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Wired, l'Immensità e Rita Levi Montalcini

Quella sensazione da noi talvolta provata che l’immensità sia la vera patria della nostra anima, non è un’illusione: essa ha origine nella nostra struttura psichica. Perciò, coloro che rifiutano di prendere in considerazione i bisogni della propria anima, proveranno sempre nel profondo di loro stessi una sorta di insoddisfazione.


Anche se hanno fortuna, anche se si ritrovano fra onori, successi e gloria, avranno sempre la sensazione che manchi loro qualcosa; ed è inutile cercare di negare o di reprimere quella sensazione, perché essa nasce per obbligarci ad avanzare sul cammino che ci condurrà fino alla sorgente della Luce.

Dio non può essere visto né udito né toccato né spiegato né raggiunto. Noi, però, siamo abitati dal bisogno irresistibile di partire alla sua ricerca; ed è Dio stesso che ha posto in noi questo bisogno affinché non smettiamo mai di avanzare, poiché questo è l’essenziale: non fermarsi mai. I famosi versi di Ungaretti “M’illumino d’immenso” sono la sintesi magistrale di questa aspirazione all’infinito. Solo quattro parole che costituiscono il pensiero del poeta e dell’uomo e sostituiscono ogni forma di possibile argomentazione. Alla base di tutto c’è la luce che illumina e l’infinito che scorre. E bisogna dire che dei due elementi, la luce e l’immensità, sono fatti tutti gli esseri umani. Quel “mi” è al centro di tutto. Da esso tutto si irradia e ad esso tutto ritorna. Il tema dell’immensità ha sempre toccato il cuore degli uomini. Il cuore e la mente. Il primo trova facilmente le risposte agli interrogativi. La mente ha un compito più difficile e sofferto.

Oltre a Ungaretti penso all’immensità di Giacomo Leopardi che diventa “Infinito” nel suo famoso sonetto. L’infinita immensità dell’essere caratterizza la solitudine di chi deve confrontarsi prima con se stesso e poi con gli altri.

L’Infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Qui il naufragio è inevitabile perché l’uomo su questa terra non ha scampo di fronte all’eterno inconoscibile. Solo, spaurito ed affranto è destinato e disperdersi in questa immensità senza ritorno. Una via di uscita la offre, però, una parola che Leopardi non decide di impiegare nella sua ricerca sul mistero della vita. La useranno, invece, un cantante ed un paroliere di canzoni: l’amore.

L’immensità

Io son sicuro che, per ogni goccia
per ogni goccia che cadrà
un nuovo fiore nascerà
e su quel fiore una farfalla volerà
Io son sicuro che
in questa grande immensità
qualcuno pensa un poco a me
e non mi scorderà
Sì, io lo so,
tutta la vita sempre solo non sarò
e un giorno io saprò
d’essere un piccolo pensiero
nella più grande immensità…..
di quel cielo.
Sì, io lo so,
tutta la vita sempre solo non sarò
un giorno troverò
un po’ d’amore anche per me
per me che sono nullità
nell’immensità…

Don Backy - Mogol - Mariano

Ecco, l’immensità dell’infinito che si ritrova nell’amore dell’universo al quale apparteniamo. E, certamente, ad esso ritorniamo. Un “mistero” che comincia con l’inizio della vita e con la morte si conclude. Del nostro passaggio e della nostra presenza su questo “atomo del male” resterà il ricordo. “Quando muore il corpo, sopravvive quello che hai fatto. Il messaggio che hai dato” ha dichiarato con fede assoluta nella scienza ed un pizzico di presunzione che volentieri le concediamo, la scienziata Rita Levi Montalcini in un’intervista a Paolo Giordano, autore del libro vincitore del Premio Strega “La solitudine dei numeri primi”, nel primo numero della nuova rivista “Wired”. “Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente”, aveva detto poco prima, riferendosi alla domanda dell’interlocutore che le aveva chiesto cosa succede quando muore il corpo. La grande ed illustre scienziata non pensa affatto all’amore: ” l’amor che move il sole e l’altre stelle” da cui proveniamo e verso il quale siamo destinati a ritornare. Ma noi tutti le vogliamo bene e in nome dell’amore ci illuminiamo d’immenso nella sua scienza.

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