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Il "Grand Tour" nel sud d'Italia

Intenzione di questo articolo è quella di effettuare una rapida e sintetica ricognizione turistico‑letteraria di quello che fu il 'Grand Tour' nella seconda metà del '700, fatto da viaggiatori, uomini di cultura e avventurieri, nel meridione d'Italia e in particolare in Campania, lambendo spesso il territorio di Sarno, città di origine di questo bibliomane. E' una presenza che inizia fin dalla fine del '600 quando l'espressione 'Grand Tour' appare per la prima volta nel lessico inglese nel «Lassels Voyage of Italy: The Grand Tour of France and the Giro of Italy" nel 1670.


In effetti l’istituzione datava sin dai tempi della regina Elisabetta quando parve indispensa­bile che i giovani patrizi inglesi, destinati a reggere domani le sorti della loro nazione, completassero gli studi osservando, sotto la guida di un precettore, i costumi, sopratutto politici, del continente. La tradi­zione del ‘Grand Tour’ sarebbe andata ben oltre il ‘700 e avrebbe interessato gran parte della cultura europea se pensiamo alla presenza dei Montesquieu , Goethe , Lamartine , Stendhal , fino a Charles Dickens nel suo viaggio a Napoli nel 1845. (1)

Questa città, già nel 1797, contava circa mezzo milione di abitanti ed era la terza metropoli di Europa. La Napoli descritta da Montesquieu è «un insieme cui partecipano il suolo vulcanico, la vita naturale sotterranea, le acque sulfuree, le solfatare, le terme… e la stessa limpidezza accecante del cielo…” sembra che Montesquíeu abbia voluto giungere “al fondo demoniaco, esoterico, magico, che fermenta nel popolo, sempre in preda, fino alla superstizione e al furore, di forze avventurose e misteriose’. (2)

Il viaggiatore erudito del ‘700 focalizzava il suo interesse per il Sud, centrando il suo viaggio verso Napoli e la sua regione special­mente dopo i ritrovamenti di Ercolano del 1738 e quelli di Pompei del 1748 attraverso i cui scavi venne riscoperto il gusto per la ‘grecità’ nei templi di Paestum e di Sicilia. La cosiddetta ‘Società dei Dílettanti’, fondata nel 1732, formalizzò l’ammirazione per la Roma repubblicana, gli acquedotti, gli anfiteatri, i templi. Emergeva anche il gusto per l’amore della natura, del primitivo, dell’istintivo. Il percorso del ‘Grand Tour’ era preciso, programmato fin nei minimi particolari. Prima di arrivare dalle nostre parti, si sostava a Parigí per perfezionare il francese, vera e propria lingua franca dell’epoca, poi verso Digione, sul fiume verso Lione. Qui si andava attraverso la Alpi a Torino o verso la Francia meridionale, per imbarcarsi in direzione di Genova.

Attraversando le Alpi, si superava il passo del Moncenisio in Piemonte, verso Lione, ammirando i resti classici di Arles, Nimes, prima di varcare il confine italiano. A Genova si sbarcava, invece, per Pisa verso Firenze. Dopo Torino si andava a Venezía, poi Firenze e Roma. Una volta diretti a Napoli, il visitatore poteva sentirsi come a casa se si pensa che, intorno all’ambasciatore di sua maestà britannica nel Regno di Napoli, si raggruppava una folta comunità di stranieri. In gran parte inglesi, erano attirati dal nome che Sir William Hamilton che si era fatto di esperto del Vesuvio e collezionista di reperti archeologici provenienti dalle recenti scoperte ritrovate a Ercolano e Pompei. Egli aveva, inoltre, in seconde nozze, sposato un’ardente avventuriera proveniente dal Galles, di nome Emma Lyon, figlia di un fabbro e di umili origini contadine. Emma fu dapprima la sua amante, poi la sua seconda moglie, poi amante dell’ammiraglio Nelson. Ma di questo personaggio ci occuperemo più avanti.

