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Elogio del saggio

Non mi sono mai piaciute troppo le storie. In esse mi ci sono sempre perso rincorrendo i vari livelli di scrittura sui quali una storia, una vicenda, una narrativa è costruita. Una storia è una fetta di vita vista attraverso gli occhi di chi la scrive e la vive dall'interno del suo tessuto. Che essa sia scritta da dentro o da fuori, invita sempre il lettore ad entrarci ed a prenderne parte.


Sta alla capacità di chi scrive riuscire ad ingabbiare chi legge nella sua sua rete narrativa e tenerlo fino alla fine quando le cose saranno compiute. Il lettore, da parte sua, se riuscirà ad entrare nei sentieri che lo scrittore gli traccia e gli chiede di seguire, potrà godere dei benefici che la storia propone. Ebbene, io ho ho avuto sempre difficoltà ad entrare in questo gioco che a volte ha tutta l’aria di un giogo. Mi sono sempre, o quasi, rifiutato di percorrere quei sentieri di lettura che mi vengono imposti di seguire.

Spesso avverto il bisogno di essere accompagnato, per così dire, in un esercizio di esplorazione che porta a conoscere ambienti umani e familiari, territori della mente e dello spirito, intrecci tra morale e religione, passioni esistenziali, tormenti soggettivi e problematiche sociali, messaggi culturali e politici, il tutto intrecciato con soggetti umani che il più delle volte sono ritratti superiori a quelli che si incontrano nella realtà della vita reale.

Questo a ben vedere è merito dell’autore che scrive e delinea scenari, situazioni e personaggi. Ma resta il problema di seguire e lasciarsi andare alla vicenda, , sciogliere gli intrecci, salire e discendere i livelli, entrare e uscire dai personaggi, capire gli inganni e via complottando. Una vera gabbia nella quale piuttosto di rado mi sono lasciato infilare arrivando stancamente alla fine della storia dopo d’essere riuscito a trovare la chiave per aprire ed uscire le porte o i cancelli di quella gabbia che è un romanzo.

Un genere letterario alternativo, altrettanto antico quanto il romanzo o il racconto, sembra esserci ed è quello che va sotto il nome di “saggio”. E’ da poco uscita una ricca antologia in lingua inglese su questo genere che porta il lettore in un lungo viaggio attraverso la sua storia a partire dall’antica Mesopotamia alla Grecia e Roma classiche, dal Giappone del 15° secolo alla Francia del 19°, al Brasile, alla Germania, alle Barbados e oltre. Un libro da gustare in tutti i suoi aspetti di creatività non narrativa, una creatività che mira non solo ad informare per formare, come nella tradizione del saggio inglese settecentesco con i vari Johnson, Addison, Hazlitt. Le scelte dell’autore John D’Agata cadono su scritti ed autori che non fanno della retorica il loro fine.

D’Agata predilige gli scrittori che vagano, quelli che fanno libere associazioni, che evitano la retorica. Le sue scelte spaziano dagli scritti dell’antica Sumeria, la famosa “Lista di Ziusudra”, passano per gente che di saggi hanno fatto la loro arte come Eraclito, Teofrasto, Plutarco e Seneca. Non trascura di fermarsi in oriente scegliendo il Pillow Book di Sei Shonagon e le stranissime osservazioni di Shang-yin. Non manca qualche citazione del classico Montaigne, le Meditazioni di Thomas Browne sulla morte e la famosa “Modesta proposta” di Jonathan Swift.

Questa antologia va a collocarsi a fianco di tante altre che gelosamente conservo nella mia biblioteca, sia in lingua italiana che in altre lingue. Ogni curatore infatti fa le sue scelte necessariamente diverse. Ma tutte servono a chi ama la letteratura non solo come evasione ma anche come formazione oltre che informazione. Alle classiche sostanziali paroline domande chi-cosa-quando-dove-perchè ne va aggiunta un’altra a cui solo “come” sa dare una risposta.

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