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Ciarpame culturale e ipocrisia elettorale

Basta andare in giro guardando i muri delle città, i tanti tabelloni pieni di volti sorridenti ed ammiccanti. Basta accendere la TV e su qualsiasi canale li trovi pronti a discettare su tutto e tutti. Una qualsiasi stazione radio alterna musica, interviste e notiziari lampo su chi crede di avere una ricetta della vita e di poter rifare la propria città, il piccolo paese, la nazione e addirittura l'Europa.


Una vera e propria ondata di volti giovani rampanti: dottori, avvocati, professori, uomini e donne, principi e veline, tromboni e trombette da talk show pronti a salire sulla scena del teatro della politica. Qualcuno l’ha chiamato “ciarpame”, vale dire “cose vecchie e senza valore”. Ma sono pur giovani questi che sentiamo e vediamo ritratti in quei manifesti che vivono di immagini e di luce riflessa televisiva di una realtà esistenziale che ci tocca tutti. Come potrebbero mettersi in mostra altrimenti se non usando i mezzi con quali vivono e convivono?

Ecco sulla scena di un teatro dei personaggi che sembra si stiano scontrando. Agli spettatori, quello scontro appare talmente convincente da indurli a prendere appassionatamente le parti degli uni contro gli altri. Se però nell’intervallo uno degli spettatori potesse andare dietro le quinte, scoprirebbe che gli stessi personaggi che ha appena visto scagliarsi gli uni contro gli altri fino ad uccidersi, sono là che chiacchierano amichevolmente, in attesa di tornare in scena. Come hanno fatto a riconciliarsi?…È molto semplice. Quegli uomini e quelle donne non sono nemici: sulla scena recitano una commedia in cui ricoprono un ruolo di antagonisti, e la recitano fedelmente sapendo di recitare; ma non appena lasciano la scena, tornano amici. La vita umana è un teatro: quanti lo hanno detto! Però, non basta dirlo, bisogna trarne delle conclusioni. Che gli esseri umani prendano finalmente coscienza delle commedie che stanno recitando!

Così fingeranno di andare sui campi di battaglia con armi caricate ma a salve: per un momento faranno finta di battersi, e a loro questo farà bene, poi si abbracceranno e ognuno tornerà a casa sua contento e soddisfatto, meglio se eletto al consiglio comunale, alla provincia o al parlamento europeo. Già, ma a spese di chi, di tutti noi che li abbiamo creati, innalzati, reclamati ed eletti a nostra immagine e somiglianza, checché se ne dica, a destra o a manca. Qui davvero manca il comune senso del pudore di una società che si crea e si rigenera continuamente e, senza avvedersene, se ne compiace e si fustiga, senza ritegno, senza immaginazione, senza ripensamenti. Pronta sempre a criticare, ma mai a proporre, a banalizzare ma mai a comprendere, a mescolare ma mai a distinguere.

Non sappiamo più distinguere il palcoscenico dalla platea, il coro dall’individuo, il dettaglio dal contesto. Tutti decidono di darsi un ruolo, di scegliere un personaggio, di salire su di una cattedra ma nessuno sa come seguire un copione, un canovaccio, una struttura che dia un senso e costruisca un progetto. Tutti a caccia dell’untore che inquina, infetta, avvelena i sentimenti, la morale, il vivere comune, distrugge ideali e valori, semina illusioni e disperde certezze. La grande sinfonia delle ipocrisia risuona ancora per queste valli, e si diffonde tra mille colline e campanili.

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