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L'isola che non c'è: l'Inghilterra

C'era una volta un Regno chiamato Unito. Era formato da due grandi isole e tante altre piccole. L'isola più grande si chiamava Gran Bretagna ma non aveva niente a che fare con la Bretagna francese. Era formata da tre nazioni: la Scozia, il Galles e l'Inghilterra. L'altra isola si chiamava Irlanda ed era divisa in due parti: quella del nord era chiamata Irlanda del Nord, quella del sud era una Repubblica indipendente chiamata Eire. In quest'isola che non c'è si parlava inglese e vi regnava una vecchia elegante Regina da tanti anni. Così comincia una storia che sarebbe piaciuta ad Alice nel Paese delle Meraviglie ...


Tre settimane di soggiorno in Inghilterra mi sono bastate questa estate per aggiornarmi sulle condizioni di “salute” di una Nazione che posso ritenere mia seconda “patria”. Intendiamoci, la parola “patria” non mi piace. Forse “casa” è meglio, con la stessa accezione che questo termine ha in lingua inglese: “home”. Affetti, amici, ricordi, memorie, esperienze, gioventù, ricerca, evasione … tutto ciò che può contenere questa parola riferita alla realtà inglese e che va sotto il nome improprio di “Inghilterra”. Preferisco, invece, chiamarla con l’appellativo con il quale i Romani la chiamavano: Britannia.

Ci mancavo da nove anni, dopo d’esserci stato nel corso dei trascorsi decenni, quasi ogni estate. Non da solo, ma sempre accompagnato dall’ “altra metà del cielo”, mia moglie. Eravamo sempre seguiti, spesso inseguiti, da gruppi di studenti desiderosi di imparare la lingua di queste isole, ma sopratutto di evadere dalla opprimente e spesso ristretta realtà esistenziale della piccola provincia meridionale italiana.

Tanti nomi e tanti luoghi nella memoria. Volti, musei, gallerie, parchi, villaggi, case di campagna, torri, castelli, residenze, eventi piccoli e grandi: il furto della ragazzina del gruppo ai grandi magazzini Woolworth, l’interrogatorio della stessa al commissariato di polizia di Hastings, il falso allarme anti incendio in piena notte in quel college di Edinburgh, la fuga notturna della studentessa innammorata del suo tutor, il braccio rotto di quell’altra alla “bowling station” di Taunton, la pazza telefonata a casa da una cabina telefonica di Londra di Giuseppe che informava i suoi genitori di essersi perso davanti al National History Museum, il parquet e i tappeti inondati d’acqua in piena notte nella residenza della Loughborough University of Technology, la maranzina notturna del direttore e il comunicato dello stesso a pagare i danni dell’inondazione … Potrei continuare per un bel pò, ma andrei fuori tema. Le Summer Schools di Brighton, Hastings, Eastbourne, Edinburgh, Loughborough, Taunton, il gemellaggio con la città gallese di Abergavenny, fino ad arrivare a Marlborough, nella contea del Wiltshire, non lontano da Bath e Stonehenge. Sono tutte immagini fissate nella memoria dei singoli e fanno parte di questa “home” chiamata England.

Ma quale England? Che cosa è rimasto di questa Inghilterra, una vera e propria isola che non c’è? L’abbiamo conosciuta così com’era nella seconda metà del secolo scorso. Ben poco di essa è rimasto, credo. Ne ho avuto la conferma in tanti modi. Ne scelgo due perchè mi sembrano i migliori ed i più adatti a fotografare una realtà fatta di storia, politica, lingua e cultura. Una realtà vista sia dall’esterno che dall’interno. Vediamo la prima, un articolo apparso sul settimanale americano Newsweek, intitolato “Shrinking Britannia”. L’autore dell’articolo-inchiesta, già dalle parole usate per titolare l’articolo, esprime le sue idee mettendo le carte direttamente sul tavolo. “Shrink” in inglese significa “restringersi” e secondo lui, l’Inghilterra di Shakespeare e di Churchill si è “ristretta” perdendo il suo tradizionale aggettivo di “grandezza”. Il “great” è come scomparso. Non è che il tempo su quest’isola immaginaria, si sia fermato. C’è sempre la guida a sinistra, la sterlina (anche se il Paese fa parte dell’Europa!), la pinta e non il litro, il “pound” e non il chilo, la doccia e non il bidet …

