
Lo studio della Beard risponde alle domande di chi ama la storia come solo un libro scritto da un inglese sa fare, sia da parte di chi visita Pompei per la prima o per l’ennesima volta. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare, sapere, vedere in un mondo come questo di Pompei. Anche per chi vive a pochi chilometri di distanza, come il sottoscritto, questa città con il suo ambiente circostante esercita un fascino indescrivibile.
Ogni qualvolta, infatti, che mi accade di osservare la vallata nella quale l’antica e moderna città si distende ai piedi del Vesuvio, e che il fiume Sarno l’attraversa tutta, il paesaggio mi appare sempre nuovo e diverso. Mi sembra che sia sempre la prima volta. Come l’occhio di una telecamera: lo sguardo dal monte Chiunzi verso Pompei, da destra verso la vetta del monte Alvano. Ai piedi di questo l’antica piana di Sarno, sua dirimpettaia, famosa e disgraziata cittadina delle frane del 5 maggio 1998. L’occhio si fissa su “sterminator Vesevo”, ai cui piedi appare Pompei, per poi posarsi sul golfo di Castellammare.

Da questa visuale del monte Chiunzi, nelle giornate chiare, si può chiaramente distinguere la cima del campanile della moderna città cristiana, la moderna Basilica della Madonna di Pompei. Uno scenario incomparabile per bellezza, mistero e suggestioni della storia. Una vallata quanto mai ricca e fertile, parte importante di quella che fu la Campania Felix dei Romani. Pompei ha la sua centralità in questa valle che è diventata una delle valli più densamente abitate del pianeta. Essa vanta, purtroppo, anche il corso del fiume più inquinato d’Europa, l’antico, glorioso e pescoso Sarno ridotto ormai ad un quanto mai triste e malinconico rivolo adibito ad forma di scarichi liquidi urbani e industriali altamente inquinanti.
Per una studiosa come la Beard, con l’occhio straniero, ma fine ed esperto, uno scenario del genere costituisce davvero un pozzo senza fine pieno di miracoli e di tesori della storia. A partire dall’introduzione del libro la scrittrice offre ai lettori il piacere di una panoramica su quanto oggi sappiamo veramente di questa città. Scene di quotidianità quali quelle del pane nei forni, i piatti per mangiare dipinti a mano, i contenitori frigo, il cane da guardia pietrificato nel tempo, gli scheletri con le ossa che rivelano mali di ieri e di oggi. La studiosa spiega termini e nomi di cancelli, strade, i numeri delle case, le date degli scavi effettuati, il tutto viene magistralmente collegato alla realtà turistica di oggi, tenendo bene a mente che la città non fu ciò che appare oggi a distanza di due millenni.

La scrittrice non si limita a descrivere, pone anche delle domande alle quali è possibile dare domande contrastanti come ad esempio: Pompei cadde in declino in seguito alla rivoluzione che ne scaturì dopo il terremoto del 62? Perchè la città rimase in perenne ricostruzione per quasi 20 anni? La linea costiera ebbe a soffrirne, come ne soffrì Ercolano?Beard mette anche in evidenza ciò che effettivamente noi sappiamo da un punto di vista archeologico ed topografico e quanta di questa evidenza è andata perduta nel secolo 18 durante i primi scavi, oppure a causa del turismo, dei bombardanenti alleati del 1943 e non ultimo il degrado del tempo.
Nel primo capitolo, “Vivere in una città antica”, la Beard si occupa della storia della città. In particolare tratta la fase prima della eruzione del 79. La Campania aveva delle marcate connotazioni etrusche e greche sin dal sesto secolo a. C. La zona era multilingue a giudicare dalle scritture latine in caratteri greci. Pompei e le città vicine erano alleate di Roma sin dal terzo secolo a.C. Dopo la sconfitta di Corinto da parte di Mummio nell’anno 146 venne offerta a Pompei una specie di trofeo alla cui base c’era una iscrizione in lingua osca, la lingua originaria della regione.