“Nei quarant’anni che precedono la Rivoluzione Francese la città di Napoli assurge a tappa obbligata di quel Grand Tour che vede i rappresentanti più prestigiosi di una cultura e di una società cosmopolita, per la quale lo spirito europeo fu davvero una realtà vissuta più che un disegno da realizzare. E così, insieme ai nomi di Montesquieu, Goethe, Hamilton, leggiamo nel registro degli ospiti, anche quello di http://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Swinburne Henry Swinburne, nato Bristol nel 1743, morto nel 1803 alle isole della Trinità per un colpo di sole; sessant’anní, dei quali, perlomeno quaranta, impiegati a viaggiare in Europa a conoscere monarchi, ministri, letterati, antiquari, naturalisti e storici. Si ferma anche a Napoli, il nostro gentleman‑traveller, ma più che la grande testa, la capitale, preferisce visitare a lungo le province”. I suoi “Travels in the two Sicilies”, pubblicati nel 1783, costituiscono una delle prime testimonianze globali (Mezzogiorno continentale e Sicilia) su quella dimensione sconoscíuta o malnota che per quasi tutto il secolo furono i Principati, la Puglia, la Calabria e il duro osso della Sicilia” (3).

L’itinerario di Swinburne nel suo primo viaggio (primavera del 1777) ha poi una tappa successiva, sia per mare che per terra, verso il Regno delle due Sicilie. Per l’appunto, fu in uno di questi’ viaggi’ che egli arriva anche dalle nostre parti quando scrive testualmente nel suo diario:

“Ho passato il Sarno al ponte della Scafata o per meglio dire con un traghetto. Poiché dall’antichità in quel tratto non è mai esistito un ponte. Il Sarno è un bello e limpido fiume abbondante di anguille e aragoste” Thomas Gray, autore della famosa ‘Elegy written in a Country Churchyard’. Nel giugno del 1740 così e scrive a sua madre:

“Fino a quel punto avevamo viaggiato in uno dei più bei paesi del mondo ed ogni suo angolo, in un modo o in altro, era famoso da migliaia di anni. La stagione fino ad allora era stata calda quanto bastava, l’aria si manteneva dolce, niente calure violente di cui parlava spesso. La gente la definiva una stagione in ritardo ed era preoccupata del raccolto di grano, del vino, dell’olio. Noi che non eravamo nessuno di questi elementi naturali trovavamo questo cli molto piacevole… Non appena si lasciano i possedimenti di Sua Altezza il volto delle cose cambia, da pianure incolte a boschetti di ulivi o campi di grano ben arati, frammezzatí da filari di olmi e da vigneti tutt’intorno pendenti a festoni, in filari da uno a tre. I grandi alberi di fico, gli aranci in fiori e i mirtilli ad ogni siepe, fanno scene, deliziose, indimenticabili. Le strade sono ampie, ben tenute, piene di viaggiatori, come finora non avevo mai visto. La mia meraviglia aumentò all’íngresso in città la quale credo sia superiore in numero di abítanti a Parigi e Londra. Le strade sono un continuo mercato, piene di folla. Le carrozze possono a stento passare. Un tipo di animale più gioviale ed allegro abita da queste parti, un tipo di persona più industriosa rispetto ad altri Italiani; questi lavorano fino a sera, poi prendono la chitarra e il liuto, che suonano bene, e gironzolano per la città, in riva al mare a godersi il fresco. Si vedono i loro bambini che saltano nudi e quelli più grandi ballano con le castagnette mentre gli altri suonano il címbalo. Dalle mappe potrete rendervi conto della posizione di Napoli. Si trova sul golfo più bello del mondo ed uno dei mari più tranquilli. Ha molte bellezze oltre quelle della natura. Abbiamo trascorso due giorni in luoghi straordinari intorno alla città, come il golfo di Baia con i suoi resti antichi, il lago di Averno e la Solfatara, l’antro di Caronte ecc. Siamo stati nella cava della Sibilla e molte altre strane cave nel terreno, ma il buco più strano che io abbia mai visto è quello che ho visitato oggi in un posto chiamato Portici (Ercolano) dove Sua Altezza di Sicilia ha una residenza di campagna. Circa un anno fa, mentre stavano effettuando degli scavi, vennero scoperti alcuni resti di edifici, circa trenta piedi sotto il livello stradale. Stanno ancora scavando e hanno fatto un percorso lungo oltre un míglio”. (5)

