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Bibliofili, bibliomani, bibliofolli, ovvero librovori

La gaia scienza: raramente l’espressione nietzschiana è stata così azzeccata per un libro... un libro sui libri! Dal papiro ai supporti elettronici, percorriamo duemila anni di storia del libro attraverso una discussione contemporaneamente erudita e divertente, colta e personale, filosofica e aneddotica, curiosa e gustosa. Passiamo attraverso tempi diversi e diversi luoghi; incontriamo persone reali insieme a personaggi inventati; vi troviamo l’elogio della stupidità, l’analisi della passione del collezionista, le ragioni per cui una certa epoca genera capolavori, il modo in cui funzionano la memoria e la classificazione di una biblioteca.

Veniamo a sapere perché “i polli ci hanno messo un secolo per imparare a non attraversare la strada” e perché “la nostra conoscenza del passato è dovuta a dei cretini, degli imbecilli o degli avversari”. Insomma, godiamo della “furia letteraria” di due appassionati che ci trascinano nella loro folle girandola in cui ogni giro sorprende, distrae, insegna. In questi tempi di oscurantismo galoppante, forse è il più bell’omaggio che si possa fare alla cultura e l’antidoto più efficace al disincanto. Il libro elettronico distruggerà il libro tradizionale? Scompariranno le grandi e ricche biblioteche del mondo? Che fine faranno le migliaia di libri che ogni bibliofilo/bibliomane conserva gelosamente nella sua dimora? E anche i miei libri che fine faranno quando passerò il testimone a mio figlio? Raccoglierà la mia esperienza di vita culturale e sentimentale nel rapporto che ho avuto con i miei libri? Lui appartiene per formazione e conseguente cultura alla generazione elettronica sia per quanto concerne la scrittura che la lettura. Per giunta, il suo passo sarà molto più veloce ed accelerato di quanto sia stato il mio. Guarda caso, lui lavora per una editrice multinazionale che si occupa di editoria elettronica. Io, a mia volta, avevo ereditato e raccolta quella di mio padre tipografo e lettore di un piccolo paese della provincia meridionale italiana.

Un salto generazionale davvero importante questo che vede tre passaggi epocali di grandi, incredibili ed imprevisti mutamenti nella storia non solo del libro ma della stampa, della scrittura e di conseguenza della lettura. Da una condizione post-gutenberghiana fatta di composizione a mano a caratteri mobili ancora in auge nei primi anni del secondo dopoguerra, per passare a quella a linotype e poi alle schede perforate, fino ad arrivare alla scrittura e alla composizione elettronica con il conseguente, concomitante arrivo e predominio della immagine sulla parola scritta. Un processo che ha non solo alterato e mutato il rapporto fino ad allora esistente tra parola scritta e stampata a mano e quella composta elettronicamente, a favore di una parola che viene lentamente ed inesorabilmente sostituita dalla immagine.

Scrittura e lettura sono in tal modo modificate nello stesso momento in cui nascono e si presentano agli occhi di chi fa della lettura e della scrittura un modo essenziale per comunicare. Immagini e parole si trovano ad interagire in una maniera del tutto nuova ed inaspettata. La prosa diventa più asciutta, immediata e sintetica, l’immagine racchiude tutte quelle parole che prima era necessario produrre per raggiungere quello che è il senso. Un tempo questo “senso” lo poteva dare solamente la “forma”. La vedevo nascere sul bancone della sala di composizione della tipografia di mio padre, quando sfilavano, assemblate sotto i miei occhi stupefatti di bambino, le righe di piombo messe insieme pazientemente dai compositori e poi legate con un filo di spago. Quella era la “forma” della pagina. Solo così, dopo che c’era passato il cilindro di inchiostro, essa acquisiva il “senso”.