La parte più antica della città, che era circondata da mura, si trova nella parte a sud ovest e fu qui che vennero costruite grandi case lungo il muro occidentale con una vista sulla costa. Una parete interna alla casa incorpora una colonna estrusca del sesto secolo e fa da santuario. Altrove si vedono dei rielievi in terracotta risalenti ad un santuario usati come decorazione ad una parete di un giardino. La grande casa del Fauno, che già nel 79 aveva duecento anni, aveva un pavimento di mosaico raffigurante scene di storia greca: Alessandro il Grande che sconfigge Dario. L’architettura e le decorazioni del Foro, come anche gli edifici pubblici della città, sono chiaramente legate alla realtà di Roma.
Nel secondo capitolo “Vita di strada” la scrittrice fa notare che nel sottofondo del romanzo della riscoperta di Pompei c’è una città sporca che produce oltre sei milioni di chili di feci umane e di urina ogni anno. Un graffito ammonisce i passanti di “tenerlo dentro da queste parti”. Un chiaro invito a non sporcare. La studiosa descrive le strade, le insegne dei negozi, una ventina di punti di vendita in un’area di circa 600 metri intorno ad una fontana. Mette addirittura in evidenza uno studio delle strade a senso unico esistenti nella città. La scrittrice fa davvero rivivere gli abitanti, i mercati, i colori, le lezioni delle scuole, i mendicanti, i commercianti, i pubblici ufficiali. Non solo statue, quindi.

Il terzo capitolo si apre con una ricostruzione degli ultimi giorni di Pompei così come venne fatta da Bulwer-Lytton nel 1834 della Casa del Poeta Tragico, una raccolta del Satyricon di Petronio. In questo modo l’autrice riporta in vita l’ingresso, l’atrio, il cibo e le stesse case. Descrive i vari stili delle case, parla degli affitti, dei modi di mangiare, dormire, dei mobili, delle lampade, dei giardini, dell’acqua, dei bagni, dell’attrezzatura domestica.
Il capitolo quarto si occupa di “Pitture e Decorazioni”. Viene esaminata la casa dei cosi detti “pittori al lavoro”, dei colori ritrovati nella stanza: il nero, il bianco, il blu, il giallo, il rosso, il verde e l’arancione, gli stili, i progetti, i temi e i disegni, gli schemi che sono poi stati ritrovati sulle colonne e sulla pareti delle case pompeiane. Nel mentre essa critica l’imposizione dello sviluppo cronologico dei cosi detti Quattro stili, Beard mette in guardia a distinguere tra gli stili, quei pochi che restano del primo e del secondo stile. Mette anche in evidenza il legame che intercorre tra un uso della stanza e le sue decorazioni. Alcuni dipinti alle pareti ci danno la possibilità di comprendere meglio la mitologia antica. Altri ci danno l’illusione di una veduta, altri ancora vengono ripetuti sia in forma di mosaico che in pitture. Devono evocare evidentemente altri capolavori altrove. La scrittrice fa anche delle osservazioni sull’impatto moderno e sulla nostra percezione incompleta delle pitture che sono state tolte dalle pareti nel 18 secolo e messe in cornici. Lei ci invita anche a vedere nella sua giusta luce la bellezza dei dipinti di Villa dei Misteri che a suo parere hanno subito un restauro aggressivo.

Il quinto capitolo tratta della vita di ogni giorno a Pompei: “Come guadagnarsi da vivere: panettiere, banchiere e venditore di garum”. Quest’ultima attività era evidentemente redditizia se la casa di un produttore di una salsa di questo genere poteva vantare un atrio a mosaico. Beard in questa parte del libro tratta di uva, olive, raccolto di cereali, produzione, stoccaggio, schiavi, agricoltura, pecore, bestiame da mercato, pesi e misure, industria leggera. Non parla molto delle attività del porto locale che pure era molto attivo e del commercio con l’esterno. Risulta che a quel tempo a Pompei fiorisse anche il commercio del marmo che proveniva dalla Grecia. Gli scalpellini scultori greci erano in grande richiesta perchè noti per la loro bravura. A dimostrazione di quello che dice l’autrice fa una lunga lista di reperti archeologici provenienti da Villa Regina vicino Boscoreale. Sono presenti numerosi attrezzi da lavoro così come sono stati evidenziati da dipinti, insegne di negozi, annunci pubblicitari e graffiti di vario genere, oltre che dai lavori di un architetto, un fornaio e un allevatore di maiali. Nella cucina di un panettiere, nota col nome di “La casa dei casti amanti” un uccello ed un cinghiale erano in cottura quando ci fu l’eruzione. Un’ampia sala da pranzo probabilmente serviva da ristorante e una stanza vicina alla cucina fungeva da stalla per cavalli e asini ai quali veniva dato da mangiare fagioli e avena.
Il sesto capitolo è dedicato all’amministrazione della città. Una storia quanto mai affascinante. Tratta di elezioni, manifesti, consiglieri comunali, assemblee. Gli elettori erano probabilmemte 2500. Erano esclusi gli schiavi, le donne e i bambini. Il governo locale affittava a possedeva immobili. Gli eletti avevano l’autorità di far erigere statue seguendo la tradizione che i soldi avevano sempre una certa importanza per fare una cosa del genere.

