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Siamo tutti digitali

La prima generazione di "nativi digitali", vale e dire i nati e cresciuti quando il PC e la Rete erano già in funzione, ormai sono cresciuti, stanno per diventare adulti. Il che significa che stanno per dare, anzi già danno, al mondo una forma nuova. In tutti i settori dell'esistenza: economia, cultura, comunicazione, famiglia. Tutto o quasi tutto si sta trasformando, è già diverso e sotto gli occhi di tutti, ma non ce ne accorgiamo.


Ma chi sono questi nativi digitali? Come e quanto sono diversi dalle generazioni precedenti? Sarebbe poi interessante stabilire anche il concetto di generazione. Da quale ventennio partiamo? Dagli anni sessanta o settanta? Beh! ricordo che quando è nato mio figlio, alla metà degli anni settanta, già si cominciava a parlare di computer e le schede perforate cominciavano a scomparire. Fu alla metà degli anni ottanta, quando il mio “nativo digitale” di famiglia aveva quasi dieci anni. Dal Vic 20/30 passò al Commodore 64 e le cose cominciarono a cambiare drasticamente.

Il Commodore 64 fu il modello di computer più venduto, record che si trova anche nel Guinness dei primati: nel 1986 furono venduti più di 10 milioni di esemplari in tutto il mondo. Fu commercializzato fino al 1993. In totale, ne sono stati venduti oltre 17 milioni di esemplari: record che, con tutta probabilità non verrà mai più superato. Va detto che a natura degli attuali computer, assemblati diversamente a seconda delle esigenze dell’utente, rende praticamente impossibile ripetere un’impresa simile. Sono altri gli oggetti digitali che si vendono a milioni. Ma sono interdipendenti dai primi.

Ricordo che in quel periodo ci fu un tentativo da parte mia e di un amico avvocato di aprire una “scuola digitale” dalle nostre parti per l’apprendimento e l’uso del PC, di come programmarlo ed utilizzarlo per scopi didattici, educativi, commerciali: dispense, cassette, programmi, lezioni tradizionali. proiezioni in super 8 e 16 mm. Altrove, in una grande città questa volta, tentai l’avventura del video scrivendo il testo di una grammatica di lingua inglese modellata su lezioni televisive pre-registrate. Sui principi dell’insegnamento programmato introducemmo l’apprendimento VAAC - video-audio-attivo-comparativo. Un laboratorio linguistico di avanguardia, (eravamo a gli inizi degli anni settanta) con una consolle dalla quale l’insegnante controllava un’aula di una ventina di posti-alunno. Ognuno di questi aveva sul banco un registratore a nastro audio che registrava il sound track di un filmato video di una lezione di lingua inglese registrata da native speakers con relativi esercizi. Il filmato era di breve durata. Il sound track veniva registrato su ogni singolo posto ascolto studente il quale poi, dopo la visione, procedeva con la pratica sul nastro audio. Dalla consolle il docente controllava ed interagiva. Era nata la interattività didattica di gruppo.

Tutto questo per dire che quando si arriva al punto in cui siamo arrivati e cioè a parlare di come questi nativi digitali stanno cambiando il mondo, non è che ci si è arrivati dalla mattina alla sera. C’è tutto un percorso, un itinerario, una concatenazione logica di eventi che porta a quella che poi viene chiamato mutamento o progresso. Con l’avvento della cultura digitale si è venuta sviluppando quella necessità che l’uomo porta con sè fin dalla nascita, vale a dire il bisogno di partecipazione, condivisione e visibilità. Se identità significa il proprio mondo unico ed irrepetibile che risiede in ognuno di noi è anche vero che ognuno di noi sa che questa identità è qualcosa di quanto mai complesso e complicato, mutevole, sfuggente e spesso sconosciuto ed inconoscibile. Ne sanno qualcosa i giovani digitali nativi i quali in rete hanno decine di identità e di avatar oltre che profili. Tanti mondi virtuali che si accavallano a quello reale dal quale senbra che vogliano fuggire se non sfuggire.


Tra i tanti problemi che solleva questo libro quello della identità è uno dei più importanti a conoscere insieme a quello della privacy. E se il mondo reale viene affiancato da un mondo virtuale quali possono essere le conseguenze da un punto di vista sociale, professionale e psicologico? Pensiamo a tutto quanto viene coinvolto in questa complessa nuova realtà che determina un nuovo modo di essere. Il libro di cui sto parlando vuole essere una sorta di guida in questo “brave world” che non contiene solamente “coraggio” come lascia intendere la parola inglese. Contiene anche rischi, pericoli, incognite come ben previde e ne parlò nel suo famoso libro Aldous Huxley, “Brave New World”, un romanzo di oltre 70 anni fa. Non a caso l’autore prese il titolo da una frase detta da Miranda nella famosa tragedia di William Shakespeare “La Tempesta”: “Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli!” - “How beauteous mankind is! O brave new world that has such people in’t!”. Un mondo ignoto, quindi, pieno di rischi e di nuove condizioni umane.

