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I piaceri e i dubbi di un bibliomane

Uno dei piaceri più consistenti e personali di cui possa godere un amante di libri, un bibliomane come chi scrive, è quello di avere a portata di mano tutte le domande e le risposte che ciascun uomo fa e si pone giorno per giorno. E' chiaro che ogni libro contiene non solo domande ma offre anche risposte sulle quali sia l'autore che il lettore cercano di convergere. Chi ama leggere sa che può trovare le risposte ai suoi dubbi, alle quotidiane perplessità, ai continui conflitti con se stesso e con gli altri, cercando sugli scaffali della sua biblioteca, entrando in una biblioteca pubblica, oppure nella libreria all'angolo del suo paese. Ha a disposizione oggigiorno, ovviamente, anche il Web con la sua rete infinita di collegamenti.


Era da diverso tempo che io, ad esempio, mi ponevo delle domande sull’universo. Per pochi euri tempo fa avevo acquistato da IBS due best sellers firmati dal grande scienziato inglese Stephen Hawking: “La Teoria del Tutto” e “Dal Big Bang ai Buchi Neri”. Come sottotitoli i due volumi recitano “Origine e destino dell’universo” e “Breve storia del tempo”. Non c’è che dire, argomenti stimolanti dai quali scaturiscono domande come: da dove ebbe origine l’universo? Come e perchè ebbe inizio? Avrà mai fine e in tal caso come? Smetterà di espandersi e comincerà a contrarsi oppure si espanderà per sempre? Come ha avuto origine il cosmo? Qual è il destino che ci attende?

Chi non si è mai posto domande del genere? Anche io, nel mio piccolo. Con questi due libri acquistati in edizione economica credevo di avere acquistato anche il diritto ad avere delle risposte. In effetti, a conclusione della lettura, mi sono ritrovato a pormi altre domande, oltre a quelle dette innanzi.

Ecco, infatti, come leggo nella conclusione del primo libro: “Tuttavia, se riuscissimo a scoprire una teoria completa, col tempo tutti - e non solo pochi scienziati - dovrebbero essere in grado di comprenderla, almeno nei suoi principi generali. Saremmo quindi tutti in grado di prendere parte alla discussione sul perchè dell’universo esiste. E, se trovassimo la risposta a quest’ultima domanda, decreteremmo il definitivo trionfo della ragione umana, poichè allora conosceremmo il pensiero stesso di Dio”.

La chiusura del secondo libro, poi, è non meno dubitativa del primo se l’autore candidamente scrive: “Se però perverremo a scoprire una teoria completa, essa dovrebbe essere col tempo comprensibile a tutti nei suoi principi generali, e non solo a pochi scienziati. Noi tutti - filosofi, scienziati e gente comune - dovremmo allora essre in grado di partecipare alla discussione del probema del perchè noi e l’universo esistiamo. Se riusciremo a trovare risposta a questa domanda, decreteremmo il trionfo definitivo della ragione umana: giacchè allora conosceremmo la mente di Dio”.

Io appartengo senza alcun dubbio alla categoria della “gente comune”, che più comune non si può. E’ vero che sono un bibliomane e come tale mi pongo le classiche domande “chi-cosa-quando-dove-perchè” e non trovo una risposta che mi soddisfi. Ma scopro che tutto e sempre più “hebel” - “nebbia” come recita il “Qohelet”. “Chiunque può dare risposte: ma per fare domande ci vuole un genio” lo disse Oscar Wilde e lui, sì!, che era un genio.

Qohelet fa le domande. Qohelet è, perciò, l’unico autore che abbandona la visione biblica della storia intesa come un progetto divino in progressivo sviluppo lineare, «messianico». Con buona pace di Hawking, Qohelet vede la storia senza direzione; è come un carcere da cui è impossibile evadere. Esemplare per descrivere questa visione ciclica della storia è il paragrafo di 3,1-15, scandito da sette coppie di «tempi» che si ripetono perennemente senza varianti e novità: «tempo di nascere, tempo di morire… tempo di amare, tempo di odiare…». Dio «nel cuore umano ha posto anche il senso dell’eterno, ma l’uomo non riesce ad afferrare l’inizio e la fine della creazione divina» (3,1-i), cioè il destino e il senso dell’esistere. Dio ha dato all’uomo azione e intelligenza, eppure ha già strutturato tutta la storia in maniera definitiva così da «non potervi aggiungere nulla e nulla togliere».


Qohelet, «parola di Dio», allora? Il Dio di Qohelet è veramente un “Deus absconditus” nel senso pieno del termine. «L’immensità di Dio non ha per Qohelet nulla di rallegrante; meravigliosa in sé, resta pura impenetrabilità». I buoni motivi che egli può avere sono privi di valore per noi perché ci restano sconosciuti. Sulla visione qoheletica di Dio, chiamato piuttosto genericamente ha-’elohim, «il Dio» (32 volte su 40 presenze), fondamentali sono i passi di 3,14 e 4,17ss a cui rimandiamo, unitamente al commento che li accompagna. Per ora accontentiamoci solo di ricordare con A. Barucq che «il problema di Dio non interessa l’autore in quanto tale ma solamente in quanto esso interferisce con quello dell’uomo».

Dio è riconosciuto come creatore e giudice (3,17; 11,9; 12,1) ma la sua opera contiene in sé un’incomprensibilità tale da rendere vana non solo la contestazione ma qualsiasi tentativo di decifrazione. Infatti, «Dio è nei cieli e tu stai sulla terra…» (5,i) e l’uomo «non può contendere con chi è più forte di lui» (6,10).

Stephen Hawking sarà anche un grandissimo scienziato ma non ha saputo darmi delle risposte comprensibili, a me che faccio parte della “gente comune”. La risposta la trovo quindi in Qohelet e con essa cerco di accompagnarmi nel percorso della vita per non smarrirmi.

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