
E’ il caso di tanti giornalisti che diventano scrittori i quali, dalle pagine dei loro giornali e settimanali passano, un giorno si e l’altro anche, a sfornare tomi su tomi su argomenti già cucinati sulle pagine dei loro quotidiani o riviste. Basti pensare soltanto alla immensa produzione editoriale che alimenta da anni ormai il mito del Cavaliere Presidente. Ma non è solo questa categoria a passare per “bibliomane”, ce ne sono tante altre. Come molti attori del mondo dello spettacolo, dello sport, oltre che della politica e della cultura in senso stretto e fuori delle aule delle istituzioni, quali le università e i centri deputati allo scopo.
In questi ultimi tempi è alla ribalta la categoria dei giudici i quali sono entrati trionfalmente a fare parte anch’essi della bibliomania. Hanno capito anche loro che nel mondo contemporaneo, nel quale la comunicazione ci viene servita ininterrottamente per tutte le ore della giornata, sentono sempre di più il bisogno, anzi la necessità, di spiegarsi meglio su tutto quanto riguarda il mondo della giustizia. Non so se vi è mai capitato di entrare in un archivio giudiziario e avere mai visto quelle stanze foderate di mura e corridoi fatti di scaffali ripieni di grossi faldoni con note, appunti, sentenze, indagini, rapporti, relazioni, registrazioni, trascrizioni, testimonianze… Un mare magnum di carte legate con stringhe, pacchi avvolti e sigillati con nastro adesivo. Fiumi di parole che documentano la vita dei singoli e della collettività di fronte alla legge.

E che legge! Il nostro Paese a questo proposito vanta la più elevata (per numero di leggi ) legislazione civile e penale del mondo intero. Un nostro vanto e merito, senza dubbio. Significa che siamo il Paese più garantista del globo. E questo non può che farci onore sulla scena del mondo. Adesso i giudici sentono la necessità di continuare a dire la loro anche spingendosi oltre quei milioni di faldoni che riempiono gli archivi della nostra giustizia. E pubblicano libri, nel tentativo di spiegarsi e spiegarci come vanno, non vanno o dovrebbero andare le cose. Essi tendono ad illustrare traguardi e problemi del loro lavoro su argomenti importanti. E ce ne sono di scottanti, come ad esempio la mafia e l’antimafia.
Qualcuno di essi ritiene di non essere ascoltato abbastanza e perciò scrive un libro e ce lo propone. Magari lo pubblica in contrasto con le posizioni scritte, avanzate e pubblicate da un altro suo collega. Entrambi i volumi vengono dati in pasto al pubblico comune dei lettori, ovviamente a pagamento. Sembra quasi che vogliano dire ai lettori “guardate gente, noi usciamo dai palazzi di Giustizia e vogliamo condividere con voi le nostre scoperte, voi che non avete mai messo piede in un tribunale, voi che non sapete nulla di mafia, antimafia, boss, colletti bianchi o neri”. Noi non possiamo non esserne felici e lusingati ma con i tanti libri che ci sommergono, corriamo il rischio di essere soffocati da queste onde che restano pur sempre maniacali per sindrome, appunto.
Che la bibliomania si diffonda in questo modo non può che far piacere. Tutti hanno diritto ad esprimere le proprie idee senza alcuna censura o prevenzione. Del resto nel mondo moderno della comunicazione mediatica tutti i mezzi sono buoni e ognuno può scrivere su se stesso o su altri il libro che vuole. Ci sarà sempre qualche editore che lo stamperà. Nel peggiore dei casi potrà scattare l’auto-promozione in rete e poi si vedrà. Chi fosse interessato ai libri dei magistrati cui si è fatto riferimento innanzi l’editore Rubettino nella «biblioteca delle toghe antimafia» ha pubblicato “Il Gotha di Cosa nostra”, rielaborazione della sentenza che lui stesso ha sottoscritto in un recente processo. E il pubblico ministero Maurizio de Lucia, che fino a due mesi fa ha lavorato nella stessa città, anche alla stessa indagine. Buona lettura e Buon Ferragosto!…

galloway








