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Il potere della parola

"Un generale lancia l’ordine d’attacco gridando: «Fuoco!» e in pochi minuti non rimane più niente di quella che era una magnifica città. Egli non ha fatto niente, ha solo pronunciato una parola, ma che potenza era contenuta in quella parola! Oppure, un uomo – o una donna – che conta molto su voi, ma i cui veri sentimenti non conoscete ancora, vi dice o vi scrive un giorno queste semplici parole: «Ti amo», ed ecco improvvisamente la vostra vita illuminarsi!


Niente è mutato, eppure tutto è cambiato. L’intera esistenza è lì a dimostrazione dei poteri della parola. Possiamo anche spingerci oltre. Perché pensate che le persone parlino, il più delle volte? Per esercitare il loro potere. Anche quando sembra che diano delle spiegazioni, delle informazioni, spesso non lo fanno realmente per spiegare o informare; parlando o scrivendo, vogliono soprattutto produrre certi effetti: farsi degli alleati, suscitare la collera, l’odio, oppure sopire la diffidenza. E voi, con quale scopo usate la parola? Vi lascio riflettere su tutto questo…”. (O. M. Aivanov)

Leggendo queste parole sulla potenza della parola mi rendo conto di che forza gli uomini vengono dotati sin da quando vengono al mondo. A partire dal primo vagito fino all’ultimo saluto al mondo, l’uomo ha la possibilità di affermare se stesso in un modo che solo a lui è stato concesso. Nessun altro essere vivente, infatti, è capace di articolare suoni in maniera significativa, di trasformarli in parole, di trascriverle, registrarle, trasmetterle. Esperienza unica quella della comunicazione umana. Non è un caso che all’origine di tutto sia la Parola.

“In principio era il Verbo,e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta…”

Così si esprime chi della Parola è stato uno dei migliori interpreti: Giovanni (Gv 1, 1-18). La parola come principio, il principio come Dio, Dio come vita, la vita come luce. Senza luce ci sono le tenebre, senza le parole c’è il silenzio. Spesso mi sorprendo a pensare a chi, per una ragione o per un’altra, non può sentire o articolare parola. Come può essere duro il mondo a chi non sa come si scelgono i suoni che accendono il pensiero, nè sa come riceverli per poi trasmetterli ai suoi simili. Come può essere oscura e coperta di tenebre la mente di chi non ha gli occhi per vedere la luce che è vita della parola.

Vedere, sentire, parlare costuisce un unico, inarrestabile ed irrepetibile processo per mezzo del quale ognuno di noi incorntra il senso del Verbo. Tutta la nostra vita non è altro che un lungo o breve viaggio in questa direzione: viaggiamo per mezzo della parola, verso quei territori dai quali proveniamo e siamo destinati a ritornare.

Lo facciamo con le parole. Esse diventano lingua ed ogni lingua è il nostro comune denominatore. Quando la lingua si presentò ai nostri antenati dovette certamente apparire come un consapevole sistema per comunicare, uno strumento adatto a condividere una possibile comune rappresentazione del mondo. Essi avevano bisogno di comuni segni di riferimento, condivisi e gestibili per sopravvivere alle tenebre.

Nel terzo millennio avanti Cristo, probabile inizio della scrittura, gli uomini cercarono non di leggere sillabe e suoni bensì di trasmettere la realtà così come essa appariva ai loro occhi costruendovi, per così dire, delle “storie”. In fondo queste storie non sono altro che una trascrizione della propria esperienza del mondo, così come la facciamo in noi stessi e la trasmettiamo agli altri. Ecco perchè, poi nel tempo, ogni parola detta, scritta o letta, possiede in se stessa la forza e la capacità di narrare una storia.

Badate bene, anche poche parole possono racchiudere intere storie, non dette, ma lasciate immaginare da chi le ascolta o le legge. Un esempio su tutti basta a chiarire quanto voglio dire: “M’illumino d’immenso”, il famoso frammento polisemantico di Ungaretti dà adito a una molteplicità di interpretazioni. In questo caso le parole denotano suoni, ricordi, sensazioni, immagini, situazioni, personali sì, ma universali. Come universale era il Verbo alle origini. Il che ci fa immaginare una primitiva unità nella comunicazione che solamente con la “caduta” dell’uomo è diventata “parola”. Come tale, la parola ha una sua finitezza, per così dire, e per vivere abbisogna di altre parole che possano incontrarsi e rinnovarsi rigenerandosi in nome ed in ricordo di un originario, primordiale, unitario Verbo.

Il fascino delle parole è stato ben descritto in un libro recente di Alberto Manguel “The City of Words”. Il grande scrittore di origine argentina, ma vero cittadino intellettuale libero del mondo, cerca di dare delle plausibili risposte ad antichi interrogativi come: ” In che modo la lingua caratterizza la nostra immaginazione del mondo? Come le storie fatte di parole ci aiutano a percepire noi stessi e gli altri? Le storie fatte di parole danno una identità alla società? Questa identità è vera o falsa? Le storie e le parole possono aiutarci a cambiare noi stessi e il mondo?”. Interrogativi decisivi che sfidano la nostra intelligenza e ci invitano a riflettere su come usare al meglio le parole e le storie che leggiamo e scriviamo ogni giorno.

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