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Una modesta proposta di scrittura creativa

Quanto può essere breve una 'storia' per essere considerata una buona storia? Negli Stati Uniti, vera e propria patria della scrittura creativa, si tiene da diversi anni una gara di scrittura denominata "Fifty‑five Fiction' vale a dire 'narrativa di 55 parole'. Quando tutto cominciò, nell'autunno del 1987, il giornalista e scrittore Steve Moss non venne preso sul serio.


I primi concorrenti che parteciparono alla competizione non produssero scritti di rilievo. Ma poi, anno dopo anno, i lavori inviati alla giuria del giornale californiano che gestisce il concorso, sono diventati sempre più originali ed interessanti. La tecnica è stata successivamente impiegata da molti scrittori, scuole e case editrici e sono stati anche pubblicati diversi volumi di racconti contenuti in un limite di 55 parole.

Scegliere un concetto, un’idea, un problema e svilupparli in uno spazio volutamente limitato, come si fa per scolpire una miniatura su di un piccolo pezzo di marmo o di legno, sembra una impresa impossíbile. Specialmente in una cultura come la nostra in cui le parole, sia scrítte che orali, si trovano a buon prezzo al mercato delle ‘chiacchiere’ sia quelle tradizionali che elettroniche. Questo tipo di lavoro concentrato, invece, risulta netto, ristretto, íntimo, ma l’obiettivo è lo stesso di quello che si può fare lavorando su di una scala più grande. Far convergere diversi elementi in un insieme coerente è qualcosa che può essere ottenuto facendo suscitare ammirazione e approvazione.

Non è un obiettivo facile da raggiungere, ma possibile ad acquisire con il continuo esercizio. Un grande scrittore e poeta moderno arnericano, Ray Bradbury, ha detto durante un corso di scrittura creativa che se si vuole imparare a scrivere si dovrebbe scrivere una storia breve ogni giorno. Se si riesce a seguire questo programma, alla fine dell’anno si saranno scritte 365 storie e, per male che possa andare, almeno tre o quattro di esse sono destinate ad essere delle buone storie, per la semplice ragione che è statisticamente impossibile scrivere 365 storie o racconti scadenti.

Una volta che si è riusciti a scrivere una storia o un racconto in 55 parole, si può andare avanti con la stessa tecnica impiegando 110 parole, poi 220 e così via, fino a scrivere una storia lunga, un romanzo, o quanto meno, a saper scrivere! Ma andiamo per gradi. Questo tipo di scrittura in fondo ha le sembianze di un gioco e come ogni gioco che si rispetti contiene quattro elementi essenziali:

1) un ambiente; 2) uno o più personaggi; 3) un conflitto; 4) una conclusione.

Qualcuno potrà obiettare che questo schema limita la creatività di chi vuole comunicare una vicenda. Tutto questo può non essere vero se consideriamo che:

a) le vicende devono avere un luogo di svolgimento, un ambiente, anche se di un altro mondo, nella mente di qualcuno, oppure in una stanza dell’appartamento accanto;

b) i personaggi possono avere infinite sembianze: persone, animali, cose, nuvole, microbi;

c) per ‘conflitto’ si intende semplicemente l’accadimento di ‘qualcosa’: Una discussione tra innamorati; la corsa di un cervo; l’attesa degli astronauti in orbita. Anche in una situazione estrema, come in quest’ultimo caso in cui nulla si muove o nessuno parla, c’è ‘conflitto’. Questo stato di cose ci porta al punto successivo;

d) esso segna il risultato della storia, la risoluzione della vicenda la quale può o non può avere una ‘morale’.

Tutto questo significa che quando la storia si conclude, qualcuno dovrà avere imparato qualcosa: “Toni ha scoperto che sua moglie voleva ucciderlo”, “Barbara aveva mentito come suo padre”, “i soldati riuscirono ad evitare l’accerchiamento”, e così via. E’ possibile che i personaggi della vicenda non imparino nulla dalla storia. Se ciò accade, vuol dire che sta al lettore imparare qualcosa da essa.

