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Un buco in testa

Questa volta voglio parlare della testa di questo bibliomane. Si tratta della mia testa. Il punto più critico di ogni essere umano. E per giunta la parte posteriore, la cosi detta "bozza parietale". Quella zona che non possiamo vedere perchè collocata esattamente dietro la nuca. La puoi osservare soltanto per mezzo di due specchi che si incrociano nella loro luce. Bene, proprio al centro, lì dietro, c'era qualcosa che da diversi anni cresceva e non intendeva fermarsi nella sua crescita.


Il mio medico ha detto che dovevo farmelo togliere, quel punto oscuro, ed io ho provato il brivido della sala operatoria, dove tre medici mi hanno preso alle spalle. Steso sul tavolo, con il braccio sinistro legato alla flebo, le luci accecanti del soffitto, tre grossi orologi collocati proprio di fronte al tavolo, io lì steso, come in croce, pronto ad essere attaccato alle spalle. Niente rasatura dei luoghi. Sono già abbastanza rasato dalla mia naturale calvizia.

Una rapida pulitura disinfettante, un avviso di puntura per l’anestesia locale e tu, inerme, stai lì ad aspettare gli eventi. Ti aspetti che il liquido faccia effetto e poi invece avverti che nella tua pelle il bisturi comincia a scavare. Credi di non dovere sentire niente perchè se no che anestesia è? Ed invece ti accorgi di avvertire tutto il dolore del taglio. L’anestetico non ha funzionato. Li sento dire che tolgono la “cosa scura”. Non è molto grande, a dire il vero. Il taglio viene fatto con abilità e rapidità, devo ammetterlo, per quanto riesco ad avvertire. Estraggono il piccolo corpo del “reato”. Mi dicono che lo esamineranno istologicamente. Non si mai, e mi avvertono che ora procederanno alla sutura.

Il dolore lo si sente, io lo sento tutto. La cucitura non deve andare del tutto liscia. Faticano in due, li sento dire che il cuio capelluto, la corteccia, è dura e il sangue scorre in abbondanza. Che la corteccia della mia testa fosse dura, lo sapevo già, l’ho sempre saputo. Non a caso, mia madre mi diceva spesso “questo ha la testa dura”. Cerco di alleviare il dolore contorcendomi e due energumeni mi immobilizzano senza pietà. Mi fanno salire più su. Me ne ero sceso verso il basso del tavolo operatorio quasi a volere fuggire via. Li sento che non riescono a tamponare la fuoriuscita di sangue durante la sutura e mi chiedono di calmarmi. Sento che le lagrime mi scorrono dagli occhi serrati e si mescolano al sudore. Mi dicono di stare tranquillo. Anche se sento dolore, tanto il dolore è una naturale ed importante reazione dell’organismo. Io ne sono convinto e me ne compiaccio perchè se lo avverto vuol dire che sono ancora vivo e finchè c’è vita c’è speranza. La grande lancetta del grande orologio che ho di fronte mi sembra che abbia rallentato il suo modo di girare sulla faccia del tempo.

Mi rendo conto che sono passati quasi quaranta minuti. Le mani dei due chirurghi si muovono ancora con rapidità. Mi sembra che anche essi sono seccati delle difficoltà che stanno incontrando per questo banale intervento. Poi finalmente l’ultimo colpo di ago chiude la sutura. Ancora qualche momento e poi dicono che tutto è finito e che mi posso anche rilassare. Dopo un lunghissimo attimo mi aiutano a sollevare dal tavolo e vedo alla mia destra sul pavimento diversi tamponi inzuppati di sangue. Mi siedo sul tavolo per qualche attimo per poi levarmi sulle mie gambe, prendo gli occhiali e l’orologio. Passo sulla sedia a rotelle. Un panciuto e cortese infermiere mi parcheggia fuori della sala operatoria. Mi chiede se tutto va bene e mi offre un sorriso che mi riporta in vita. Mi dice di attendere. Dopo pochi minuti mi consegna una boccetta con un liquido contenente la “cosa strana”. Qualcuno tra poco mi preleverà e mi porterà in superficie in corsia. Tutto è finito. Il mio cranio è tutto fasciato ed io son contento che questa scatola me l’hanno restituita intatta.

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