
Ricordo che durante la visita a Ginevra al Palazzo delle Nazioni Unite alcuni studenti mi domandarono come mai l’uomo ama le utopie e pratica le crudeltà. Quella frase mi è venuta in mente leggendo il capitolo introduttivo di questo libro sui Diritti Umani. “L’uomo animale crudele” è una frase che davvero la dice tutta su chi siano veramente gli esseri umani. Ma questa verità orribile non la si può dire per intera a chi è giovane e sogna di cambiare il mondo. E’ bene che chi è giovane faccia le sue scoperte liberamente senza essere influenzato.
Per questa ragione cercammo anche di sdrammatizzare l’enunciazione di quelle 31 regole sui Diritti Umani così come erano state scritte dalla Convenzione di Ginevra del 1949. Decidemmo di adottare la tecnica delle vignette, così come erano state pubblicate in un opuscolo in lingua inglese edito appositamente per l’insegnamento nelle scuole di tutto il mondo. Quel lavoro lo traducemmo in un PDF intitolato Insegnare i Diritti Umani visibile qui al link. Ricordo che in quei giorni fu una novità in assoluto. Quello non era ancora il tempo della Rete e della multimedialità spinta e sofisticata come quella di oggi. Per giunta tutto veniva fatto artigianalmente in un periferico Liceo della provincia meridionale italiana, allora in un grande fremito di crescita e di espansione.

Pensieri che sono venuti in superficie nella mia mente quando mi è capitato tra le mani questo volume che si occupa di Diritti Umani, un tema come si può comprendere antico ma sempre attuale. Non per questo romanticamente “utopista” se le cose di questo mondo sembrano procedere sempre allo stesso modo. La presentazione di questo libro sembra confermare questo mio scetticismo. L’uomo continua ad apparire, e spero a non essere, sempre lo stesso “animale crudele” di sempre. Alla domanda di quegli studenti ancora oggi, a distanza di tanto tempo, non so dare una risposta. Forse non la dà nemmeno la lettura di questo volume che comunque consiglio a chi ama le utopie. Vivere, dopo tutto, significa anche avere almeno il Diritto di sognare.
Il problema essenziale dei diritti umani, che può sembrare forse ingenuo porre, è al contrario un problema che nessuno può eludere: come mai la dottrina dei diritti umani, che oramai è parte essenziale del patrimonio dell’umanità, ed è divenuta anzi una nuova e possente religione laica ora che la forza propulsiva delle religioni tradizionali si sta spegnendo, è ogni giorno calpestata e negata? Come mai ogni giorno uomini maltrattano, sfruttano, torturano, uccidono altri uomini? Domanda certo elementare, che numerosi filosofi si sono posti già tante volte. È la domanda che tormentava Primo Levi ed Elie Wiesel ad Auschwitz, quando si interrogavano sulle ragioni della disumanità che erano costretti a subire.
Si possono trovare tante ragioni e motivazioni di carattere storico e sociale per spiegare tutte queste manifestazioni di disprezzo profondo per l’altro. Al di là delle spiegazioni specifiche, esistono però fattori più generali, senza i quali non riusciremmo a spiegare perché la disumanità si ripete nel tempo e nello spazio, benché oggi - a differenza di ieri esista un decalogo di diritti fondamentali che consente di qualificare e condannare tali manifestazioni come violazioni flagranti dei diritti umani.
Un tentativo di risposta è nelle parole che un grande scienziato francese, Jean Hamburger, pronunciò una quindicina di anni fa nel corso di un incontro a Strasburgo. Hamburger notò giustamente che non c’è nulla di più falso che sostenere che i diritti umani sono fondati sulla natura dell’uomo. L’ordine biologico naturale, egli notava, è invece basato sulla crudeltà, sulla sopraffazione, sul disprezzo dell’individuo, sull’ingiustizia. Le norme etiche e la dottrina dei diritti umani esprimono un rifiuto dell’ordine biologico, una ribellione contro la legge della natura. Esiste dunque un uomo biologico e un uomo sociale, si potrebbe dire. I diritti umani costituiscono una battaglia quotidiana dell’ homo socialis contro il ritorno alla condizione animale, “una sorta di creazione attiva e quotidiana, una ribellione continua che dà senso e originalità alla vita dell’uomo”.
