
Silenzio assoluto. Cominciavi a muoverti tra quegli alti scaffali e non sentivi nemmeno i tuoi passi camminando sulla moquette consumata dal tempo e dai passi di tanti che avevano visitato quel posto fatto di libri. Non sentivi più i rumori del traffico, ma le voci degli autori di quei tanti volumi. La prima volta che entrai in questo posto ricordo che mi aggirai tra gli scaffali per un bel pò prima che sbucasse all’improvviso la testa di un un uomo dai grandi e spessi occhiali …
I capelli arruffati, non tutti ancora bianchi, una giacca sbilenga indossata quasi come a caso, i gomiti ricoperti di pelle, il taschino ripieno di penne e matite. Aveva tra le mani una scheda che voleva riempire con i dati di un libro. Mi vide ma mi guardò come se l’avessi sempre conosciuto. Mi chiese dove avessi messo quel libro che stava cercando. Doveva riempire la scheda. Rimasi di stucco ma stetti al gioco. Gli risposi che sarebbe stato bene se avesse messo un pò di ordine prima di mettersi a cercare. Mi rispose che l’ordine non esisteva. Era solo una parola. I libri devono essere liberi di stare e riposare dove vogliono. Continuò a rimuginare qualche cosa e scomparve. Me lo ritrovai poi tra pile di libri vicino all’uscita e mi disse che non era ancora riuscito a trovare quel libro di Joyce.
Ogni estate quando ritornavo a Taunton lo visitavo. Scoprii che era anche uno scrittore, di poesie, di “riddles” per la precisione. Lirica e indovinelli in forma poetica. E anche di haiku . Scoprii che all’interno di ogni libro che metteva in vendita, inseriva un suo riddle o haiku. In un modo od un altro li collegava al contenuto del libro e li inoltrava al cliente che decideva di acquistare quel libro.
Qualche anno fa, ritornai in quella “alley” e, con mia grande sorpresa e dolore, non trovai più quella libreria. Si era insediato un coffee shop. Chiesi che fine aveva fatto quel libraio e qualcuno mi disse che era stato trovato morto una sera, seduto a quel tavolo, nei pressi dell’uscita, con un libro aperto davanti: era l’ Ulisse di Joyce …
Questo breve post per introdurre il bell’articolo di Giampiero Mughini sulla scomparsa delle vecchie librerie…
Per quelli della mia generazione, per quelli che sono entrati da gran tempo negli “anta” e dunque adusati alla libidine del libro da scegliere e da comprare, è uno strazio leggere che dopo 32 anni chiude la libreria di corso di Porta Romana a Milano, che non ci sono più libri nelle vetrine della libreria romana alle spalle di piazza Navona condotta regalmente dal libraio belga Jean e che per decenni è stata una libreria tra le più raffinate della capitale.
Per me è uno strazio avere saputo dai miei amici catanesi che la libreria-stemma della nostra gioventù, la libreria “La cultura” di piazza Umberto, è al lumicino da quanto si sono ridotte le vendite e da quanto sono aumentati i costi. Un mercato librario che va giù del 10-15 per cento, margini di guadagno risicatissimi (il 25 per cento del prezzo di copertina di ciascun libro venduto), affitti che aumentano talora verticalmente, la difficoltà che per il piccolo commercio è crescente di attingere al credito bancario, il maremoto provocato dalle vendite di libri su Internet, l’esistenza di grandi catene librerie dove trovi tutto e in un attimo e che mettono dunque ai marigini le piccole librerie.
È un cumulo di circostanze che abbatterebbe un leone, e purtroppo le piccole librerie delle grandi città non sono mai state un leone. Sono state un prodigio di artigianalità, di passione smodata per i libri e per la loro diffusione, di gestione oculata al centesimo. Erano luoghi a metà tra la bottega commerciale e il tempio dove officiare la religione del libro, e questo a un tempo in cui le generazioni che si succedevano una dopo l’altra in quella religione e in quel dio ci credevano.
Il dio-libro, quello che si sfoglia e si tocca, e ha quel sapore di carta che è un sapore unico al mondo, il sapore più importante della nostra vita e che l’ha modellata. A Catania, la città dove ho vissuto poco più di vent’anni, non c’era altro luogo che avesse il valore simbolico ed erotico della libreria “La cultura” di Ciccio di Stefano e Carmelo Volpe, due che di ciascun libro conoscevano a puntino il dna editoriale. Non c’era paghetta datami dai miei genitori che non venisse barattata con qualcuno dei loro libri. E non c’era momento più bello che entrare in quella libreria con accanto la fiamma bionda dei miei vent’anni, lei che sceglieva i suoi libri, io che sceglievo i miei.