Undici anni fa, un anno dopo la sua vittoria, Tony Blair, in un discorso a Dublino promise, dopo 18 anni di governo conservatore, di fare uscire la Gran Bretagna dalla malattia del “post-impero”. Il suo tono era ottimistico, in una nazione che sarebbe stata modernizzata e fiduciosa nel futuro così come lo era stato del suo passato. “New Labour” fu la parola in voga, alla luce di una “nuova alba” che avrebbe visto nascere una “new Britain”. Dopo 12 anni, il suo successore ha ereditato ben poco da lui se non un’atmosfera di tristezza e di scandali che ha portato soltanto sfiducia e rancore nei confronti delle istituzioni e dei politici. La possibile vittoria dei conservatori alle prossime elezioni sarà un compito ingrato per hi verrà chiamato al governo. Consisterà non soltanto nella ricostruzione dell’economia ma anche nella creazione di un nuovo spirito che può essere soltanto quello che si rifà al nome di Britannia e della sua antica fierezza perduta, come ben sapevano gli antichi Romani.


La seconda conferma della decadenza inglese viene dalla lettura di un libro intitolato “Real England: The battle against the bland”. “La vera Inghilterra: la battaglia contro il minestrone”. E’ proprio contro il “minestrone” della globalizzazione, prima a livello locale e poi globale, il punto di partenza di questo libro. Il minestrone locale è quello, secondo l’autore Paul Kingsnorth, per il quale l’Inghilterra, come tale, addirittura non esiste più. Se mai è esistita.

Egli dice letteralmente: L’Inghilterra è l’unica nazione britannica senza una forma di democratica “devolution”. E’ l’unica nazione in Europa senza una sua rappresentanza parlamentare o un proprio governo. Ha il minor numero di parlamentari a testa della altre nazioni britanniche e regolarmente riceve meno danaro per ogni cittadino dal governo di quanto ne ricevano la Scozia, l’Irlanda del Nord e il Galles. Il governo britannico ha ministri per il Nord Irlanda, il Galles e la Scozia. Nonostante la “devolution” ma non ci sono ministri per l’Inghilterra. Dal punto di vista costituzionale, infatti, l’Inghilterra non esiste nemmeno. L’unione tra la Scozia e l’Inghilterra del 1707 ha rimosso l’identità costituzionale delle due nazioni. Esse sono diventate, insieme al Galles, una nuova entità politica chiamata “Gran Bretagna”. Alla fine degli anni novanta, il Galles e la Scozia giustamente hanno conquistato la loro nazionalità con la creazione dei governi locali per mezzo della così detta “devolution”. L’Inghilterra è rimasta nel limbo.

Per il nostro autore quest’isola cambia giorno per giorno, ma per scomparire. Spariscono i villaggi con i loro piccoli negozi, le piccole fattorie, i tradizionali uffici postali di campagna, gli antichi pub, i piccoli campi coi loro coltivatori di patate, fragole, mele, gli indimenticabili piccoli negozi all’angolo. Le piccole chiese di campagna restano chiuse per mancanza di fedeli emigrati altrove divorati dalla grande città. Subentrano grandi insediamenti commerciali, tutti uguali, freddi e disumanizzati. Una umanità storicamente diversificata che diventa monocultura di colpo e si prepara a produrre una civiltà in serie come se fosse una carota industriale da essere servita sullo stesso piatto ad ognuno di noi ogni giorno. Questa Inghilterra, questa isola che non c’è, corre il rischio di ospitare cittadini che non sanno dove sono e di non sapere chi sono. La domanda è allora: chi sono gli Inglesi dei tempi del Bardo e di Sir Winston? Trascorrete un giorno a Londra e vi renderete conto di essere su di un altro pianeta, certamente non sull’isola dell’Inghilterra, un isola che ormai non c’è più.

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