L’autore del brano che segue è Adam, figlio del famoso architetto William il quale rimpiazzò la moda dello stile del Palladio in Inghilterra sostituendola con quello Neoclassico tipico dello stile Adam. Famoso anche la tendenza decorativa dei suoi mobili per inter­ni. Robert Adam nel 1755 visitò Ercolano e quella sua visita alla città sepolta determinò gli sviluppi futuri del gusto inglese:

“Con grande piacere e stupore abbiamo visto molte cose strane che sono state scavate, come statue, busti, affreschi, libri, frutti ed ogni sorta di strumento, dal materasso agli attrezzi chirurgici. Abbiamo attraversato un anfiteatro alla luce delle torce e seguito le fondamenta dei palazzi, i portici e le porte, le divisioni dei muri ed i pavimenti a mosaico. Abbiamo visto vasi e pavimenti di marmo appena scavati, e ci sono stati mostrati alcuni piedi di tavoli di marmo scavati appena il giomo prima. Nel suo insieme la città sotterranea, una volta piena di templi, colonne, palazzi ed altri ornamenti di buon gusto, è come una miniera in cui lavorano schiavi che riempiono stanze e procedono negii scavi andando avanti alla scoperta di altri resti. Ben presto mi sono reso conto che quanto si diceva, e cioè che la città fosse stata inghiottita da un terremoto, fosse una cosa falsa, era stato qualcosa ancora di peggio di un terremoto. Era stata sommersa da un flusso di pietra liquida dal monte Vesuvio durante l’eruzíone, è chiamata lava e quando si raffreddò è diventata dura come il basalto. Si può vedere uno strato spesso dai 50 ai 60 piedi in diversi posti, che era venuta giù così violentemente da travolgere tutte le case e ogni altra cosa che incontrava. Penetrava nelle case attraverso le porte e le finestre come si può vedere dall’anfiteatro di cui ho detto innanzi, del quale, la maggior parte degli ingressi, erano stati come artificialmente riempítí di solida roccia. Temo che non sapranno cosa farsene dei libri che hanno trovato. Sono così neri e distrutti che appena li toccano diventeranno cenere. Un prete ha inventato una macchina che separa i fogli uno ad uno e ne ha ricavato alcune pagine di un trattato scritto in greco, da un certo Bione, in difesa della filosofia epicurea ed un altro trattato contro la musica di un autore sconosciuto. Gli altri rotoli di libri non sono ancora riusciti a dispiegarli e temo che non ci riusciranno mai”.(6)

Sir William Hamilton, che abbiamo visto essere il rappresentante di sua Maestà Britannica presso il Regno di Napoli, raccoglieva intorno a sé gran parte dei membri della cultura straniera e locale del tempo. Esperto d’arte e fanatico del Vesuvio, aveva come seconda moglie, Emma Lyon, una donna gallese di umili origini contadine che, a causa della sua straordinaria bellezza e fascino, divenne la per­fetta personificazione dell’idea di bellezza classica alla quale tendevano tutti i viaggiatorì del ‘Grand Tour. Al suo fascino non resistette nem­meno l’ammiraglio Nelson che ne diventò l’amante quando con la sua flotta si fermò a Napoli. Le sue ‘attitudes’, erano ‘personificazioni’ drammatizzate, ímmortalate in numerosi e stupendi quadri del tempo. Anche Goethe rimase affascinato dalla sua bellezza. La descrizione che ci fa di questa famosa cortigiana gallese J. B. S. Morritt (1772‑1843) , futuro membro del parlamento inglese, nel 1796, durante un suo viag­gio a Napoli, è, a nostro parere, una testimonianza fedele ed efficace, del tipo di bellezza, del gusto estetico, e della fantasia a cui aspirava il turista del ‘Grand Tour’:

“Solo a vederla si può avere una idea precisa di che tipo di donna sia, e questo spiega perchè suo marito l’ha sposata, vale a dire che lei è solo una parte del sesso che si vede sui vasi etruschi’. Ogni uomo ha una ragione per sposarla e questa ragione è sempre diversa, anche se una buona ragione, come tutte lo sono. Se si può giudicare dagli effetti, e questo è il caso, nessun essere umano può sentirsi più felice o più soddisfatto di lui quando la fa esibire, come una figura di cera, alle luci più favorevoli, indicando ogni dettaglio delle sue bellezze; la sua ‘cara metà’, come egli la chiama, e, buon per lui, senza conseguenze pericolose per lei, più di quanto possano essere le figure di cera, considerando il dolore che egli soffre ed il paese in cui si trova.

