
Era stato forte, potente, impetuoso, ricco, tanto da essere chiamato Drago e Dragonteo . Come un serpente nato da se stesso, tinto di rosso colore sangue, figlio della sorgente Solfurea. Si gettava in mare di fronte alla pietra sacra. Alvano ricordava tutto ciò. Ma i nativi lo avevano dimenticato nella nebbia dei tempi. Restava lo scenario di un territorio, a metà sospeso tra monte e valle, che aveva visto una fertilità di terreni unica. Acque sorgive ricche e pure, insediamenti di popoli e frequentazioni di genti diverse, un tempo amiche, ma ormai diventati ostili. Il poeta aveva cantato i luoghi, i traffici e le attività della mitica Urbula con l’Episcopio. Luogo preferito degli dei e dei giganti con i quali ci si intratteneva in ozi ed armonie.
mea certe non unus amor Me simplexque canendi / causa trahit: tecum similes iunctaeque Camenae, / Stella, mihi, multumque pares bacchamur ad aras / et sociam doctis haurimus ab amnibus undam. / At te nascentem gremio prima recepit / Parthenope, dulcisque solo tu gloria nostro / reptasti. Nitidum consurgat ad aethera tellus / Eubois et pulchra tumeat Sebethos alumna; / nec sibi sulpureis Lucrinae Naides antris / nec Pompeiani placeant magis otia Sarni. (2)
Poi venne la catastrofe che concluse l’impari lotta dei giganti nel golfo incantato, ora infuocato dall’ira di Vulcano, progenitore di Vesevo, ribollente di fuochi e di lava, che tutto travolse e distrusse. La sacralità dei luoghi e la loro posizione strategica, che avevano favorito lo scambio di culture e di commerci, scomparvero sommergendo nell’oblio le glorie passate. Culture italiche, minoiche, fenicie, pelasgiche, osche, opiche, sannitiche, etrusche, greche e romane. Migliaia di anni affogati in un mare di fango, materia primordiale e biblica, di cui fu fatto l’uomo e alla quale l’uomo ritornò, costretto dalla sua follia, dalle sue perversioni, dalla sua arroganza e dalla sua presunzione. Alvano si ergeva silenzioso e minaccioso su di una valle percorsa dal brivido del terrore, attraversata dal sibilo delle acque che scorrevano dalle sue rocce pronte a spaccarsi e a venire giù. Davanti aveva Vesevo. (continua)

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