Analizziamo adesso tre tipi di storie diverse scritte originariamente in inglese e quindi tradotte in italiano nello stesso numero di parole, per far si che tutti gli elementi della tecnica siano chiaramente utilízzabili a fini comunicativi. Il primo testo è dialogato.

“Careful, honey, it’s loaded,” he said, re‑entering the bedroom. Her back rested against the headboard. “This for your wife?” “No. Too chancy. l’m hiring a professional”. “How about me? ” He smirked. “Cute. But who’d be dumb enough to hire a lady hit man? ” She wet her lips, sighting along the barrel: “Your wífe.”

“Attenta, cara, è carica” egli disse, rientrando nella stanza da letto. La testa contro lo schienale del letto. “E per tua moglie?”. “No. Troppo rischioso. Prenderò un professionista”. “E io?”. Sogghignò. “Intelligente. Ma chi sarebbe così stupido da assumere una donna per eliminare un uomo?”. Lei si inumidì le labbra, prendendo la mira. “Tua moglie.”

L’autore riesce a creare l’ambiente per mezzo di allusioni. Sappiamo che i due personaggi sono amanti, ma l’autore non ce lo dice. Sappiamo anche che c’è una pistola di mezzo, ma questa non viene mai nominata. A dire il vero, qui ci sono due storie. La seconda, quella del ‘complotto’, si rivela nelle due ultime parole, ‘tua moglie’. Non ci sono avverbi o aggettivi che descrivono la scena, eppure riusciamo ad immaginare la storia perfettamente. La forma narrativa è già in funzione, quando l’azione va in svolgimento, nel senso che le parole “attenta, cara, è carica” segnano già un accadimento, allo stesso modo di come le parole finali “tua moglie” lasciano immaginare un prosieguo.

Il secondo testo è costruito su di un tema principale che riflette la tecnica di scrittura limitata all’impiego di 55 parole ed ha come ha come sottotema una promessa di matrimonio:

“Fifty‑five,” she whispered to him. “Fifty‑five miles per hour?”. “No, words! That’s all we’ve got. Hurry! Please!”. Perspiration trickled down his neck; he stepped harder on the accelerator. “But… there’s so much I want to tell you! So much that hasn’t been said!”. “Ten,” she murmured. “Ten?”. “Six”. “Will you marry me?”. “Yes!”.

“Cinquantacinque” lei gli sussurrò. “Cinquantacinque miglia all’ora?”. “No, parole! Questo è quanto abbiamo! Sbrigati, per favore!”. Il sudore gli scendeva lungo il collo. Premette di più il piede sull’acceleratore. “Ma… c’è tanto che voglio dirti ancora! Tante cose che non ci siamo ancora detti!”. “Dieci”, lei mormorò. “Dieci?”. “Sei”. “Mi vuoi sposare?” “Si!”.

Commenti dei lettori

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  • Massimo Vaj

    06 Sep 2010 - 18:17 - #1
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    Trovato il primo manoscritto della Bibbia in una grotta del Mar Morto. All’esame del carbonio 14 risulta essere databile attorno al tremila avanti Cristo. Le tre principali dottrine monoteiste del pianeta che all’Antico Testamento si ispirano, quella ebraica, cristiana e islamica sono confuse, amareggiate dal fatto che il manoscritto è composto soltanto da cinquantacinque parole…

  • Massimo Vaj

    06 Sep 2010 - 18:25 - #2
    0 punti
    Up Down

    Nessuno schema aiuta l’intelligenza e la creatività, perché entrambe sono le qualità essenziali di un universo che non è schematizzabile. Se lo fosse avremmo già capito il Mistero che lo racchiude esprimendo leggi universali che schematiche non possono essere, in quanto tutto comprendono, anche le eccezioni.

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