Abbiamo riscontrato in queste persone una grande cordialità e se dovessi dire che non ammiriamo questa donna significa essere ciechi; una cosa del genere non accade a tutti. La si può davvero considerare una donna straordinaria, senza istruzione, senza amici, senza educazione allorquando arrivò qui. Lei ha aggiunto a tutto quanto fa parte del bagaglio di una donna istruita, la conoscenza della lingua italiana, del francese, della musica, che lei esegue in voce in modo divino. Aggiungete a tutto questo, quello che è più difficile e cioè il ‘tono’ della società, alla quale lei è pervenuta, e, anche se non la più elegante, lei è certamente alla pari con la maggíor parte delle donne dei circoli che frequenta. Questa sarebbe da sola la prova di un senso superiore, ma il suo comportamento nel confronti di suo marito è uno dei più forti. Poiché lui non fa altro che ammirarla e farla ammirare dagli altri, dalla mattina alla sera come farebbe con un bel quadro, è un punto delicato, eppure tutto questo lei lo fa senza affettazione, con naturalezza, senza malizia, che ci porta a considerare quanto lei tenga a suo marito e come si comporta in maniera eccezionale…

Quando si esibisce nelle sue rappresentazioni il suo abbigliamento si limita ad una camicia bianca, alcuni scialli, e i più bei capelli del mondo che le scendono liberi lungo le spalle. Mettono in evidenza una figura di donna alta, bellissima, ed un volto che varia continuamente, sempre piacevole. Così preparata, con un paio di vasi etruschi ed una urna, assume quasi ogni atteggiamento riprodotto, uno dopo l’altro, e li varia ripiegando gli scialli, seguendo l’onda dei suoi capelli, e il suo atteggiamento ora è quello di una Síbilla una Furia, una Niobe, una Sofonisba mentre beve il veleno, una Baccante che beve il vino, che danza, che suona il tamburello, una Agrippina alla tomba di Germanico ed ogni altro atteggiamento che riproduce una diversa passione. Sarete ancora più sorpresi quando vi dirò che il cambiamento di atteggiamento e comportamento, nel passaggio da uno all’altro, a volte l’uno opposto all’altro, avviene in un attimo, che questa varietà è sempre elegante e mutevole, del tutto studiata da antichi disegni di vasi e da figure provenienti daErcolano o da quadri di Guido ecc. ecc.

A volte ne esegue oltre duecento, l’uno dietro l’altro, agendo sull’impulso del momento, quasi mai due volte lo stesso. In breve, immaginando una immagine di Raffaello e delle statue antiche, tutte carne e sangue, lei riesce a superarle, se lo vuole. Quello che è ancora meglio è che lei agisce con grande delicatezza e rappresenta nulla più di quanto una donna modesta riesca a fare con grande piacere. E’ anche straordinario che, quando non sta recitando, i suoi modi ed i suoi atteggiamenti sono nobili, quando vuole piacere la sua persona è elegante. Abbiamo trascorso una giornata felice, abbiamo pranzato là e dopo, a sera, abbiamo sentito un altro po’ musica e viste altre recitazioni di Nina. Con i suoi capelli sug orecchi, o piuttosto fin sulle anche, ha cantato bellissime arie di Paisiello, nella scena dove lei è impazzita per l’assenza del su amante e ha recitato in un modo da farci piangere e gridare. Un quarto d’ora dopo, nei panni di una paesana napoletana, balla la tarantella con le nacchere, canta canzoni popolari fino a convincerci che tutta la sua recitazione era frutto del suo talento e posso assicurare che in vita mia non ho mai visto un’attrice simile a lei per varietà ed eleganza. Un pittore, che faceva parte degli spettatori stamattina, allorquando ha fatto le rappresentazioni, si è messo a piangere dalla gioia tutto il tempo. Quando una persona fa una cosa bene, comunque, noi spesso tendiamo a sottovalutarla; tende per questa ragione a recitare anche nella sua vita normale allorquando essa, secondo me, si avvicina alla natura più di quando non lo faccia quando recita. La sua condotta, a riposo, per così dire, non ha nulla di eccezionale ed è l’unico esempio del mondo di Napoli, un Paese in cui la morale non è la cosa migliore come forse saprete.”(7)

