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Nella terra delle lingue inventate

"Cu vi parolas Esperanton?" se siete in grado di rispondere "sì" vuol dire che fate parte di quelli che parlano l'Esperanto. Una lingua creata, sì avete letto bene, inventata dal dottor Ludwig Zamenhof in Polonia negli anni intorno al 1880. Quando decisi di cominciare lo studio delle lingue, ai miei tempi, cominciai anche ad interessarmi all'Esperanto perchè mi incuriosiva il fatto che ci potesse essere qualcuno tanto bravo da inventare una lingua che non si parlava da nessuna parte al mondo.


E’ vero che noi ragazzi avevamo studiato il greco e il latino e che non sarebbe stato mai possibile parlare con un greco o un latino in quelle lingue che ci facevano soffrire al ginnasio e al liceo. Ma erano idiomi che, se ci guardavamo intorno, li ritrovavi in un modo od un altro presenti, almeno virtualmente, su carte e monumenti. L’ Esperanto, di certo, non l’avresti visto nè scritto nè sentito a voce in nessun posto. Eppure il fascino rimaneva. Ed era dovuto al fatto che l’idea nasceva dalla possibilità, oltre che dalla volontà, di inventare un sistema che andasse oltre tutte le lingue e sistemi linguistici esistenti. Per creare una sola, unica umanità. Un pò come la lingua “Klingon” in “Star Trek” quando sentivamo domande del genere “tlhIngan Hol Dajatlh’a'?”, che voleva dire “Parli Klingon?” e si voleva intendere far parte di una piccola comunità di extra terrestri in opposizione alla condizione di terrestri.

L‘Esperanto, invece, aveva l’ardire di unificare l’intera umanità eliminando differenze di ogni genere, promuovendo la pace, dimenticando Babele. Un’azione del genere l’avrebbe potuto svolgere la straodinaria diffusione che ha avuo la lingua Inglese, il che purtroppo non è stato. In effetti neanche questa lingua è riuscita ad unificare gli esseri umani. Ha avuto, è vero, una potente forza di aggregazione culturale oltre che tecnologica e commerciale. Ma i conflitti razziali e le differenze linguistiche permangono tra i popoli.

Molti sono stati i tentativi di creare lingue artificiali che potessero abbattere questa barriere. Risultano essere oltre 500 le lingue, infatti, chiamate e pensate a svolgere una funzione del genere. In appendice a questo libro di cui mi sto occupando, se ne citano alcune come queste di cui non avevo mai sentito parlare prima: Europal, Simplo, Geoglot, Volapük, Ulla, Novial, Ehmay Ghee Chah, Basic English,Tutonish.

L’idea delle lingue artificiali nasce dal razionalismo scientifico del XVII secolo. Venivano rivolte numerose critiche alle lingue naturali in quanto considerate irregolari, piene di modi di dire senza senso, con parole che avevano più significati, mentre altre non erano in grado di descrivere concetti comuni. Non sarebbe meglio, essi pensarono, se si potesse creare una lingua da zero, basandola su principi logici? Molti ci provarono e l’autrice di questo libro lo spiega bene, quando ci parla di John Wilkins , un membro della Royal Society che pubblicò nel 1668 uno studio intitolato “Una Lingua Filosofica”. Il tentativo era quello di cercare di classificare l’intero scibile umano. Una cosa ancora oggi auspicabile. Un’idea simile fu quella basata sulla logica matematica moderna negli anni ‘60, una lingua nota col nome di “Loglan” ed il relativo prosieguo chiamato “Lojban”, una lingua progettata per verificare l’ipotesi di Sapi-Whorf, vale a dire quella che affermava che la struttura di una lingua naturale influenza il modo in cui i suoi parlanti immaginano il mondo.

Un altro tipo di lingua artificiale fu quello che scaturì da una atteggiamento più pragmatico tenuto nel secolo XIX. Si voleva creare lingue che fossero facili da apprendere, in modo da facilitare la comunicazione tra gli uomini. L’Esperanto è il classico esempio. Ma ce ne sono altre dozzine di questo tipo. Una terza classe di invenzioni linguistiche c’è stato nel XX secolo quando vennero immaginate lingue basate su simboli pittorici. Come ad esempio la “Blisssymbolics”, tentativi con i quali si cercò di fare a meno della tirannia delle parole. Ancora un quarto tipo fu il risultato dell’impulso artistico e linguistico a creare una lingua che fosse allo stesso tempo complessa e completa. Esempi sono le lingue “Quenya” e “Sindarin” nella famosa triologia del “Signore degli Anelli” con le sue undici lingue inventate dal grande J R R Tolkien. Questo interesse a voler creare lingue artificiali continua ancora oggi sulla Rete, su blog e forum aperti allo scopo, specializzati in “conlangs” vale a dire in “constructed languages” o “artlangs” “artistic/artificial languages”.

Arika Okrent narra con grande abilità di storie che parlano di lingue inventate, ma non solo di queste. Scrive anche, ad esempio, di una importante lingua naturale come l’ Ebraico. Una lingua che in effetti fu ricreata nel XX secolo alcuni millenni dopo che era scomparsa come lingua parlata. Il libro focalizza la sua attenzione sia sugli uomini che sulle culture che parlano queste lingue create/inventate e poi defunte in maniera da attirare l’attenzione e l’interesse non solo degli specialisti ma anche di chi vuole chiedersi il significato del prorpio dire in termini di parole scritte o orali.

Arika Okrent, In the Land of Invented Languages
the Spiegel & Grau imprint by Random House, New York, May 2009;
hardback, 341pp, including index; publisher’s list price $26.00;
ISBN13: 978-0-385-52788-0; ISBN10: 0385527888.

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