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La letteratura non è fatta dai libri ma dai discorsi sui libri

In tempi di crisi, tutti abbiamo imparato qualche rudimento di economia. E tra questi concetti for dummies, è risaputo che le banche, per funzionare, devono avere liquidità. Il denaro deve muoversi. L’economia funziona se la moneta circola. La moneta ha un valore intrinseco, ad esempio 1 euro, e un valore di scambio, ad esempio un pacco di pasta o un litro di latte. Per circolare allora, la moneta ha bisogno di una chiusura e un’apertura, un’immanenza e una trascendenza. Così, esattamente così, funziona la letteratura.

I libri sono come le monete: circolano. Sono opere aperte verso l’esterno, intertestualità con gli altri libri e le altre opere culturali, in un sistema di riferimenti continui. Hanno sì un valore intrinseco, che inizia con la prima e finisce con la quarta di copertina, ma si sviluppano all’esterno, fuori da sé, a contatto con l’enciclopedia mondiale, l’insieme di tutti i testi e di tutte le conoscenze dell’umanità, virtuali o già attualizzate. In economia, oltre alla moneta, al mercato e le banche, c’è un elemento in più: la borsa. La borsa non è altro che Editoriale un discorso sull’economia, fatto da un livello “meta” che però risulta invischiato nella dinamica economica allo stesso livello dei broker e del denaro che effettivamente circola. Ma è la borsa, cioè i discorsi (o lo sguardo) sull’economia, che ne sancisce le fluttuazioni, creandone a tutti gli effetti il valore.

Così, esattamente così, funziona la letteratura. Il valore di un’opera culturale è costruito sì da i rapporti che questa intrattiene con altre opere ma anche, e soprattutto, dai discorsi della comunità di fruitori. Le opinioni, i pre-giudizi, le impressioni, le esagerazioni, i pettegolezzi e le invenzioni dei lettori (tutti credono che nel giro del mondo in 80 giorni di Verne ci sia una mongolfiera e il fatto che in effetti non sia presente conta poco o nulla. Alla fine la mongolfiera c’è). L’insieme di questi discorsi (e ringraziamo Foucault per la bella idea) definisce il valore dei libri. Anzi, si può dire di più: la letteratura non è fatta dai libri ma dai discorsi sui libri. Così, esattamente così, funziona Finzioni.

Questo è l’editoriale del numero 1 della nuova rivista “Finzioni” che vuole essere una guida per la “lettura creativa”. Nel mondo contemporaneo, si sa, con l’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione, tutti sono pronti a comunicare in ogni modo possibile. A partire dalla semplice, tradizionale biro per finire con il video-telefonino. Scrittura, visione e lettura si alternano, si mescolano e si incrociano dando vita a nuovi contenuti, ma anche a possibili incomprensioni. Chi scrive tende a trasmettere ciò che sente di avere dentro. Chi legge cerca di sapere cosa pensano e scrivono gli altri. Chi preferisce “leggere vedendo” crede di trovare la sintesi sia della scrittura che della lettura. Sono possibili illusioni e frantendimenti, ibridi comunicativi che tutto fanno tranne che aiutare ad uscire da una situazione che possiamo definire pre-babelica.

Una super-produzione di scrittura, infatti, destabilizza la lettura, mette in difficoltà il lettore in quanto tende a paralizzare le sue possibilità di recepire il messaggio in maniera chiara ed inequivocabile. Di qui la necessità di trovare sistemi e funzioni adatti a far sì che sia possibile una lettura effettivamente “creativa”. La lettura di un libro suscita sempre una reazione, di qualunque tipo essa sia. Ma è una risposta a ciò che il lettore ha letto e lo scrittore ha scritto. Suscita, allora, “finzioni”, che si leggono in termini di inganni, illusioni, tradimenti, partecipazioni, trasformazioni, sentimenti, immedesimazioni, ripulse … E’ con la lettura, perciò, che il libro, tutti i libri diventano “letteratura”, che nasce come vissuto individuale, di autore, e diventa vissuto collettivo, che deve, comunque, interagire con altri lettori affinché abbia un senso ed una validità. Sta in questo processo, forse a ben vedere, l’idea che gli autori e fondatori della rivista si sono dati nel parlare di “lettura creativa”. Se le cose stanno così, allora questi “agguerriti fanciulli”, come li chiama Jacopo Cirillo in un breve articolo sull’ultimo numero de “Il Domenicale” , andranno lontano. Se si va poi all’interessante sito della rivista si scopre che lo stesso Cirillo è “magna pars” del progetto stesso. La lettura dei numeri zero e uno di “Finzioni”, in pdf, fa ben sperare nel successo di questa nuova, interessante ed auspicabile “creatività”. Auguri!

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