Economia etica - Economia estetica

Esiste una economia che da tradizionale si è trasformata in etica e poi è diventata estetica. Io non sono un economista, ho basi piuttosto instabili in questi campi dove il denaro la fa da padrone sin dai tempi di Mammona. So che quest'ultima era una divinità di origine semitica e che si dedicava alla ricchezza.

So che qualcuno davvero insospettabile definì il denaro, degno esemplare della ricchezza, lo “sterco del demonio”. So che da umile e modesto professore in pensione, diventato per giunta bibliomane, oltre alla misera pensione non posso andare. Eppure questa faccenda dell’economia etica ed estetica mi attira molto. Se ho deciso di occuparmene è per verificare fino a che punto gli uomini riescono a fregare se stessi e gli altri nella battaglia quotidiana per l’esistenza. Che sia importante fare un pur se piccolo studio del genere è ovvio in quanto tutti ci dicono che siamo in una crisi globale, che dobbiamo fare economia. Ma senza spaventarci più di tanto perchè siamo abbastanza forti da uscirne. Ed infatti dicono che noi Italiani siamo messi meglio di tanti altri che starebbero peggio. Potremmo uscirne anche prima e meglio, sempre che ci informiamo bene su questi passaggi contorti, epocali e misteriosi che “mammona”, o chi per essa, decide di intraprendere.

Come uscire, allora, dalla crisi? Qualcuno dice, appunto, di passare dall’ estetica. La prima sembra essere quella che ha caratterizzato la gestione del bene individuale e quello comune dall’età pre-industriale a quella industriale fino a quella post-industriale. Tutte le crisi che si sono succedute nella storia umana vanno dalle catastrofi naturali all’accumulo improprio di ricchezze di singoli e di gruppi, fino ad arrivare all’idea di produrre denaro autonomamente ed autarchicamente.

Ma il sistema non sembra più funzionare ed abbiamo bisogno di una maniera nuova per uscire da questo tunnel. In fondo sarebbe bene ricordare innanzitutto che i poli essenziali del problema restano in tema di economia solamente due: l’uomo e il lavoro. Il primo è attore del secondo e per mezzo di esso realizza se stesso ed i suoi bisogni. Ma sempre come individuo, come soggetto agente ed operante nella sfera personale, mai come attore sociale all’interno della comunità. Se l’uomo, nella sua complessità di cuore e di mente è “volizione” ed “intuizione”, nella prima forma il momento economico è l’effetto della sua volizione del particolare, mentre il momento etico è l’esito delle sua volizione dell’universale. Così, nella seconda forma, il momento creativo è dato dalla sua intuizione del particolare, là dove la filosofia è lo sbocco della sua intuizione dell’universale.

Dunque l’economia accede all’etica allorquando si emancipa dalla volizione universale e perciò egoistica travalicando il comunismo ed il capitalismo verso la volizione universale. Allo stesso modo di come se la creatività propria dell’uomo dall’intuizione personale assurge a quella universale, si fa logica, ovvero filosofia della creatività e perciò estetica. Sia nella prima che nella seconda forma si passa dall’economia all’etica, dalla creatività all’estetica, grazie alla tensione dall’individuale al sociale. Se l’impulso di ogni uomo è verso la felicità, questa felicità può essere solo plurale, multilaterale, condivisa, giacchè l’essenza dell’uomo è nel sociale.

L’uomo è “animale politico” e tende alla felicità che è la bellezza allorchè opera per il benessere comune. E se la bellezza è amore una economia estetica vuol dire carità da riversare sulle fascie deboli della società. Ma una economia estetica significa anche reinserire la stessa nella filosofia e nella storia sottraendola al determinismo delle scienze esatte. L’uomo affida così il suo futuro al lavoro, alla sua creatività individuale e come momento etico di associazione, di solidarietà e anche amore.

L’armonia degli uomini come singoli e come soci della comunità costruisce la “storia reale” in parallelo con la “storia ideale” in senso vichiano, per cui la la bellezza è il momento più elevato della produzione umana. E in quale altro posto al mondo se non il nostro può trovarsi tanta bellezza che da sempre la definisce giardino d’Europa e del mondo? Ecco come allora l’economia etica è destinata e diventare economia estetica in quanto fa del culto della bellezza un investimento nel suo sterminato patrimonio artistico e culturale.

Centomila chiese monumenti, ventimila dimore storiche, cinquemila castelli, seimila biblioteche pubbliche, tremilacinquecento musei, migliaia di archivi, antiche università, accademie e istituzioni sono un primato assoluto. Ecco come l’antica economia speculativa da etica diventa estetica e fa della Bellezza speranza di Verità. «La bellezza è verità, la verità è bellezza: questo è tutto ciò che voi sapete in terra e tutto ciò che vi occorre sapere.» (Keats) Il nostro Paese abbonda di “bellezze”. Ci sono tutte le possibilià per programmare d attuare una attenta opera di tutela e valorizzazione capillare di tanta bellezza che può diventare ricchezza per avere un cantiere operoso di conoscenza, recupero e fruizione, capace di assicurare lavoro a tutti, a partire dai giovani. Un lavoro creativo, qualificato, entusiasmante in maniera da offrire non solo modelli economici utili a vivere ma anche modelli di vita elevata per qualità e degna di essere vissuta.

Commenti dei lettori

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  • Frank'io

    13 Nov 2010 - 10:49 - #1
    0 punti
    Up Down

    Ottimo, mi piace…occorrerebbe approfondire. Alcuni assunti sono opinabili, resta comunque la visione di altro, di qualcosa d’altro che non è necessariamente utopia….

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