Molti tra i ragazzi che hanno oggi vent’anni non sanno e non intendono di che cosa stia parlando. Se vogliono acquistare un libro non hanno che da cliccare da qualche parte nello sterminato oceano di Internet. Se vogliono sapere qualcosa di un determinato avvenimento o di un determinato personaggio, basta andare su Google ed ecco che alla velocità del lampo appaiono sullo schermo del loro computer 10 o 50 mila richiami accodati alla rinfusa, talvolta ottimi e preziosi, talvolta perfettamente inutili. Le grandi case editrici italiane stanno per avventurarsi nella produzione di e-book, di libri da leggere direttamente sul computer e ne vanno gambe all’aria gli onerosissimi costi di stampa, distribuzione, stivaggio, tali e tanti che la mia casa editrice, la Mondadori, dopo due anni manda al macero le copie invendute di un libro ché costa troppo tenerle in magazzino.
«Lo so che nessuno legge più i giornali», dice il giornalista americano interpretato da Russel Crowe nel recentissimo State of Play. Nessuno legge più i giornali, figuriamoci i libri. Se un giornalista radiofonico o televisivo mi rivolge qualche domanda su quello che sono e sto facendo, e io gli rispondo che sta per uscire un mio nuovo libro, vedo sul suo volto il disinteresse più assoluto. Magari gli avessi risposto che mi accingo a girare un “reality” accanto a Belen Rodriguez, quella sì una lecornia e una notizia che avrebbe attizzato i suoi ascoltatori e che avrebbe dato lustro all’intervista.
E con tutto questo i ventenni e poco oltre non sanno che cosa si perdono e di questo li compiango. Le piccole librerie sono luoghi insostituibili da quanto ci entri e trovi dei tesori che non conoscevi. Entri alla storica libreria “Bocca” di Milano, una libreria oggi in pericolo di vita perché il proprietario delle mura (il Comune di Milano) vorrebbe portare l’affitto annuo da 28 mila euro a 70 mila, e in fatto di storia dell’arte contemporanea e suoi annessi e connessi ti portano per mano a scovare inaudite meraviglie: cataloghi rari, plaquettes dimenticate, libri ormai introvabili.
Non è una librera, è una galleria d’arte fatta di carta. Oppure entri nella libreria di Italo Cossavella a Ivrea, la cittadina che Adriano Olivetti ha reso famosa nel mondo e dove oggi vivono meno di 30 mila abitanti. Ebbene la libreria di Italo di titoli di libri ne custodisce 60 mila, tutti scanditi per settore e argomento. E se chiedi, subito ti dicono e ti spiegano e dove e come. L’ultima volta che sono entrato in quella libreria ho chiesto se per caso avessero la biografia su James Joyce di Richard Elmann che Feltrinelli aveva pubblicato nel gennaio 1964 e che adesso è andata fuori catalogo. Italo ha fatto un ghigno strano, s’è allontanato un attimo ed è tornato con il tomone di Ellmann che mi ha regalato. M’avesse chiesto 200 euro glieli avrei dati al volo.
Librerie piccole, librerie inimmaginabili di incanti. Ad esempio la libreria di Giorgio Mosci a Roma, che se ne sta innanzi a quel Teatro Valle dove gli spettatori presero a insulti e a lanci di monetine il Luigi Pirandello di cui avevano appena visto e irriso il debutto dei Sei personaggi in cerca di autore, una delle opere teatrali capitali del Novecento. Da Giorgio devi entrare in punta di piedi, guardarti intorno, sussurrare i tuoi desiderata. Da lui trovi libri editi venti o trenta anni fa e che sono adesso divenuti introvabili le prime edizioni dell’Ottocento. Lui o te le trova o ti dice quando te le troverà.
Non è un libraio, è un complice e un ruffiano del tuo spasmo a cercare i libri e la loro bellezza. I libri i libri i libri. Da annusare, da toccare, da amare.
Giampiero Mughini
Pubblicato il giorno: 29/08/09
LIBERO

galloway








