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Lettera aperta alla Guida di latino Vittorio Todisco

Caro Vittorio, ho apprezzato le tue riflessioni sull'apertura del nuovo anno scolastico. Scopro con piacere che buona parte del percorso culturale che hai fatto all'interno della realtà scolastica italiana mi appartiene. E' sempre vero che gli uomini, per intendersi meglio, hanno bisogno di condividere nello spazio e nel tempo idee ed esperienze. Mi sembra che, per quando riguarda noi due, se possiamo farlo per l'età non altrettanto possiamo farlo per lo spazio condiviso. In effetti non abbiamo mai lavorato insieme, condividendo esperienze e progetti.


Sarebbe stato piacevole averti come collega di corso, in tutti i tipi di istituti superiori in cui ho avuto modo di insegnare la lingua e la letteratura inglese: dal classico allo scientifico, dal linguistico agli istituti sperimentali, dagli istituti tecnici ai professionali per il turismo. Oltre 35 anni di lavoro, senza ricordare nel mio caso anche il tempo trascorso all’università in qualità di assistente ricercatore borsista ministeriale. Un tempo abbastanza lungo per dire anche la mia, appoggiandomi a qualche osservazione che fai nel tuo post.

Avrei voluto avere il piacere di lavorare con te, o meglio con un docente di studi classici con la tua preparazione e sopratutto con la tua apertura mentale per condividere idee e progetti. Purtroppo, raramente ho avuto la fortuna di incontrare colleghi docenti di lettere classiche, (italiano, latino e greco), tanto per intenderci, i quali sapessero uscire dalla torre dorata dei loro saperi, scendendo dalla cattedra sulla quale si erano installati e aiutare gli studenti a “leggere” il mondo così come questo stesso mondo si materializzava ai loro occhi, allora come oggi. Parliamo, tanto per intenderci, degli anni della seconda metà del secolo scorso. I ruggenti e roventi anni sessanta-settanta. Il boom economico, ma anche il sessantotto, il terrorismo, la contestazione…

Poi, improvvisamente, la rivoluzione informatica ha fatto il mondo “piatto” con l’avvento del Web e della nuova tecnologia. Una seconda rivoluzione simile a quella industriale. Ma questa volta tecnologica e informativa. Poco più di una decina di anni fa, irrompe all’improvviso sulla scena. Non è solo la realtà della scuola italiana ad essere sconvolta ma l’intero sistema educativo internazionale ad essere messo in discussione. I giovani, tutti i giovani, senza distinzione di nazionalità, religione o condizione economica, sono coinvolti. Ma sopratutto si fanno coinvolgere. Un mondo improvvisamente diventato “piatto”, così come è stato ben descritto nel libro di successo dal titolo
“Il mondo è piatto”
.

Si sono abbattute barriere e distanze, colmate lacune e riempiti spazi. Il nostro pianeta è diventato “paese”. Facile da conoscere, visitare ed anche forse conquistare, per chi riesce a impossessarsi delle chiavi. Il sapere non è più un possesso esclusivo di pochi, non può più essere interpretato ed usato come potere. In una frase: la scuola non è più l’unico ente abilitato ad educare i giovani. I giovani oggi entrano nella scuola già tecnologicamente dotati, ma incapaci di gestire la conoscenza. La scuola non può continuare a ritenersi l’unica depositaria di saperi. Deve insegnare ad essi a saper gestire la conoscenza per interpretare il mondo.

E’ normale come tu dici nel tuo articolo che gli studenti siano quanto mai irrequieti di apprendere e cercano di andare altrove, anche all’estero, per confrontarsi con altre realtà che li metta in condizione di trovare il meglio ed il possibile per il loro futuro. Le condizioni economiche possono frustrare chiunque, ma non chi intende raggiungere un obiettivo preciso, faticando e lavorando come fanno milioni di studenti in tutto il mondo altrove. Perchè, questo è il nocciolo importante e decisivo del problema italiano: i nostri studenti intendono fare soltando il “lavoro” di studenti, senza toccare altra attività che li metta in condizione di guadagnarsi una certa indipendenza, oltre che mentale e psicologica, ed anche, e sopratutto, economica.

Ho conosciuto studenti inglesi, tedeschi, americani i quali, sin da tenera età si sono guadagnati da vivere e studiare, vendendo giornali, lavando piatti e latrine. Se mi si è permesso celebrare la mia esperienza di studente lavoratore mi limiterò a dire che agli inizi degli anni sessanta ho lavorato come manovale prima in Germania e poi in Inghilterra come infermiere in un ospedale mentale. Tutto questo per poter apprendere quelle lingue che non avrei mai potuto conoscere tra quelle mura universitarie dove quelle lingue si studiavano utilizzando grammatiche e testi modellati sulle grammatiche degli studi classici: il latino e il greco.

Il discorso mi ha portato lontano. Temo di avere detto troppe cose in una sola volta col rischio di confondere non solo te ma anche l’improbabile giovane studente che potrà leggere questo post. Tu conosci bene la realtà del mondo moderno in quanto le tue conoscenze della lingua e della cultura latina le sai “gestire” mutuandole attraverso la conoscenza della lingua inglese. Quanti colleghi conosci, o hai conosciuto durante i tuoi anni di insegnamento, che sappiano fare la stessa cosa?

Per decenni mi sono scontrato con genitori i quali pagavano fior di soldi in lezioni private di latino e greco e trascuravano la conoscenza delle lingue moderne, quali inglese, spagnolo, tedesco e francese, per non parlare dell’arabo. Dico ciò non per sciocca gelosia o per competizione economica, ma per dichiarare, senza timore di essere smentito, che quei genitori con i loro docenti classici, non sapevano leggere i cambiamenti che il mondo stava subendo fuori di quelle mura scolastiche. Oggi accade ciò che tu hai ben messo in evidenza e che io mi sono permesso di commentare. Spero di non avere suscitato la tua “ira funesta” e di accettare queste osservazioni in tutta lealtà.

Auguri a tutti noi che dobbiamo ritenerci eterni studenti in nome dell’antico: “più so, più so di non sapere”.

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