Il settimo capitolo si occupa dei piaceri del corpo: cibo, vino, sesso e bagni. Si comincia con la descrizione di una gabbia per un ghiro ma Beard non fa nessuna citazione in merito anche se l’oggetto suscitò grande ammirazione nei visitatori al Museo Reale di Portici. Compare di nuovo la festa di Trimalcione insieme al servizio d’argento della Casa di Menandro nella cerimonia di un pasto. La drogheria di Pompei includeva pane, olio, vino, salsicce, lardo, formaggio, bietole, cavoli, verdura, mostarda, menta, cipolle, l’aglio, il porro, pesciolini, maiale, e forse vitello. C’erano circa 200 bar e ristoranti alcuni dei quali erano negozi di verdura. Alcuni graffiti stanno ad indicare i luoghi dei bordelli e dei bar. Non è sicuro se di bordelli ce ne fosse uno solo oppure 35 quanti erano appunto i bar. I bagni pubblici hanno anche un posto importante in questo libro. Ne parla Celso che ci abitò al tempo di Tiberio. Da notare che erano molto sporchi ed era facile prendere infezioni.
Il capitolo ottavo si occupa dei giochi e dei divertimenti. C’erano due teatri fissi in città. Potevano contenere uno 5000 posti a sedere l’altro 2000. Beard si chiede se la grande scenografia teatrale non sia stato un modello per la spettacolare pittura pompeiana. Molti degli intrattenimenti a Pompei avevano a che fare con la vita di teatro, inclusi il mimo e la pantomima, con attori maschi e femmine. Ci sono due ritratti di un famoso attore della città, Caio Norbano Sorex. Fino a 20.000 persone potevano assistere a spettacoli nell’anfiteatro i quali erano preceduti da lunghe e fastose processioni per i poveri combattenti che andavano a morire.

“Una città piena di dei” è il titolo del nono capitolo il quale, a dire il vero, non dice molto sull’argomento, più di quanto già non si sappia. L’autrice, comunque, dice poco sulla varietà di statue private presenti nella città. Il capitolo si apre con un riferimento alla vecchia statua in bronzo di Apollo dalla Casa di Giulio Polibio. Viene detto che la statua aveva anche un vassoio in mano. Beard in questo capitolo copre anche altre categorie quali le divinità che si vedono nelle pitture murarie, le statuette di lararia, immagini di dei portati dall’estero e una grande testa di Giove dal tempio di Giove, Giunone e Minerva nel foro. La statuetta di avorio di Lakshmi fu un souvenir di viaggio? Questo capitolo, anche se piuttosto approssimato, contiene un’ampia gamma di evidenza dal tempio di Iside che probabilmente aveva lo scopo di riscoprire nella città il culto romano della divinità di Iside.
L’ultimo capitolo è intitolato “Epilogo: la città dei morti” è molto breve. Si sarebbe potuto dire monco se pensiamo al grande cimitero alla periferia di Porta Ercolano, ai suoi numerosi abitanti e all’impatto di quel cimitero sui turisti. A conclusione del volume la Beard cerca di dare delle risposte anche a quelle domande che spesso i turisti e gli studenti in particolare fanno: qual’era la popolazione di Pompei? La risposta della Beard è che in città vivevano circa 12.000 abitanti, mentre nel circondario vivevano circa 24.000. Quanti furono i morti? Forse 2000 ma ne sono stati accertati 1100. Quando fu riscoperta Pompei? Nell’antichità non venne abbandonata. Dopo l’eruzione molti ritornarono per vedere cosa potevano salvare o ritrovare. Quanto distava Pompei da Roma? 240 km. Qual’era la cultura dei Pompeiani? Sono stati trovati in città circa 10.000 di tutti i tipi a partire da contratti, insegne, etichette di vini ed altri testi scritti in latino, greco, osco e perfino ebraico. Si arguisce quindi che molta gente era in grado di leggere per fare cose quali scegliere vini, lavorare, comunicare per iscritto. Che valore aveva il danaro? Una coppa un boccale di vino costava da 1 a 4 asses che era una moneta in rame.
Un libro questo della Beard che descrive Pompei come mai è stato fatto prima in tutti i suoi dettagli. Una città quanto mai viva e pulsante, anche a distanza di millenni. Quando la si visita oggi, con una guida del genere, la senti realmente vera. Quasi da vivere. Anzi, rivivere. Come un Pompeiano del XXI secolo.

galloway








