Questo sito contribuisce alla audience di

Una poesia, due mentalità a confronto

La poesia è sempre un fatto personale, soggettivo ed irrepetibile. Lo è ancora di più quando i sentimenti poetici vengono proposti in lingue diverse. Metterò a confronto una famosa poesia inglese "Elegy written in a country churchyard" del poeta romantico inglese Thomas Gray con la traduzione in italiano dell'illuminista italiano Melchiorre Cesarotti.

Fin dai primi versi di «Elegy written in a country churchyard», confrontando il testo originale del poeta inglese Thomas Gray con la relativa traduzione dell’illuminista Melchiorre Cesarotti, è possibile verificare sostanziali differenze di tono, forma e persino di contenuto tra i due scritti.

The curfew tolls the knell of the parting day
The lowing herd wind slowly o’er the lea
The plowman homewards plods his weary way
And leaves the world to darkness and to me
( … )

Parte languido il giorno; odine il segno
che il cavo bronzo ammonitor del tempo
al consueto rintoccar diffonde.
Va passo passo il mugolante armento
per la piaggia avviandosì: dal solco
move all’albergo l’arator traendo
l’affaticato fianco, e lascia il mondo
alle tenebre e a me.

La versione italiana del primo verso dell’ Elegia è un ampliamento soggettivo e per certi versi diverso da ciò che il Gray intese dire. La versione inglese è basata su tre mots clés: «curfew», «knell» e «parting day». «Curfew», nella moderna accezione del termine, sta a sígnificare coprifuoco. Nel Medioevo , invece, questa parola assumeva un significato molto più vasto e complesso: «curfew» era il suono della campana che regolava l’estinzione serale nei camini a un’ora determinata (originariamente con l’intento di evitare gli incendi), Per segnalare questo particolare momento, si suonava in paese la campana della chiesa. La parola «knell» indica invece il ritocco funebre delle campane che segnalava la morte di qualcuno. In questo caso è il giorno a morire, o meglio a lasciare spazio alla notte, che prende il sopravvento. L’espressíone «parting day» è prolettica rispetto all’ultimo verso della prima strofa, in cui il poeta medita da solo nell’oscurità.

In inglese il tono della poesia è duro ed essenziale: la parola «knell», che è il suono prodotto dalla campana, in italiano si materializza e diventa un «cavo bronzo» (cioé una campana); dall’effetto, che è certamente l’aspetto più essenziale, si passa alla causa del suono. Inoltre il traduttore vuol precisare minuzíosamente il modo in cui il giorno si allontana (languido) e il «consueto» rintocco della campana. Il primo aggettivo (languido) non esiste nel testo originale, poiché è già una caratteristica intrinseca del «giorno che muore» e quindi del vocabolo «parting». Il secondo attributo (consueto) è anch’esso un’aggiunta spontanea del Cesarotti, il quale ritiene necessario puritualizzare il ripetersi ciclico di questo «ríntoccar»; egli vuole quasi dare un segno di continuità a quest’avvenimento. Il Gray, invece, è molto più categorico: il giorno sta morendo, è finito, è ormai andato, non può in alcun modo ritornare, si tratterà infatti sempre di un giorno nuovo, diverso. Con la fine del giorno si può far coincidere anche quella della finzione pastorale: il poeta abbandona l’immagine obiettiva del contadino per passare ad una visione soggettiva e notturna. Questa è sicuramente una prefigurazione del processo di interiorizzazione della poesia, ormai avviata alle formule del Romanticismo.

La mentalità del Cesarotti invece può essere considerata ancora prevalentemente neoclassica e non avverte, se non in minima parte, la vena di pessimismo espressa nella poesia del Gray. Anche quando il poeta inglese fa riferimento alla povera gente (vv. 29‑32), il risultato della traduzione denota delle connotazioni diverse:

( … )
Let not Ambition mock their useful toil
Theír homely joys, and destiny obscure;
Nor Grandeur hear with a disdainful smile,
The short and simple annals of the poor
( … )

No, della rozza vigliereccia gente
le pacifiche ed utili faticbe,
le domesticbe gioie e ‘l fato oscuro
non díspregiarlo, Ambizion superba,
né sdegní il Fasto con sorriso altero
della semplice e bassa Povertade
gli oscuri sì ma non maccbiati annali.

Mentre il Cesarotti fa un appello ad un astratto personificato affinché non disprezzi il «fato oscuro» della povera gente, il Gray rivolge all’Ambizíone un ammonimento in terza persona. Il classicismo aveva ereditato da Omero e, più generalmente dal mondo classico‑pagano, prettamente mediterraneo, l’usanza di appellarsi a divinità astratte che non erano altro che la rappresentazione ideale di uomini perfetti ed immortali e il letterato italiano, infatti, mi sembra ricalcare marcatamente questa tendenza.

L’Elegia del Gray si può riassumere, nel verso: «the paths of glory lead but to the grave», che, tradotto letteralmente, significa «i sentieri della gloria portano soltanto alla tomba». Nessuno, infatti, può scampare alla Morte, né i potenti, né gli ambiziosi. Anche nella traduzione di questo verso il Cesarotti ha trasfigurato il significato reale della poesia del Gray, infatti nella sua versione si legge: «Pari è di tutti il fato». Non è presente alcuno accenno né alla gloria effimera degli uomini né alla Morte, che colpisce tutti inesorabilmente, come è sottolineato dalla preposizione «but». Si accenna al Fato, altra entità astratta ed ignota; tutti gli uomini hanno lo stesso destino, tutti moriranno, prima o poi.

Il Cesarotti, tuttavia, non fa per nulla riferimento all’atteggiamento del Gray, il quale cerca di evídenziare la vanità dei beni mondani, mettendo l’accento sul problema delle desolanti sperequazioni economiche dell’epoca, aumentate grandemente in Inghilterra con il fenomeno delle «enclosures» ed in particolare con la Rivoluzione Industriale.

Il limite del Gray è il volere riconoscere sostanzialmente l’impossibilítà di modificare la situazione, vedendola quasi come un ríspecchiamento della situazione di natura. Dalla traduzione del Cesarotti si evínce, invece, soltanto che il destino è uguale per tutti; non è riscontrabile alcuna aperta puntualizzazíone sulle differenze tra le classi sociali, non è enfatizzata in alcun modo l’inutilità della gloria umana dopo la morte. Il Cesarotti non riuscì ‑ o forse non volle ‑ prendere coscienza di ciò; la sua vita ricca di onori e riconoscimenti da parte del regime napoleonico, del quale era stato un fervente sostenitore, di fatto lo testimonia.

Ultimi interventi

Vedi tutti