
40 anni fa Neil Armstrong mise piede su quello stesso pianeta che guardo questa sera qui in Costa d’Amalfi dove mi trovo a scrivere tra i monti e il mare. Quasi una Luna piena. Le stesse macchie sul suo volto antico di quando ero bambino e mi sembrava che piangesse. La stessa domanda di Giacomo Leopardi “Che fai tu Luna in ciel, dimmi che fai?”. Guardo quella faccia e penso a cosa pensò, anzi disse, Neil Armstrong ponendovi piede il giorno 20 luglio del 1969, quaranta anni fa, appunto. “Un passo da gigante per l’intera umanità”.
E ripenso a Giacomo e a cosa avrebbe detto vedendo quello che noi vedemmo quel giorno. Per secoli gli uomini avevano sognato, fantasticato, dipinto leggende e miti intorno alla vergine Diana, solitaria e intatta, lassù, a illuminare il buio della notte alleviando i pericoli e le paure. Accompagnatrice dei viandanti e degli innamorati, la Luna ha dato vita da sempre a un immenso territorio dell’immaginario: poeti e filosofi, pittori e musicisti, hanno tratteggiato le fattezze di questa protagonista del più straordinario universo mitologico di tutte le civiltà umane. Giusto quattrocento anni fa, Galilei puntò per la prima volta un cannocchiale su quella che gli antichi chiamavano “la faccia della dea luna”, riconoscendone la natura di corpo celeste tanto simile e pur tanto diverso dalla terra, alla quale è legata da un eterno movimento intorno a sole. Gli scienziati sognano anche loro, e Galilei adorava, leggeva e postillava l’Orlando furioso dell’Ariosto, con quella storia magnifica del senno del paladino impazzito per amore e gelosia, che vola fra i mari e le montagne della Luna, in attesa che Astolfo lo recuperi, conservato in un’ampollina, salendo sulla Luna con un cavallo volante, l’Ippogrifo.

Mia moglie, (allora non ancora tale), fece scrivere ad una sua alunna un tema in cui diceva che era meglio risolvere tanti altri gravi problemi qui in Terra invece di andare fino in là. E quelle acute osservazioni (sic!), lei sostiene oggi, raccolsero la giusta approvazione della collega che lesse quel compito. Io ho i miei dubbi. Allora ne ero entusiasta e ancora lo sono oggi. Ma la mia signora non si intendeva di politica. Pensava a studiare e si pagava le spese all’università, dando lezioni private. Io mi ritenevo impegnato in politica. In piena atmosfera sessantottina, parteggiavo apertamente per gli Americani anche a rischio di avere qualche manganellata all’università che era tutta rossa.
Ero da poco tornato dall’Inghilterra e incontravo non poche difficoltà in quel seminario universitario dove erano tutti maoisti-marxisti-rossi-leninisti. Ricordo che boicottavano le trasmissioni con Tito Stagno in studio della RAI via satellite in lingua inglese. Quella lingua che essi consideravano la lingua dei capitalisti. Loro parteggiavano apertamente per i Russi/rossi, e dicevano che ben presto anche i Cinesi avrebbero avuto i loro Spunik con i relativi astronauti in orbita. Sembrano cose dell’altro mondo quelle che sto dicendo. Ed invece sono fatti della storia di quel mondo, il mondo diviso in due, politicamente, ideologicamente, economicamente e culturalmente. Il mondo di soli 40 anni fa.

Ma quell’avventura fu il successo di un programma spaziale iniziato da J. F. Kennedy negli anni sessanta e concluso con Apollo 17 che decollò dalla Luna il 14 dicenbre del 1972. In tre anni mezzo 12 astronauti americani passeggiarono da quelle parti, guidarono macchine ed intrattennero milioni di telespettatori in tutto il mondo. Una pantomina spettacolare andata in onda a 236 mila miglia di distanza. Uno spettacolo mai più andato in diretta. E’ vero che altri show simili sono andati in onda, ma in forma di tragedia, come quella del Challenger del 1986 e del Columbia del 2003. Ma quello dell’Apollo aveva visto la luce all’ombra della “Guerra Fredda”. I Russi/rossi avevano avuto il loro Sputnik qualche anno prima e sembrava che dovessero dominare non solo il mondo ma anche i suoi spazi. A questa idea, che suonava una chiara minaccia, la Nazione americana reagì sull’onda dell’ottimismo della volontà e della tecnica. Fu anche la reazione simbolica di un popolo con una diversa mentalità. Il presidente Kennedy ebbe a dire: “Scegliamo di andare sulla luna in questo decennio e fare altre cose, non perchè queste cose sono facili, ma perchè sono difficili”. E le cose erano difficili davvero. Ma sulla Luna ci andarono, esplorarono e ritornarono.

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