
Questo volume, scritto da due studiosi di psicologia e neuropsicologia, discute alcuni luoghi comuni associati alla relazione mente-corpo, cervello-psiche, natura-cultura, mettendoci in guardia dalle ricadute culturali che un uso distorto delle possibilità aperte dalle nuove e potenti tecnologie di neuroimmagine può comportare.
Questo libro racconta una storia recente. Una storia che ha radici antiche, alle origini della psicologia, nella seconda metà dell’Ottocento. Fu da allora che la psicologia subentrò, un po’ alla volta, a saperi più tradizionali, in primis la filosofia. Concetti come «anima» e «ragione», su cui i filosofi e teologi avevano dibattuto a lungo, vennero da un lato fatti propri (ragione e razionalità) o, al contrario, espunti dal campo dell’indagine scientifica per diventare oggetto di credo personale (cfr. anima). In questa epoca potrebbe sembrare che stia succedendo qualcosa del genere per la mente, il campo di studio tradizionale della psicologia.
Oggi le varie discipline nate grazie al prefisso «neuro», di cui parleremo più avanti, stanno cercando, per così dire, di scavalcare la mente, l’oggetto di studio della psicologia. È una manovra che avviene, sostanzialmente, cercando di contrabbandare sotto queste nuove etichette le conoscenze che abbiamo cumulato in decenni di studi di psicologia e di neuropsicologia.
La neuropsicologia, come vedremo meglio nel primo capitolo, avrebbe potuto benissimo coprire tutto l’ambito di studi dei rapporti tra mente e cervello. Perché si preferisce oggi frammentarla in discipline particolari? Questo sta forse avvenendo per dare l’impressione che siano sorti nuovi saperi, a fianco della psicologia e della neuropsicologia? Le novità spesso seducono proprio per il fatto di apparire come novità, almeno agli occhi dei non esperti. Si affacciano oggi sulla scena nuovi ambiti di ricerca, caratterizzati dal cortocircuito tra saperi antichi – come l’economia, l’etica, la politica e persino la teologia – e le scoperte sul funzionamento del cervello. Questi nuovi scenari, e le loro conseguenze, saranno l’oggetto di questa «voce».
Si potrebbe supporre che la frammentazione di saperi antichi in nuove discipline non sia altro che l’effetto di una moda indotta dalla divulgazione scientifica, qualcosa insomma che viene propagandato per sedurre i non addetti ai lavori. Cercheremo invece qui di mostrare che assistiamo ad un processo di portata più vasta. Oppure potrebbe darsi che il tutto sia riconducibile ad una competizione tra territori accademici, quali sono la neuropsicologia e la psicologia a fronte delle nuove discipline. In tal caso la questione non andrebbe molto al di là di un consueto dibattito tra specialisti. A noi la posta in gioco appare più alta.
Quando un lettore ingenuo scopre su un giornale che è stato identificato il luogo del cervello deputato all’innamoramento, è incline ad interpretare l’innamoramento stesso come qualcosa di «biologicamente determinato». A questo alludono gli articoli divulgativi corredati di foto a colori che ci «mostrano», ad esempio, il centro dell’innamoramento o del disgusto localizzati in una precisa area del cervello.
Non va poi dimenticato che la definizione dei rapporti tra mente e corpo, tra psiche e cervello, può oggi coinvolgere scelte di politica sociale e di benessere. Se il corpo, o meglio quella parte del corpo che è il cervello, diviene il sistema di riferimento, e se poi, all’interno di tale sistema di riferimento, si propagandano nuove discipline, di cui ci occuperemo nei prossimi capitoli, allora i processi mentali passano sullo sfondo. E, insieme ad essi, passano sullo sfondo anche il benessere o il malessere mentale. Può succedere che, consapevolmente o meno, finiamo per orientarci verso scelte influenzate dall’intreccio, grazie alle nuove tecnologie, tra «naturale» (quando inizia e finisce la vita del cervello?), «culturale» (quando decidiamo che è iniziata o finita la sua vita?), e persino «politico» (posso decidere preventivamente di far terminare la vita del mio cervello se perde funzioni vitali?).
La vicenda che cercheremo di ricostruire presenta un interesse generale anche perché le nuove discipline «neuro» collocano sullo sfondo un punto di vista imperante circa quarant’anni fa, ai tempi del mitico ‘68. Allora prevaleva un’impostazione ideologica che vedeva nei fatti del mondo l’esito di un processo di costruzione non tanto di una mente singola ma di più menti, l’esito cioè dell’azione di fattori sociali e culturali nel plasmare il nostro agire quotidiano. Oggi il pendolo è passato radicalmente dall’altra parte grazie all’influenza di queste presunte nuove discipline, create premettendo il prefisso «neuro» a saperi nobili e antichi.
In questa storia, che sarà l’oggetto di questa «voce» a due voci, si mescolano molti elementi che cercheremo insieme di dipanare e chiarire, risalendo anche alla storia di recenti scoperte, presentate spesso senza rintracciarne le origini e le criticità. Inizieremo così, nel prossimo capitolo, con l’esame delle varie concezioni sul funzionamento del cervello, un’avventura della ricerca che inizia nella seconda metà dell’Ottocento, per poi arrivare alla scena attuale, a nostro avviso affascinante …
P. Legrenzi - C. Umiltà: NEUROMANIA - Il Mulino

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