
Ogni fatto di vita ha un suo inevitabile inizio, uno sviluppo ed una conclusione. All’interno di questo semplice e genuino intreccio si dipana la vicenda dei singoli e di ogni comunità. Così è da millenni, sin dai tempi della Bibbia ed anche prima. Ma oggi qualcosa sta accadendo a questo intreccio semplice eppure quanto mai complesso che si è venuto a creare nel corso del tempo. L’informazione che ogni mattina riceviamo come una qualsiasi altra merce la consumiamo in maniera sempre più rapida, stimolante e sfuggente. Resta ben poco in noi di quanto leggiamo sulla pagina dello schermo sul quale leggiamo. Subito si dissolve per passare poi alla pagina siccessiva. Le parole che descrivono i modi nei quali comunichiamo li conosciamo tutti ormai, sopratutto i bambini: click, tweet, e-mail, twitter, skim, browse, scan, blog, text … sono parole che fanno parte del linguaggio digitale contemporaneo. Siamo sempre all’erta per ricevere ed intercettare nuovi messaggi su cellulare, blackberry, portatile che sia. Una patologia che qualcuno in inglese l’ha riassunta con l’acronimo C.P.A. Continuous Partial Attention, Attenzione Continua Perenne. Un bombardamento mediatico dal quale non si scappa.
Tutto ciò cambia sia il modo di scrivere che quello di leggere. E’ solo un susseguirsi di attimi informativi, brandelli che difficilmente si riesce a mettere insieme per formare il mosaico del contesto della notizia. Sia essa in forma di vicenda, storia, fatto. Questa come quella di una qualsiasi storia deve necessariamente avere un principio, uno sviluppo, una conclusione. Se si trasmettono e si ricevono solamente pezzi, frammenti, brandelli di informazione, si riceverà una percezione falsata e parziale di quella che è la realtà. Ecco spiegata la ragione per la quale molti di noi oggi incontrano difficoltà a penetrare nel tessuto narrativo di un romanzo. C’è bisogno di concentrazione, contemplazione, oggettivazione di quanto si legge. La parola stampata sulla carta ha un valore di permanenza. La pagina tradizionale invita al ritorno, alla pausa, alla ricerca visuale e immaginaria di quanto si legge. La parola sullo schermo del desktop o, peggio, del blackberry, è volatile, veloce, mutevole e sfuggente come una particella, una molecola. E’ più una apparizione che una realtà. E’ empre più difficile che possa rimanere e fermarsi nella mente del lettore.

La storia, allora, non ha la possibilità di distendersi nella mente del lettore, in modo da permanere per resistere come ricordo. L’ambiente in cui deve trovare spazio deve essere accogliente altrimenti non rimane nulla di quanto si è letto. E’ di pochi mesi la notizia che il MIT ha creato un apposito laboratorio per la protezione e la conservazione del racconto tradizionale. Sembrerebbe un’idea eccentrica ma non lo è affatto. Si pensi, infatti, che il raccontare storie è la culla della civiltà. Nel momento in cui entriamo in contatto con gli altri cominciamo a creare delle storie. E questo fatto, che è una possibilità importante, ci aiuta a dare senso al mondo, perchè entriamo nella mente di qualcun altro. Ad una certa età si raccontano storie per dare vita a piccoli musei della memoria. Non importa se queste sono vere o false. Un storia, scritta o orale, appartiene ad ogni cultura. Ma per seguirla si ha bisogno di tempo e di concentrazione. Una vera storia non si limita a trasmettere una informazione. Invita il lettore o l’ascoltatore a fare da testimone dell’evento narrato.
Una storia ci introduce a situazioni, persone e problemi che possono andare al di là della nostra esperienza, in maniera contemplativa e graduale. In un certo qual modo è la più antica e migliore realtà virtuale che sia mai stata creata. Internet, mentre comunica tante informazioni in maniera così efficace, non “crea” narrazioni, storie, racconti. Che cosa è in fondo un blog se non un contenitore, una scatola di sapone, buono a tutti gli usi? Facebook certamente è un buon posto a disposizione di tutti per raccontare storie. Ma non per le storie in sè. La tradizionale narrativa di ampio respiro esiste ancora sul grande e piccolo schermo, ma il lettore elettronico lo sta lentamente pilotando altrove. In rete non si trovano storie che vanno al di là delle mille parole.

