù per terrazze poggi, farina di grano di questi campi. A dire il vero, se ne vedono ben pochi di animali e di campi di questo tipo. Noi tutti vogliamo sperare che ci siano ancora e per sempre, accompagnati da quel bicchiere di vino locale che, insieme ai riti della tavola, meritano un discorso a parte.

Un territorio che si presenta in tredici diverse realtà distinte e separate tra di loro, deve necessariamente possedere delle tradizioni diverse anche se tendono a rappresentare una faccia unica a chi l’osserva dall’esterno. E’ il caso di Tramonti, un caso speciale, ma forse non unico nella variegata coreografia dello scenario della nostra bella penisola. All’interno della stessa Costa d’Amalfi, infatti, le differenze sono evidenti. Non poteva non essere così se osserviamo Tramonti come a volo d’uccello, dal punto di vista privilegiato di quella foto cui abbiamo fatto cenno prima, ripresa dalla vetta del monte Cerreto. Passaggi di quota, diversità di insediamenti, cultura e tradizioni, posizionamenti fisici, caratteristiche dei terreni, gli stessi diversi edifici religiosi adibiti a culto hanno storie oltre che santi diversi. Non poteva non essere così anche con i gusti culinari. Questi, si sa, originano nelle tradizioni, nelle colture e nei prodotti dei luoghi. Non a caso, in questi ultimi anni, nel territorio della Valle sono sorti numerosi punti di ristoro legati all’agriturismo. Quasi ogni frazione ormai ha il suo punto di ristoro ed ospitalità, ed ognuno di questi si caratterizza per il tipo di cucina. Mangiare, da rito tradizionale, è diventato un vero e proprio business e molti intraprendenti tramontani, agricoltori o no, si sono trasformati in mini albergatori e creatori di piatti e pietanze. L’autore dell’articolo, che nel libro di cui stiamo parlando si occupa di culinaria dei luoghi, si dimostra un vero esperto del campo. Riesce a spaziare da un millennio all’altro portando il lettore sul filo del profumo di piatti e pietanze che vanno dai tempi di Cassiodoro e del latte di “mons Lactarius” in grado di curare i problemi di un re dei Goti che non si fidava di quelle dei medici per i suoi malanni. Oltre al latte si parla del pane vero alimento familiare fatto in casa. E c’è ancora chi da queste parti lo fa e lo serve a tavola. Il pane si trasforma in biscotto ed assume varie forme e confezione. A tutto questa segue la selvaggina, i prodotti degli alberi, come la familiare e magnifica castagna, cucinata in tutti i modi, fichi crudi e secchi, le noci, la frutta in genere, fino ad arrivare il alla regina della tavola, la vite, madre del vino, liquido degli dei. Anche la vite fa capo ai Romani i quali la introdussero da queste parti e la valorizzarono al massimo. Innumerevoli sono le varietà come tanti sono i gusti ed è inutile descriverne le qualità tanto sono ben note a tutti.

Altri argomenti importanti di cui si occupa il libro in questa sezione sono il problema dell’emigrazione e le tendenze demografiche degli ultimi tempi. Non è un caso che questi due fenomeni sociali, la demografia e l’emigrazione, a Tramonti, siano intrecciati e interdipendenti. Mi ha colpito non poco il modo con il quale la redattrice degli appunti sulla emigrazione ha affrontato il problema collegando questo argomento alla … pizza. Già, perché la necessità di cercarsi un lavoro altrove ha fatto aguzzare l’ingegno, come diceva mia nonna di Corsano, anche ad inventarsi il lavoro. E quello della pizza, o meglio quello di rientrare in un ambito lavorativo che fosse familiare e riproducibile altrove in modo che se ne traesse un profitto come la ristorazione, è stata per molti tramontani emigrati in tutto il mondo la via d’uscita ideale per reinventarsi anche un nuovo modo di vivere. Già, perché mangiare una pizza non significa solo mettere qualcosa sotto i denti perché si ha fame. La pizza è un rito, un modo di vivere, un’idea, una visione del mondo e del modo di affrontare la vita. Non a caso ha successo ovunque, la si prepara in innumerevoli maniere, dalla propria cucina al Savoy di Londra o all’Herriott Hotel di Abu Dabi. I due simboli culinari la pizza e l’hamburger sono le bandiere di due civiltà contrapposte: quella latina e quella anglosassone. Si fronteggiano in tutto il mondo. Anche McDonald’s ha dovuto decidersi a sfornare pizze per non perdere clienti. Inutile dire che se giri il mondo troverai pizzaioli e pizzerie tramontane dappertutto. Quanti sono? Molti, più di quanti si possano immaginare. Hanno concorso ad internazionalizzare un prodotto nostrano, anche se gli Egiziani hanno avanzato diverse volte diritti di invenzione. Resta il fatto che negli ultimi 60 anni la popolazione di Tramonti si è ridotta alla metà. Un contributo di vita, di fatiche e di speranze che questo piccolo Paese ha dato alla diffusione non solo della fama della pizza nel mondo ma anche alla genialità ed inventiva che la nostra gente sa esprimere nelle situazioni più difficili.