Gli autori, entrambi accademici, condividono il timore sulle ramificazioni legali e sociali di questa realtà digitale riguardanti le nuove generazioni, in particolare quelli nati dopo gli anni ottanta. Uno dei maggiori pericoli, a loro parere, è la conservazione della privacy, la protezione dei dati personali, il controllo dei contenuti e la condivisione. Su tutto gravita la necessità di far comprendere a questi nativi digitali la differenza di forma e di sostanza che intercorre tra la vera realtà e quella virtuale.

Li vedete dappertutto. La ragazzina con l’iPod seduta di fronte a voi in metropolitana che scrive freneticamente messaggi sul cellulare. Il genietto del computer che fa praticantato estivo nel vostro ufficio e a cui chiedete disperatamente aiuto quando vi si pianta l’e-mail. Il bambino di otto anni che potrebbe battervi a qualsiasi videogioco sul mercato – e oltretutto scrive al computer molto più veloce di voi. Persino la figlia neonata di vostra nipote, che non avete mai incontrato perché abitano a Londra, ma a cui siete comunque affezionati per via della caterva di foto che vi arriva ogni settimana.

Tutti questi personaggi sono «nativi digitali». Sono tutti nati dopo il 1980, quando approdarono in rete le tecnologie digitali sociali come Usenet e i BBS (Bulletin Board Systems, sistemi di bacheche online). Tutti hanno accesso alle tecnologie digitali in rete. E hanno le capacità per usarle (a parte la bambina, ma anche lei imparerà in fretta).

Probabilmente sarete rimasti colpiti da alcuni talenti di questi nativi digitali. Forse il vostro giovane assistente vi ha mostrato su Internet una divertente satira politica che non sareste mai riusciti a trovare da soli, o vi ha procurato dei materiali di presentazione al cui confronto le vostre slide di PowerPoint sembrano medievali. Forse vostro figlio ha cancellato con Photoshop una nuvola dalla foto delle vacanze di famiglia, trasformandola nella perfetta cartolina di auguri di Natale. E magari quel bambino di otto anni ha realizzato da solo un video che decine di migliaia di persone hanno visto su YouTube.

Ma ci sono anche buone probabilità che un nativo digitale vi abbia dato fastidio. Quello stesso assistente, forse, che scrive inappropriate lettere informali ai vostri clienti – e in un modo o nell’altro non sa ancora come mettere insieme una lettera vera, stampata? O forse vostra figlia, che non scende mai per cena perché è sempre indaffarata a chattare online con le sue amiche – e anche quando scende non la smette di scrivere messaggi sotto il tavolo alle amiche di cui sopra?

Forse siete addirittura un po’ intimoriti da questi nativi digitali. Magari vostro figlio vi ha raccontato che un suo compagno di classe delle medie gli ha scritto messaggi violenti e minacciosi sulla sua pagina web. Oppure avete sentito al telegiornale di quella banda di studenti universitari che si è inserita nel sito internet di un’azienda e ha rubato 487 numeri di carte di credito prima di farsi beccare dalla polizia.

Una cosa sapete di sicuro: questi ragazzi sono diversi. Studiano, lavorano, scrivono e interagiscono tra loro diversamente da come facevate voi da bambini. Leggono blog invece di giornali. Spesso si conoscono su internet prima ancora che di persona. Probabilmente non sanno neanche com’è fatta una tessera della biblioteca, ed è ancora più difficile che ne possiedano una; e se ce l’hanno, è facile che non l’abbiano mai usata. Prendono la loro musica da internet – spesso in modo illegale, senza pagare – anziché comprarla nei negozi di dischi. Sono molto più propensi a mandare un messaggio che a prendere la cornetta per darsi un appuntamento pomeridiano. Adottano cuccioli virtuali – e stringono amicizie grazie a Neopets – invece che animali in carne e ossa. Sono legati tra loro da una cultura comune. Gli aspetti principali delle loro vite – interazioni sociali, amicizie, attività civiche – sono mediati da tecnologie digitali. E non hanno mai conosciuto una maniera diversa di vivere.

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