
Al giorno d’oggi questo tipo di “cultura generale” appare obsoleto in quanto basta accedere a Internet e con un semplice click su Google in un attimo sai tutto quanto vuoi sapere. Il che significa che la gente lentamente perde il suo originario istinto di orientamento, sia nello spazio che nel tempo. Può infatti demandare il compito di orientarsi al proprio computer-cellulare-tom-tom-navigatore-satellitare che sia. Non c’è bisogno più di mettersi in testa nozioni del genere in quanto esse possono essere reperite da questi strumenti che sono diventati appendici della mente umana. Tutto ciò pone oggettivamente dei seri problemi.
E’ lecito chiedersi, allora: serve ancora quella che un tempo veniva chiamata “cultura generale”? O meglio: Google uccide la conoscenza? Se non proprio vogliamo dare la colpa a Google, possiamo dire che la moderna tecnologia sta uccidendo la nostra cultura? O quanto meno le basi di quella che un tempo veniva chiamata “cultura generale”? E ancora: non è forse che sta cambiando il nostro antico concetto di “cultura” e quella “generale” in particolare? Ho sentito di recente alla TV alcune interviste fatte a studenti italiani i quali si stanno sottoponendo ai test di ammissione alle varie università per quelle facoltà dove c’è il numero chiuso. Ebbene, alle semplici domande di cultura generale poste molti di questi diplomati non sapevano la differenza tra la figura del Presidente della Repubblica e quella del Presidente del Consiglio. Per non dire poi di quando sono state poste delle domande specifiche, come quelle ad esempio dei candidati alla facoltà di medicina. Molti non hanno saputo dire cosa fosse la pressione oppure la differenza tra l’epatite e l’otite. Molti avrebbero tirato fuori il loro Blackberry e avrebbero posto la domanda a Google!
Desidero a questo punto portare un personale contributo in merito alla comprensione di questa “conoscenza generale” nella mia trascorsa esperienza di docente di lingua e letteratura inglese nelle scuole del nostro Paese per circa 40 anni. Raramente, o quasi mai, i ragazzi provenienti dalle scuole medie, iscritti agli istituti superiori, erano, ad esempio, a conoscenza di cosa si intende esattamente per Inghilterra, Gran Bretagna, Regno Unito o Isole Britanniche. Anche durante il mio breve periodo di ricercatore in un importante istituto universitario, quando ponevo la domanda, chiedendo le differenze in merito alla geopolitica inglese non mi veniva mai data l’esatta definizione ed identificazione di quella precisa realtà culturale che dovrebbe far parte della cultura generale minima di un giovane che si accinge a studiare una lingua straniera così importante quale l’inglese. Ancora oggi in ambiti acculturati è possibile trovare lacune del genere.

Ma, allora, un giovane dovrebbe conoscere le capitali del mondo oppure no? La conoscenza nozionistica serve oppure no? Le domande del tipo “mastermind” o “chi vuol essere milionario” servono oppure no? Come al solito la verità sta nel mezzo. Continuamente oscilla come un pendolo che non è altro che il pendolo della vita. Quella del soggetto che vive e pensa il suo tempo ed a questo deve relazionarsi. La capitale della Colombia va conosciuta se lo studente vuole studiare il mondo e la cultura ispano-americana. Altrimenti è bene che sappia come trovare questa capitale su di un atlante, col suo Blackberry o su Google. Insomma le antiche e tanto detestate “nozioni” devono essere inserite nei “fatti”. Da questi dipendono e con questi devono convivere nella mente dello studente. Quest’ultimo, a scuola, non deve studiare soltanto per superare gli esami e i relativi test a cui viene sottoposto. Dovrebbe capire anche il perchè di quei test e delle relative domande che gli vengono poste. Non conta il suo curriculum se non sviluppa anche le sue abilità di relazionare quanto studia e relazionarsi con sè stesso e con gli altri.
Penso a mia nipote Chiara di soli cinque anni la quale gira per le stanze di casa col cellulare dismesso di suo padre all’orecchio e conversa con le sue amiche immaginarie. Non tanto immaginarie, in quanto sento nomi delle sue amichette di scuola. Con esse intavola discussioni, conflitti e scelte, imitando alla perfezione gli atteggiamenti e le espressioni della madre e del padre quando usano quello strumento. E non basta, perchè sa già digitare alla perfezione sulla tastiera del pc, scegliendo i giochi e le immagini che privilegia. Per non dire poi del telecomando della tv, del dvd o della fotocamera digitale che già maneggia alla grande. Che genere di programmi stiamo preparando per studenti di questo tipo i quali, nel 2024, avranno accesso all’università? Dovremmo continuare a privilegiare le nozioni o i fatti? Il mondo del 2024 sarà un mondo molto diverso da quello di oggi. Il pendolo continuerà ad oscillare con ogni probabilità e la mia nipotina, come tutti gli altri che oggi hanno cinque anni, dovrà capire come, perchè e dove pendola. In altre parole, oltre a sapere, dovrà anche sapere rispondere ai perchè, oltre a trovare i modi su come quello stesso pendolo continuerà ad oscillare.

La domanda da porsi, a questo punto, è allora la seguente: Internet, e quindi Google, da quando sono apparsi nella nostra vita, sono una minaccia o un vantaggio alla vecchia cultura che tradizionalmente si rifà al concetto di “conoscenza generale”? Basta avere una conoscenza “orizzontale” per affrontare la vita nel terzo millennio? Fino a che punto Google e Internet sapranno dare gli strumenti per acquisire una conoscenza “verticale” e fare in modo che là dove le due rette si incontrano, in quel preciso punto, si accendano le luci della vera conoscenza che non avrà nulla di “generale” ma tutto di personale e universale?
Mi viene in mente a questo punto la storia di Thoth , così come la narrò Platone e da cui Massimo Fini ha tratto spunto per la stesura del suo ultimo libro che, sia detto tra parentesi, non mi è piaciuto molto. Platone narra che Thoth, una divinità egizia, aveva inventato la scrittura e sottopose l’idea in dono al re dell’Egitto dicendo che era “un elisir di memoria e saggezza”. Ma il re la trovò una scoperta orribile. Gli disse che quella invenzione avrebbe portato gli uomini a dimenticare in quanto, scrivendo, non avrebbero avuto più necessità di esercitarsi a ricordare. Si sarebbero fidati soltanto di ciò che era scritto, piuttosto che esercitare la propria mente. Era pericolosa la scrittura perchè non aiuta la memoria ma serve solo a ricordare. Per quanto riguarda poi la saggezza, è solo una parvenza lontana dalla verità.
Tutto ciò Platone lo scrisse 2400 anni fa e non poteva nemmeno immaginare cosa sarebbe successo parecchi secoli dopo con l’arrivo di Gutenberg. Ciò nonostante sembra che gli uomini siano riusciti a sopravvivere anche se con scarsa memoria e discutibile saggezza in termini di conoscenza generale. Le informazioni che abbiamo a disposizione nel mondo di oggi sono molto maggiori di quelle di un tempo. Le conoscenze generali possono così essere facilmente allargate e completate. Ma sapremo riconoscere il corretto punto di incontro tra quelle due rette di cui ho detto innanzi? Ognuno di noi saprà ritrovare l’esatta e precisa dimensione orizzontale e verticale della conoscenza? Internet e Google sono soltanto un mezzo o anche un fine?

galloway