Questa ribellione continua si manifesta oggi soprattutto a due livelli. Da una parte la società civile, oramai a livello planetario, si indigna e insorge contro ogni prevaricazione, e soprattutto contro la riduzione degli esseri umani a semplici elementi di un enorme mercato mondiale. I movimenti spontanei come quello di Seattle o di Genova, malgrado estremismi e non poche ingenuità, esprimono il desiderio di cogestire talune esigenze fondamentali: il diritto al lavoro, alla salute, a un ambiente sano, a una vita dignitosa. Le organizzazioni non governative, sempre più numerose e vivaci, esercitano una pressione crescente sui governi, cercando di condizionarne le scelte, soprattutto nel senso di sollecitare i governi a tener conto di interessi generali più che di esigenze nazionali o di interessi a breve termine.
Oltre però alla società civile internazionale, più o meno articolata e organizzata, si assiste anche al diffondersi di una domanda sempre iù pressante di giustizia. Gli individui si rivolgono sempre più spesso ai giudici, civili o penali, per ottenere giustizia per torti subiti da organi del proprio stato o di uno stato estero. Gli individui non hanno più paura del Leviatano e della protezione che esso ha sempre fornito ai suoi organi, soprattutto quelli supremi, ma contestano il potere sovrano e la sua espressione, e non temono di trascinare in giudizio uomini di stato. Tutti sanno quel che è avvenuto a Pinochet. Semplici individui hanno osato contestare davanti a giudici i crimini di cui si sarebbero macchiati anche altri ex capi di stato o di governo, o alti dignitari in carica: Hissène Habré in Senegal e in Belgio, Fidel Castro in Spagna, Gheddafi in Francia, Sharon in Belgio, Kissinger e l’ex ministro della Difesa e l’ex capo dell’esercito del Salvador negli Usa, la leadership ruandese attuale, in Francia e in Spagna. Non ha importanza che in molti di questi casi i giudici abbiano seguito vecchie concezioni e respinto l’azione giudiziaria. Quel che conta è che non si ha più timore di sfidare i rappresentanti del Leviatano.
Si aggiunga che nel frattempo i due Tribunali penali internazionali (per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda) stanno operando con solerzia, condannando leader politici e militari colpevoli di gravi crimini internazionali, e la Corte penale internazionale ha cominciato ad amministrare la giustizia. Si aggiunga ancora che gli individui non temono ora di chiamare in causa addirittura gli stati come tali: un cittadino del Kuwait ha convenuto in giudizio questo stato davanti ai tribunali inglesi per aver subito atti di tortura in Kuwait; cittadini cinesi si sono rivolti alla Corte di Tokyo per i danni subiti a causa dell’uso di armi batteriologiche in Cina da parte delle forze armate giapponesi, negli anni quaranta; e cittadini della Repubblica federale jugoslava hanno accusato davanti ai giudici italiani il governo italiano per aver partecipato al bombardamento della Televisione di Belgrado, nel 1999. Ancora una volta, conta poco che anche in questi casi i giudici spesso difendono lo stato accusato. Resta il fatto che gli individui non sono più disposti a subire passivamente le angherie, né intendono più seguire le tradizionali vie diplomatiche. Oggigiorno gli individui prendono nelle proprie mani ogni rivendicazione di diritti, fanno a meno di intermediari, e invocano il diritto internazionale direttamente davanti ai giudici dello stato accusato di aver violato quel diritto…
A. CASSESE: “Il sogno dei Diritti Umani”, Feltrinelli, Milano, 2009

galloway








