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3. La valle

La valle aveva caratteristiche naturali di sacralità e fertilità. Denominata più tardi “valle reale” avrebbe visto al suo centro nascere la città. Alcune testimonianze antropiche risalenti al quarto millennio prima di Cristo collocavano le sue origini ai piedi del gigante. Tra un momento avanzato del neolitico medio e quello del neolitico finale.


I giganti erano arrivati dal mare, marinai predoni del Mediterraneo, oltre seimila anni prima. Da uno scontro furioso scoppiato tra di loro per ragione di comando, essi avevano staccato l’isola di Capri dalla penisola e i Faraglioni erano rimasti lì a testimoniare nel mare il tipo di arma e di proiettili usati nella contesa. Gli scogli erano la prova della violenza, della lotta che aveva fatto arrossire le acque del golfo fino alle pendici del selvaggio Vulcano. Questi, da parte sua, aveva partecipato alla lotta con non meno furore e passione.

Alvano aveva dato prova di coraggio, potenza, astuzia ed anche umanità. Ma non era stato attento ad obbedire alla invettiva della maga Sara che aveva ammonito di sospendere la contesa quando l’ippogrifo avrebbe sorvolato il fiume . Il forte vento del nord, le nuvole basse e i mille turbini di acqua e fuoco provenienti dalla costa e dal mare gli avevano ostacolato la visione. Quando il cavallo alato attraversò la valle da sud a nord, fermandosi per qualche istante sul Saro, Alvano venne colpito ed abbagliato da un improvviso scoppio eruttivo. Accecato ad uno dei suoi tre occhi, si dovette arrestare per un attimo, come per ritrovare tutta la sua forza contro l’altro gigante che l’aveva attaccato di fronte. L’ippogrifo sfrecciò veloce e silenzioso scomparendo verso sud.

Alvano restò immobile, pietrificato per sempre. L’invettiva della maga aveva colpito ed era rimasto là come a formare un immenso tempio naturale sul mare del golfo. Ad occidente c’era l’ingresso, per così dire, del tempio. Si poteva intravedere la porta poggiata su due colonne. A nord, si ergeva quella del vulcano. A sud quella del Faito. Lui imprigionava ed era prigioniero del massiccio del monte Saro, degradante verso il Saretto più avanti. Alvano era là, trasformato in un immenso altare a gradoni. Nel mezzo, si stendeva la città futura. Ai due estremi: Palmarea e Nuceria . Il fiume, a forma di serpente, scorreva silenzioso al centro. (continua)

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