Quando alla composizione manuale dei caratteri è succeduta quella a composizione linotype a righe di piombo fuso, già si avvertiva forte la presenza delle prime immagini a “clichè” che integravano le parole del testo. Nel giro poi di qualche anno, questa laboriosa catena produttiva è completamente scomparsa cedendo il passo alla scrittura elettronica divenuta ben presto composizione e stampa immediata sia delle parole che delle immagini. Ecco come la scrittura è diventata qualcosa di veramente diverso da ciò che è stata per secoli. La successiva necessità di registrare, trasmettere, leggere e conservare la parola scritta ha fatto sì che alla parola si affiancasse l’immagine e di questa la prima ne avvertisse il forte condizionamento. Nel bene e nel male, come in tutte le cose che l’uomo riesce ad inventare per vivere e comunicare meglio.

Io credo che il futuro del libro tradizionale si giocherà su questo piano. Intendo dire su quello strettamente “visivo”: la parola come “tale”, vale a dire una sequenza di lettere che veicolano un’idea, e l’ “immagine”, in quanto “ritratto” di una realtà che elude le parole e le fa prigioniere, lasciando a chi legge il compito di restituirle al “senso”. Potrà la parola resistere all’attacco delle immagini? Saprà difendersi dalle illusioni di una realtà sempre mutevole ed anche ingannevole? Saprà fissare l’attimo per far sì che l’uomo, che è il suo lettore unico, sappia/possa riflettere nello spazio e nel tempo la sua ragion d’essere? Quando tutte le parole cederanno il passo alle immagini, e tutte le immagini le conterranno, l’uomo saprà ancora conoscere ed apprezzare il valore del “senso”?

Qui non si tratta di augurarsi o meno di “liberarsi dei libri”, come non si auspicano gli autori di questo interessante libro. Qui si tratta si sapere se le immagini avranno la meglio su quella che fu la parola scritta sin dai tempi del disegni delle grotte di Lascaux, della graffiti di Pompei per arrivare a quelli delle nostre moderne città, passando per la parole dette della vecchia radio, a quelle lette, dette, viste e vissute dello schermo televisivo o del nostro PC. Se, un giorno prossimo futuro, tutte le parole di cui è fatto un libro potranno essere trasformate in immagini, come ha scritto ed immaginato Sebastiano Vassalli nel suo romanzo “3012″, allora quel giorno sarà davvero la fine del libro scritto e letto come lo scriviamo e lo leggiamo oggi. Diremo allora addio alle distese di scaffali occupate da decine e decine di volumi, colorati e profumati di stampa, che per i lettori compulsivi sono una visione pacificatrice e confortante come per altri potrebbero esserlo le onde che s’infrangono sulla spiaggia o un fresco gelato in una torrida giornata d’estate?

La vostra guida bibliomane se n’era già occupato quando del Kindle o dell’e-book non se ne parlava ancora e si chiedeva del futuro del libro. Se lo chiedono oggi in “Non sperate di liberarvi dei libri” Jean-Claude Carriére e Umberto Eco, che oltre ad essere rispettivamente un celebre sceneggiatore ed un pilastro della letteratura, sono anche due incalliti bibliofili, collezionisti di libri rari e fortunati possessori di una quantità di libri moderni il cui numero si aggira sulle decine di migliaia, cioè molti di più di quanti in genere se ne trovino in una comune libreria o si sognino di possederne i comuni mortali (molti dei quali sono stati, a detta degli interessati, frutto di regali ed omaggi). I dialoghi tenuti nelle case, di Parigi e Monte Cerignone, dei due amici e librovori sono stati registrati e la loro stesura è stata affidata al curatore Jean-Philippe de Tonnac: il risultato è un interessante botta e risposta, dove non solo si parla del futuro dei libri, ma anche di una quantità di argomenti inerenti la trasmissione del sapere e dell’arte, che spazia dagli autori dimenticati dei secoli passati, alla caccia di libri rari presso i mercanti: Bibliofili, bibliomani, bibliofolli, ovvero librovori.

Titolo: “Non sperate di liberarvi dei libri”
Titolo originale: “N’espérez pas vous dèbarrasser des livres”
Autori: Jean-Claude Carriére e Umberto Eco
Curatore: Jean-Philippe de Tonnac
Traduzione: Anna Maria Lorusso
Casa editrice: Bompiani, 2009, pag:271
Costo: 18,00 euro

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