4 .

La quarta parte del libro è dedicata all’esame del patrimonio edilizio, all’architettura sacra tra il XVII e il XVIII secolo, all’architettura civile ed alla cultura figurativa. Molto chiara e documentata, anche dal punto di vista visivo, si conferma l’impressione generalmente positiva che il lettore riceve nello scorrere le pagine della pubblicazione. Più che un libro dedicato alla vita ed alla storia di un piccolo antico Comune della rinomata Costa d’Amalfi, il volume si presenta come la realizzazione documentale di una istituzione accademica di grande ed affermato prestigio. In alcuni momenti forse anche troppo accademica, ma sempre puntuale e rigorosa, graficamente gradevole e stimolante per chi ha intenzione di saperne di più. Se mi è permesso fare delle osservazioni in merito alla sua realizzazione, sarebbe stato opportuno far seguire alla bibliografia anche un indice dei nomi in modo da facilitare il lavoro di ricerca e di lettura. Come anche una breve bio dei singoli autori degli scritti sarebbe stato di aiuto al lettore nel sapere chi stava leggendo e avrebbe dato maggior lustro ed evidenza agli stessi interventi e i relativi contenuti. Ma queste sono piccole manchevolezze che nulla tolgono alle accertate certezze, per così dire.

Desidero, comunque, fare delle piccole osservazioni che forse lasciano il tempo che trovano, cioè non hanno alcun valore di merito, ma vogliono pur essere delle annotazioni utili a futura memoria. Acclarato il fatto che il libro è di grande pregio e di ricco contenuto, è lecito chiedersi come e quando si realizzerà la ricaduta del suo contenuto sul territorio. Sarà certamente compito dell’Amministrazione farsi carico non solo della diffusione, conoscenza e vendita del volume per ovvie ragioni economiche. Il congruo prezzo potrà senza dubbio compensare il bilancio notevole della spesa affrontata. Ma a me, e credo a molti cittadini sensibili ai problemi sollevati nel volume, sta particolarmente a cuore quella che sarà la ricaduta, il riscontro, il feed-back, come si suol dire oggi, le reazioni dei lettori. Insomma, un libro del genere deve non soltanto informare, ma anche formare, delineare obiettivi, stendere progetti, modificare comportamenti, suscitare reazioni positive e creative in chi lo ha acquistato investendo una cospicua somma con i tempi che corrono. Alla vigilia di una nuova competizione elettorale, in un periodo di grandi difficoltà economiche, sono sicuro che i tanti Tramontani sparsi nel mondo non si sottrarranno al loro dovere di fare proprio questo libro, leggerlo, valutarne i contenuti e, sopratutto, inviare al Capo dell’Amministrazione che l’ha prodotto, il Sindaco di Tramonti Armando Imperato, le loro impressioni ed osservazioni. Chi scrive osa sperare che questo libro concorrerà a gettare il seme, anzi i tanti semi che possano dare vita a frutti nuovi e differenti raccolti, per tutte le tredici frazioni che formano la realtà di Tramonti. L’auspicio è che questi tredici antichi casali che vanno sotto il nome di Tramonti possano essere non più “isolotti abitativi distanti e conflittuali” ma realtà nuove e creative per una più felice Tramonti del terzo millennio.

Antonio Gallo

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Commenti dei lettori

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  • crescenzo paolo di martino

    20 Feb 2009 - 20:01 - #1
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    Gentile Prof. Gallo. Ho appena terminato la lettura dell’ampia e limpidissima Sua recensione al volume su Tramonti curato da me e dalla prof. Sorrentino. La ringrazio di vero cuore per le parole di apprezzamento che ha voluto usare parlando del nostro lavoro. La saluto cordialmente.
    Crescenzo Paolo Di Martino

  • D'Auria Maria

    02 Nov 2009 - 21:29 - #2
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    Sono una figlia di Tramonti trasferita altrove da bambina, ma che non ha mai reciso i legami con la sua terra natia. Ho letto l’articolo, scritto in modo chiaro, curato ed “accattivante”.Corro subito in libreria a comprare il libro “Tramonti la terra operosa”!

  • galloway

    02 Nov 2009 - 21:59 - #3
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    Grazie per il commento. Un saluto da Novella dove in questo momento mi trovo.

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