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"Streghe, guaritori, istigatori"

Per la non modica somma di 23,20 euro mi sono fatto spedire da IBS un libro che parla di "Streghe, Guaritori, Istigatori", ovvero "Casi di Inquisizione nella Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno in età moderna", vale a dire gli anni che vanno dal 1680 al 1759 ed anche prima. Un libro scritto da una studiosa di microstoria della realtà culturale meridionale, la prof. Gaetana Mazza, presentata da uno storico di fama nazionale quale è Adriano Prosperi, professore ordinario di Storia dell’Età della Riforma e della Controriforma alla Scuola Normale dal 2002, membro dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia degli Intronati.

Nel Cinquecento l’Inquisizione, sorta nel XIII secolo per contrastare i movimenti ereticali, cominciò ad occuparsi anche dei processi per i reati contro la morale, tradizionalmente di competenza vescovile, come concubinato, usura, spergiuro, bestemmia. Nel Regno di Napoli, dove non furono ammesse né l’Inquisizione romana né quella spagnola, furono nell’età moderna i tribunali diocesani a giudicare in materia di eresia. Dall’esame di questi processi, rinvenuti nell’Archivio Diocesano di Sarno, emerge che la lotta all’eresia fu combattuta aspramente dai vescovi, che operavano in qualità di inquisitori e disponevano di una fitta rete di controllo del territorio. Il testo presenta problematiche e modalità di funzionamento dell’inquisizione diocesana in età moderna, avvalendosi di un’ampia documentazione archivistica inedita. Gli atti processuali, soprattutto quelli sulle streghe, si rivelano anche una fonte preziosa per la conoscenza della vita quotidiana nell’agro sarnese.

Diviso in due parti, il volume si articola in una ventina di capitoli cadenzati da una documentazione fatta di nomi, di luoghi, di date ed avvenimenti. Seguono un’appendice documentaria, le fonti di ricerca e riferimenti bibliografici. Il tutto è preceduto dalla presentazione del prof. Adriano Prosperi e dall’introduzione dell’autrice. Non che l’argomento sia molto attraente per i miei gusti di lettura, nè tanto edificante da giustificare un acquisto del genere. Ma è che l’ambiente sul quale l’autrice del libro ha rivolto la sua attenzione, con una minuziosa ed approfondita ricerca, mi tocca da vicino in quanto in quella parte del profondo sud, ma non tanto a sud, dopo tutto, ho trascorso gran parte della mia esistenza. L’agro nocerino-sarnese è un quanto mai vasto e variegato bacino dell’entroterra campano, una realtà molto ricca ed antica di tradizioni e di storia.

Ad uno dei suoi serbatoi profondi, quale può essere considerato un archivio diocesano, la docente e scrittrice Gaetana Mazza ha attinto la sua documentazione. Un lavoro che le è costato, a quanto pare, circa quattro anni di lavoro e che vede la luce dopo un’avvenuta presunta azione di censura da parte delle autorità diocesane. Queste ultime, negli anni scorsi, si sarebbero, anzi, si sono opposte alla pubblicazione di questa ricerca, ottenendo non solo il fermo dell’opera già stampata, ma anche la sua distruzione, dopo di avere vinto in punta di diritto una vertenza legale con il primo editore. Una censura definita “anacronistica”, se con un termine del genere si intende “fuori del tempo”, avulsa, appunto, dal nostro contesto temporale, in cui cose del genere non accadono più. Per grazia di Dio, è il caso di dire.

Tutto questo vale come premessa per contestualizzare un libro che riporta alla mia memoria personale analoghe, ma non simili sensazioni, a quelle suscitate nella mente di Gaetana Mazza. L’autrice del libro ed il sottoscritto, pur se legati da una superficiale ma rispettosa conoscenza personale di famiglia, hanno idee ed opinioni molto diverse in merito alle questioni che il libro solleva. Non intendo negare con ciò la validità e la verità di quanto lei afferma o documenta. E’ che tutto il suo libro, come del resto lascia bene intendere sin dall’inizio l’ampia introduzione del prof. Prosperi, ha un’intenzione meramente accusatoria, anche se fortemente probatoria. Ma io modestamente ritengo che lo stesso libro non ha alcunchè di costruttivo. La parte “destruens” prevale volutamente su quella “costruens”, per così dire. Il riconoscimento che lei si sente di dare al prefatore, a conclusione della sua introduzione, non esimia il lettore dall’impressione che questo lavoro di certosina ricerca, sia un libro scritto volutamente “a tesi”, vale a dire con il solo intento di scavare per demolire, denunciare per condannare, moraleggiare per demoralizzare.

Non si comprende bene, infatti, cosa voglia dire quando l’autrice ringrazia il prof. Prosperi per averla “salvata dal precipizio in cui stava affondando, quando insieme al libro “Sant’Uffizio”, è stato fatto a pezzi un universo di certezze. La “scure” ha fatto a pezzi anche la mia anima e io non sarà mai più come prima”. Sarebbe stato utile e gratificante per i lettori conoscere meglio il senso di quella “scure” e di quel “precipizio” a cui lei fa riferimento. Nel suo fervore moralistico-documentale non si accorge di avere scagliato il povero lettore in quello stesso “precipizio”, magari dopo avergli fatto assaggiare il taglio di quella tremenda “scure” di cui parla. Non ci viene data nessuna spiegazione del comportamento delle autorità della diocesi a non volere vedere pubblicato il suo libro. Si parla soltanto di “anacronistica censura” e non ci si dà modo di capirne il senso. Anzi no, si fa diventare il libro stesso una sorta di “prova provata” che questo tipo di “censura” è ancora praticato in ambienti religiosi, ed in fondo in fondo, da tutta l’intera Chiesa Cattolica. Si intende in tal modo continuare “ad infinitum” una politica, una filosofia, insomma un “credo” che trascina i credenti in un “precipizio”, magari dopo averne mozzato il capo e la mente con quella “scure” che l’autrice ha avuto, a suo dire, la sventura di sentire sulla sua pelle.

A me sembra che il grande limite di questo libro consiste nel fatto che chi l’ha scritto non ha saputo dare o trovare una risposta a questi interrogativi. Sono libri “a tesi” questi, cioè scritti con un pregiudizio in mente, una condanna da pronunciare ed una conclusione da tirare, in nome e per conto di chi legge. Gli archivi, i musei e le biblioteche di tutto il mondo sono piene di documenti simili a quelli di cui si occupa la Mazza in questo libro. Ricordo quando visitai il museo delle streghe di Salem negli USA. Un luogo famoso per averne visto bruciare o impiccare in poco tempo parecchie in nome e per conto sopratutto dell’ignoranza.

Ne ebbi un’impressione indelebile. Leggendo quelle carte e quei documenti che erano in bella mostra ai visitatori sembrava davvero cadere dentro insondabili “precipizi” dell’anima umana. Ma la mente dell’uomo, a distanza di tanto tempo, può andare “oltre” quella triste, avvilente realtà del tempo in cui quegli stessi episodi accaddero. Si può e si deve sapere andare “oltre”. A mio sommesso parere, l’autrice di questo pur pregevole e documentato lavoro non ha saputo farlo. In sintesi lei scava per demolire, denuncia per condannare, moraleggia per demoralizzare. Non ha saputo uscire dal “corridoio buio ed angusto” della sua tormentata infanzia che quando era bambina la portava da quell’asilo delle monache di Piazza Croce nella chiesa del convento a biascicare incomprensibili preghiere che l’avrebbero portata a vedere soltanto “streghe, guaritori e istigatori”.

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