Verso la fine del 180 secolo la moda del ‘Grand Tour’ andò scemando, poichè divenne difficile per glí inglesí viaggiare sul continente con la Rivoluzione Francese prima e con Napoleone poi. Lo stile del ‘Grand Tour’ non doveva, comunque, mai più ripetersi, sostituito da alberghi, ristorantì, ferrovie. Ci fu un cambiamento nei gustí, negli atteggiamenti, sia in letteratura che nelle arti. Il ‘Grand Tour’ fu un fenomeno molto importante dal punto di vista degli isolani brítannici. Fu, a nostro parere un esempio di internazíonalismo culturale avanti lettera che avrebbe aperto la strada a molti altri tipi di internazionalismi negli anni a venire:

Fu un fenomeno molto importante, una maniera morbida, tenera, dolce, illuminante per cívilizzare il barbaro Nord. Fissò standard del gusto, dell’intelligenza, dell’eleganza di cui ancora beneficiamo e che sono ben rappresentati nella tradizione della ‘Casa di Campagna Inglese’ gettando le basi per l’intera industria dei viaggi. Per qualche decennio, ci fu una straordinaria convergenza e fusione tra le classi superiori inglesi e una ricca fioritura trasversale. A Vicenza nel 1789, Arthur Young fu portato a visitare un deposito di ceramiche imitate da Wedgwood. Di sicuro un trionfo delle arti in Inghilterra vedere in Italia le forme etrusche copiate da modelli inglesi. E’ una imitazione molto superiore a quelle che ho visto in Francia”.

La conferma della rílevanza storica di questo multiculturalismo della cultura napoletana, e meridionale in genere, va ritrovata in una annotazione di cronaca attuale con la quale chiudiamo questa comunì­ cazione. 1 35 anni di permanenza a Napoli di Sir William Hamilton trascorsi alla corte di Ferdinando IV, vennero ricordati qualche tempo fa a Londra al British Museum in una mostra sponsorizzata dalla Pirelli. Vennero esposti per la prima volta oltre 200 pezzi di antichità, pietre vulcaniche, quadri, libri e disegni della sua collezione. Tra tutti ricordiamo il famoso “Portland vase”. Un vaso in vetro roma­no blu cobalto, con decorazioni in rilievo bianche. Fu l’omaggío a ricordo di un inglese, pazzo per l’Italia, in particolare per Napoli e per il Vesuvio, la cui vita, nella seconda metà del settecento, fu un misto di ‘otium’ e ‘negotium’, di piacere privato e dovere pubblico. Una mostra che un noto settimanale italiano, in un servizio da Londra, la definì ‘una storia di vasi greci, di corna e di Vesuvio’.(9)

NOTE

(1) M. PRAZ: “Studi e svaghi inglesi”, Garzanti, Milano, 1983, vol.1 pag. 193
(2) A. MOZZILLO: “La frontiera del Grand Tour”, Liguori editore, Napoli, 1992 pag. 13
(3) ibidem pag. 201
(4) Giornale IL MATTINO, pagina provinciale di Salerno, 27.4.96
(5) R. HUDSON (Ed.): “The Grand Tour: 1592 ‑ 1796″, The Folio, London, 1993 pag. 187
(6) ibidem pag. 206
(7) ibidem pag. 200
(8) HUDSON, ibidem, pag. 25
(9) PANORAMA, 16 maggio, 1996, pag. 199

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