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Elogio dell'Autunno

L'autunno è per definizione una stagione triste. Gli aggettivi e le espressioni usate per descriverlo in questo stato d'animo, caratterizzato dalla tristezza, sono infiniti: malinconico autunno, l'autunno della ragione, tristezze d'autunno, foglie morte d'autunno, tristi riti autunnali, l'autunno del nostro scontento, l'autunno del cuore, l'autunno della democrazia, l'autunno del pensiero, l'autunno della memoria, l'autunno dei morti e via tristeggiando.

Potremmo opporlo all’ “ottimismo della primavera” per il necessario equilibrio a vivere decentemente una vita che è fatta di tutte le stagioni. La parola autunno deriva dal francese antico “autompne”, in francese moderno “automne”. Più tardi la stessa voce venne a normalizzarsi sul latino “autumnus”. Ci sono esempi rari della parola fino al 12° secolo, ma si diffuse nel XVI.

Quale parola allora veniva usata per parlare di questa stagione di transizione? “Raccolto” era il termine maggiormente usato. Man mano però che lo spopolamento delle campagne venne ad accentuarsi si passò ad usare la parola “autunno”. Nel mondo anglosassone ci sono due termini per descrivere l’autunno: “autumn” e “fall”. Quest’ultimo porta con sè il significato di “cadere”. L’associazione alla caduta delle foglie è immediata. Questa immagine della “caduta dall’alto” caratterizza la parola in maniera quanto mai romantica.

In tutte le arti umane l’autunno, come le sue altre compagne di stagione, primavera, estate e inverno, sono state sempre celebrate. Nella musica, nella pittura, nella letteratura, nella fotografia. L’autunno di Vivaldi delle “Quattro Stagioni”, quello di Shelley nell’ “Ode al vento di Occidente”, di Carducci in “San Martino”, di Kandinsky nella pittura …

ll topos letterario della foglia morta, che cade ed è fragile, è affrontato da Leopardi, nella sua poesia Imitazione. San Martino di Carducci è un bozzetto naturalistico in cui i ritmi agresti autunnali mostrano una umanità semplice e serena. Anche in un’altra poesia della raccolta Odi barbare Carducci parla di autunno:

Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
Io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.

In “Novembre” Giovanni Pascoli l’autunno invece rappresenta la delusione di una primavera che non c’è più. Il sole così chiaro e gli albicocchi in fiore non fanno che perpetuare l’inganno: in realtà è “l’estate, fredda, dei morti”. Anche l’attività tipica autunnale dell’aratura dà spunto per un altro affresco sincero di carattere naturale nella poesia “Arano”, simile a San Martino di Carducci, ma con in più procedimenti tipici pascoliani dell’onomatopea (suo sottil tintinno) e della precisione lessicale (roggio, fratte, porche, marra, e infine moro nel senso di gelso). Analoga la poesia “Sera d’ottobre” in cui ricompaiono i campi arati e le foglie stridule. Importante anche la poesia “Nella nebbia” più descrittiva.

Sul tema della nebbia autunnale ritorna anche Corrado Covoni, poeta crepuscolare. “Soldati” di Ungaretti instaura una immediata, esclusiva, e per questo ancora più toccante, similitudine fra le foglie che cadono e gli uomini, i soldati, che durante la guerra morivano a migliaia. Si noti l’utilizzo del settenario, primo sentore di un ritorno del poeta ai metri classici della letteratura italiana:

Si sta come d’autunno
Sugli alberi le foglie

La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
urla e biancheggia il mare;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir dè tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira sù ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

Proprio stamane, mentre facevo la mia regolare ora di footing, osservavo come il sorgere del sole, da dietro i monti della costiera, coincideva in maniera quanto mai romantica col cadere delle foglie portate giù dal vento del mattino dai tanti platani che si allineano su quello straordinario lungomare di Maiori. Ero sceso di buon ora dai monti dell’interno e il mare m’era apparso scuro e minaccioso,ancora ricoperto dal buio dell’alba. I platani ondeggiavano al soffio del vento che annuncia l’autunno. Le foglie si staccavano e rotolavano sul selciato, frusciando silenziose verso la spiaggia. Alcune raggiungevano l’acqua, altre ritornavano ondeggiando. Gialle, rossicce, alcune ancora verdi, altre già malate, come quelle di cui parla Shelley nella sua poesia “Ode to the West Wind”. Foglie malate , “Hectic red “. Pronte a sbriciolarsi, colpite dal male della fine.

O WILD West Wind, thou breath of Autumn’s being
Thou from whose unseen presence the leaves dead
Are driven like ghosts from an enchanter fleeing,

Yellow, and black, and pale, and hectic red,
Pestilence-stricken multitudes! O thou 5
Who chariotest to their dark wintry bed

The wingèd seeds, where they lie cold and low,
Each like a corpse within its grave, until
Thine azure sister of the Spring shall blow

Her clarion o’er the dreaming earth, and fill 10
(Driving sweet buds like flocks to feed in air)
With living hues and odours plain and hill;

Wild Spirit, which art moving everywhere;
Destroyer and preserver; hear, O hear!

O Selvaggio Vento dell’Ovest, tuo è il respiro d’Autunno-
Tu dalla quale inosservata presenza le foglie morte
son guidate, come fantasmi che fuggano da un incantatore,
Gialle, e nere, e pallide, e rosso intenso,
Moltitudini colpite dalla pestilenza! — O tu
Che conduci al loro scuro letto invernale
i semi alati, dove riposano giù al freddo,
ognuno come un cadavere dentro la sua tomba,
finché la tua azzurra sorella Primavera soffierà
il suo corno sulla terra sognante, e riempirà
(Guidando i dolci germogli come greggi da nutrire nell’aria)
con vivide sfumature ed aromi la pianura e la collina -
Spirito Selvaggio, che si sposta ovunque —
Distruttore e Preservatore — ascolta, O ascolta!

