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La politica del burqa

In questo secolo del terzo millennio, sempre più tecnologico, un pezzo di stoffa confezionato in varie fogge, il burqa islamico, è diventato uno dei simboli più noti sulla faccia del nostro pianeta. La ragione va trovata nel fatto che il mondo contemporaneo è diventato improvvisamente "piatto". Si sono colmate distanze, risolte fratture, abbattuti muri e sono venute alla luce molte cose che prima erano nascoste, del tutto sconosciute oppure ritenute prima inesistenti. Il velo islamico è, appunto, uno degli esempi che questo livellamento ha generato.

La visione idilliaca di un mondo privo di conflittti etnici, religiosi e culturali sembra essere sempre più difficile nonostante il fervore di un’intesa universale. Vedere girare per le nostre città donne completamente coperte dalla testa ai piedi, fasciate da abiti neri o azzurri, fa una certa impressione. Suscita meraviglia, invita alla riflessione, solleva problemi. Ancora ieri in Italia, una rappresentante del mondo politico italiano, Daniela Santanchè, già membro del nostro Parlamento, è stata al centro di una manifestazione di violenza politico-religiosa che vede il velo islamico al centro delle discussioni.

Come sempre accade in questi casi, quando religione e politica si mescolano, le cose si complicano e diventa difficile comprendere le varie posizioni in campo. Se da un lato un mondo “piatto”significa la caduta di muri fatti di incomprensioni e la fine di conflitti antichi, dall’altro conduce all’incontro che diventa scontro tra diverse e antiche rivalità, mai risolte o addirittura rinnovate per fatti moderni e contigenti. Allora vuol dire che questo “appiattimento” costituisce l’altra faccia della medaglia, un pericoloso insostenibile livellamento che può provocare soltanto frizioni ed incomprensioni. Un burqa in giro per Algeri, Kabul o Abu Dabi non è la stessa cosa di uno a passeggio per Milano, Parigi o Napoli. Culture, tradizioni e religioni diverse difficilmente possono incontrarsi e convivere improvvisando contatti, rapporti e vicinanze che dovrebbero sostituire o sopire antichi conflitti, rivalità o invasioni.

Questa estate a Londra mi sono trovato a sedere nella metropolitana a fianco di due donne vestite completamente di nero. Solo una invisibile fessura alla copertura del capo permetteva alle due donne di osservare il mondo circostante. Lo spazio dei sedili di una metro è quello che sappiamo, la vettura zeppa di passeggeri impiedi. Tutti eravamo silenziosi, come imbarazzati e disarmati. Da quegli abiti emanava un sottile profumo di donna nascosta, al riparo dei nostri sguardi furtivi. Una strana atmosfera. Mia moglie ed io ci sentivamo come “nudi”. Sensazione credo avvertita anche dagli altri viaggiatori sulla Central Line londinese. Quelle due figure misteriose e provocanti erano come due corpi estranei venuti da un altro pianeta.

Avvertivamo tutti la grande, incolmabile distanza tra di noi a causa di quei vestiti neri. La stessa implacabile distanza che sembra quella cultura e quella religione vogliano far cadere tra i due sessi. Noi occidentali ci riconosciamo dai volti, dagli sguardi, dai sorrisi, dai lineamenti. Non sapremmo vivere senza queste sensazioni che danno forma e sostanza alla nostra quotidianità. Calate in quell’abito scuro le nostre compagne diventano quasi un’astrazione, come chiuse in una cella mobile.

Qui da noi in Europa infuriano le polemiche. In Italia si è parlato di un libro da poco uscito in lingua inglese. Un volume affascinante ed attuale, scritto da una scrittrice algerina Marnia Lazreg professore di sociologia al Graduate Center and Hunter College, City University of New York. L’autrice si chiede come mai gran parte delle donne mussulmane del mondo di oggi hanno deciso di indossare il velo. Lo fanno per pietà o per affermare l’orgoglio di essere mussulmane? Un abito del genere dà davvero alle donne mussulmane una maggiore protezione sessuale contro il maschilismo dei loro uomini? Il libro è scritto in forma di lettere indirizzate alle donne ed esamina questa discutibile tendenza che nei paesi di lingua cultura e religione araba potrebbe anche essere capita ed accettata. Il problema nasce quando si vuole affermare questa pratica anche in altre realtà religiose e culturali.

Marnia Lazreg non è una qualunque bensì rappresenta un’autorità culturale nel mondo medio orientale, in particolare in Algeria. Propone interviste e storie di vita vissuta su questo scottante argomento. Sostiene con forza il fatto che il velo non è affatto una categoria spirituale inclusa in quelli che sono i cinque pilastri dell’Islam. La pietà non può giustifare il suo uso, e sostiene che chi indossa il velo subisce effetti psicologici negativi, specialmente se giovane donne. Ella pensa che questa tendenza, diventata moda, è un progetto prettamente maschilista che favorisce la creazione di un mercato diretto alle donne per mezzo di letteratura, DVD, video su You Tube, corsi creati appositamente dagli uomini per insegnare alle donne mussulmane l’affermazione dei loro diritti indossanbdo appunto il burqa.

Nella patria dell’autrice del libro, l’Algeria, le donne hanno partecipato attivamente alla lotta di liberazione del loro Paese. Hanno in tal modo potuto affermare la loro identità collocandosi su di un livello di parità con gli uomini. Hanno perciò abbandonato il velo ritenuto una eredità arcaica e superata. Viene riesumato soltanto quando gli estremisti islamici intervengono usando il velo come mezzo strumentale di ribellione. La scrittrice nel suo pregevole libro reagisce all’uso del burqa allo stesso modo di come fanno molti occidentali. Si chiede se questa è una libera scelta oppure una imposizione sulle donne. Racconta nel suo libro diversi episodi sull’uso del velo tra i quali quello di quando un giorno volle recarsi in una moschea con addosso una veste lunga e larga, a maniche lunghe ed un foulard in testa. Un uomo la fermò all’ingresso e le disse di mettere addosso una specie di vestito a sacco usato se voleva entrare. Lei rifiutò perchè era una tela sporca e consunta. Lui replicò che il sacco era “certamente più pulito di te!” . Da qui se ne deduce che il velo non è un problema femminile bensì dei maschi.

La scrittrice non sembra apprezzare molto la condivisione del problema da parte delle femministe occidentali e nega decisamente che l’uso del velo dia più potere alle donne mussulmane. Mette in guardia anche le donne occidentali a non pensare che se le donne mussulmane abbandonano l’uso del velo questo sta a significare una vittoria di libertà da parte dell’occidente. Sarebbe solo una vittoria delle donne mussulmane e significherebbe un forte rinnovamento della civiltà mussulmana. Ma questo lo possono/devono fare soltanto le donne ricreando un nuovo spirito che purtroppo sembra andare contro quanto lei sostiene. E tu, eventuale lettore: che ne pensi?

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