Nel frattempo che accade ai giovani? A scuola come studiano? Certamente non più quelle decine e decine di pagine di storia, filosofia e letteratura da leggere, sottolineare e sintetizzare per poi elaborare e ricreare in classe oralmente o per iscritto. Il sapere è frammentato in domande e risposte, il più delle volte pletoriche ed effimere, legate all’attualità, solo uno spuntino di una cultura che resta di assaggio temporaneo e di cui ben poco rimane. La trama è scomparsa, il grosso tessuto narrativo e discorsivo è scomparso. Eppure continua ad esserci fame e sete di storie da leggere e narrare che diano forma e significato all’esperienza collettiva ed individuale. Barak Obama è stato eletto Presidente degli USA in gran parte perchè aveva una sua storia personale alle spalle, un filo narrativo che ha inizio nelle Hawai e finisce alla Casa Bianca, passando per il Kenya e Chicago.
Le storie che attirano sempre gli uomini sono quelle che da brevi notizie si trasformano in narrazioni che hanno un inizio, uno sviluppo ed una conclusione. Una delle ragioni per le quali si può comprendere il successo di un uomo come l’attuale Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi va ritrovata sostanzialmente nella narrazione dei fatti della sua vita. La sua popolarità, al di là di qualsiasi valutazione di ordine politico ed ideologico, va trovata nei fatti della sua vita passata, nelle sue problematiche pubbliche e private del presente, il tutto proiettato verso un futuro che non riguarda soltanto la sua vita di uomo pubblico e privato ma anche quello di una intera nazione. E non sembri un paradosso o una forzatura quanto si è detto. La storia degli uomini ruota sempre intorno alle vicende di una persona, siano uomini semplici o difficili, oscuri o famosi.

Le storie degli altri ci attirano sempre, specialmente se sono persone che appaiono improvvisamente sulla scena della comunicazione contemporanea.
Magari in maniera del tutto inaspettata, provenienti da qualsiasi settore sociale. Abbiamo bisogno, quindi, che tutta la tecnologia che ci circonda oggi sappia modulare velocità e facilità di trasmissione delle storie in maniera nuova e creativa, assecondando i nuovi bisogni e le diverse esigenze di chi legge, scrive e trasmette. E’ di questi giorni un esperimento in tal senso tentato in Giappone dove, da diversi mesi, è in atto quella che è stata definita l’esplosione del “romanzo a pollice”, keitai shosetsu, racconti saghe di libri che possono essere scaricati sul telefonino e letti una pagina per volta.
Questi racconti telefonici sono scritti in un linguaggio tipico della rete, con simboli e brandelli di testo. Ma sono storie con protagonisti, con un inizio ed una fine. Sono diventati estrememente popolari. A fare le spese di questa popolarità sono le vendite dei libri tradizionali decisamente in calo. Una prova provata questa che il bisogno del racconto tradizionale non è venuto meno, è ancora presente, innervato, per così dire, nella natura degli uomini. Tutto sta a farlo convivere con le nuove forme della tecnologia. La parola continua ad essere il principio di tutto. Sta scritto nella Bibbia e questa, si sa, non fu scritta con un “twitter”.

Alle donne in genere, e a mia moglie in particolare, piacciono le storie, comunque siano esse scritte o narrate. Una volta che ha iniziato a leggere un libro nessuno potrà mai staccarla da quelle pagine. La stessa cosa accade quando si incolla davanti alla TV per un racconto, un film o una commedia. Deve necessariamente vedere “come va a finire”. Sta in questo il fascino della narrativa che, sia detto in tutta franchezza, a me non è mai andata a genio. Non ve l’aspettavate eh! questa confessione di chi ha scritto un articolo tutto impostato sulla difesa della storia, sia essa un racconto, una novella, un romanzo.
Ma questo è il fascino della scrittura, non solo del racconto o della narrativa: non si sa mai “come va a finire”. Avevo cominciato a scrivere in difesa di questo genere comunicativo che è la narrativa prendendo spunto da un recente articolo di un giornale inglese. Ma poi mi sono accorto che il vero genere da salvaguardare non è soltanto quello della narrativa, bensì quello della scrittura. Tutti i tipi di scrittura. Da quella tradizionale fatta con la penna, a quella fatta dal vecchio ed antico compositore a mano nella tipografia di gutenberghiana memoria quale fu quella di mio padre, un secolo ed un millennio fa, passando per la superata, ma ancora in vita macchina da scrivere, semplice oppure elettronica, arrivando a quella sul laptop o al Blackberry.Tutti abbiamo bisogno di scrivere, per comunicare, per leggere, per stare insieme.

galloway









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