Le foglie morte suscitano pensieri fatali. Rappresentano la malinconia finale di questa stagione che, se è da una parte la stagione del pessimismo e del destino che tocca tutti in natura, dall’altra simboleggia anche la necessaria transizione verso la rinascita. Il furore distruttivo e fatale del vento d’occidente di Shelley viene ben contrastato dalla poesia del giovane poeta, anche lui inglese, John Keats nella poesia “The Human Seasons”

Four Seasons fill the measure of the year;
There are four seasons in the mind of man:
He has his lusty Spring, when fancy clear
Takes in all beauty with an easy span:

He has his Summer, when luxuriously
Spring’s honied cud of youthful thought he loves
To ruminate, and by such dreaming high
Is nearest unto heaven: quiet coves

His soul has in its Autumn, when his wings
He furleth close; contented so to look
On mists in idleness–to let fair things
Pass by unheeded as a threshold brook.

He has his Winter too of pale misfeature,
Or else he would forego his mortal nature.

Quattro sono le stagioni che misurano l’anno;
Ci sono quattro stagioni nella mente dell’uomo:
La vogliosa primavera quando gli piace immaginare
La bellezza a portata di mano:

L’estate, quando ama rimasticare
Le trascorse dolcezze della gioventù,
E in questi sogni si sente vicino al cielo,
In tranquillo riparo la sua anima in autunno

Quando le sue ali richiude, felice soltanto
Di riflettere sul suo oziare, a far scorrere
Le cose belle senza rincorrerle, il ruscello
Della porta accanto. Ha anche il suo livido

Egli ha anche il pallido inverno
Che gli ricorda la sua natura mortale.

Il famoso monologo di William Shakespeare in “Così è se vi pare” recitato da Jaqui ci dà una lista dei sette diversi stadi nella vita di un uomo: infanzia, fanciullezza, innammorato, soldato, giudice, vecchio, morte. John Keats ne identifica invece solo quattro nel suo sonetto “Le stagioni degli uomini”. Confrontando la vita di un uomo allo scorrere del tempo nell’arco di un anno, egli dice che anche nella vita degli uomini ci sono quattro stadi, come le quattro stagioni. Il primo periodo è la “vogliosa primavera”. La giovinezza è paragonata all’estate. L’autunno è l’epoca della maturità, mentre la vecchiaia è l’inverno della vita.

La fanciullezza dell’uomo è “vogliosa” perchè epoca vigorosa, piena di vita e di forza. L’anno comincia con la primavera che è la stagione della freschezza e della gioia. Così come la nostra vita inizia con la fanciullezza che è fresca, brillante e piena di promesse. Un’età di innocenza, pulita, chiara, limpida, una condizione ideale di perfezione e di amore. Come i fiori profumati della primavera che annunciano l’inizio dell’anno, la nostra vita comincia dalla fanciullezza. La mente del bambino è fresca, fantasiosa e ricettiva, affascinata dalla bellezza che gli si presenta davanti. Egli è sempre pronto a rispondere alle proposte ed alle offerte che le natura gli propone.

Man mano che passa il tempo la vivacità della fanciullezza si tempera con il calore dell’estate della gioventù. Gode della bellezza in maniera più mitigata. Non è più vorace nei suoi desideri, non più disposto a digerire tutto. La mente della gioventù preferisce ruminare i bei ricordi d’infanzia e soddisfare così la sua fame. Gli sembra quasi di sognare nel suo pensare giovanile, insegue significati profondi e nascosti mentre sembra quasi come ritirarsi in un rifugio di se stesso.

Poi arriva l’autunno della sua vita, il periodo in cui acquisisce maturità e completezza, un’epoca di totale appagamento e saturazione. E’ un periodo di assoluto riposo, le sue ali sono ripiegate. L’uomo di mezza età diventa quasi ozioso e indifferente a tutte le cose che lo circondano. Vive la sua vita distaccato da tutto quanto prima lo affascinava. Le cose belle lo sfiorano soltanto. Nulla sembra attirarlo. Vive come in un “assenza”, in un oblio, invisibile alle pulsazioni della vita. Questa sensazione l’avverte in maniera sotterranea, impercettibile, come un ruscello che scorre silenzioso sotto la sabbia.

L’anno della sua vita si conclude con l’improvviso arrivo dell’inverno. Di questo ne assume l’aspetto, pallida immagine di una vita vissuta, costretto a soffrire disgrazie e sfortune, al limite della sua natura mortale. Le immagini che il poeta usa per descrivere i vari momenti delle stagioni sono molto forti, fatte per mezzo di metafore sia della natura che della mente. Ogni stanza descrive una stagione dell’uomo. Il distico finale gli serve per descrivere la sua inevitabile fine.

La lista delle presenze autunnali nell’uomo e nelle sue arti potrebbe continuare e questo post non finire mai. E invece devo chiudere e concludere. L’autunno è un breve spazio della nostra esistenza. Un momento che insieme a tanti altri forma il giorno della vita. Anche l’autunno finirà. Verrà un’altra stagione … Di stagione in stagione il nostro viaggio continuerà nel tempo e nello spazio. Per una foglia che cade e muore, altre nasceranno. Come per le foglie, così anche per noi uomini…

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