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I nuovi Dieci Comandamenti

La tradizione vuole che i Dieci Comandamenti fossero scolpiti nella pietra. Oggi che tutto o quasi tutto viene scolpito in bits & bytes sarebbe opportuno rivisitarli in maniera digitale. Una operazione questa dalle molte sorprese. Ci ha provato una rivista e i risultati sono sconcertanti. Vediamo perchè. Assicuriamoci, innanzitutto, di ricordarceli questi Dieci Comandamenti. Nella tradizionale versione catechistica, così come ce li hanno insegnati da bambini, almeno quelli delle generazioni passate. Perchè, questo bibliomane, la realtà dell'attuale generazione digitale, la conosce ben poco.

Cosa diciamo quando vogliamo rivisitare una politica di lunga durata o uno schema di comportamento che non sembra più convincerci, oppure che ha cessato di dare risultati? Diciamo: “Mica sta scritto nella Bibbia” intendendo così che la cosa di cui si sta discutendo può essere messa in dubbio. Nulla quindi è immutabile come appunto “le tavole della legge”. Eppure, forse non tutti lo sanno, o non ricordano, che anche dei Dieci Comandamenti esistono diverse versioni. La prima è quella che troviamo accennata nell’Esodo (20). La seconda versione sempre nell’Esodo è al verso 34 chiamata per la prima volta “I Dieci Comandamenti”. Nel quinto capitolo del Deuteronomio Mosè ancora una volta chiama i suoi e recita sul monte Sinai il discorso di alto valore per poi ripeterlo 22 capitoli dopo man mano che si lui ed i suoi si avvcinano al fiume Giordano. Questa varietà di scrittura ci porta a pensare che i comandamenti abbiano attraversato un sofferto percorso di stesura definitiva che poi è rimasta anche nella letteratura documentale come è il caso della bibbia cristiana/cattolica, luterana ed ebraica.

Ascolta Israele! Io sono il Signore Dio tuo:
Non avrai altro Dio fuori di me.
Non nominare il nome di Dio invano.
Ricordati di santificare le feste.
Onora il padre e la madre.
Non uccidere.
Non commettere adulterio.
Non rubare.
Non dire falsa testimonianza.
Non desiderare la donna d’altri.
Non desiderare la roba d’altri.

Il primo comandamento, secondo l’articolista della nota rivista internazionale Vanity Fair sulla quale è apparso l’articolo, si presenta come una vera e propria ingiunzione sulla quale non si può discutere. Ascoltate e riflettete, gente, sul fatto che io sono il solo Dio. Non ce ne sono altri. Si può dire e sostenere una cosa del genere nel mondo di oggi? Sappiamo tutti che il politeismo degli Ebrei del tempo somigliava molto al politeismo di oggi. Altro che un solo Dio! Quanti sono gli dei che gli uomini di oggi venerano? Innumerevoli, tanti quanti ne può partorire una mente umana. E’ del tutto inutile nominarli. Ognuno ha i suoi ed ognuno appartiene a ciascuno di noi: la tv, il cellulare, l’auto, la politica, il denaro, il sesso, la droga e via discorrendo. Sono tutti gli idoli ai quali nessuno sa rinunciare. Eppure tutti sostituiscono l’immagine di Dio. A questa dannazione non sfuggono nemmeno i Mussulmani per i quali il divieto della riproduzione della figura divina è un ordine, figurarsi poi quella del Creatore. Non altrettanto si può dire dei Cristiani e del Cristianesimo i quali hanno fatto delle immagini la loro filosofia. Abbondano le statue, i crocifissi, i santi, le sante e le madonne. Tutte queste figure sembrano deliberatamente sfidare l’ingiunzione del primo comandamento: non avrai altro Dio al di fuori di me. Nel mondo contemporaneo in cui l’immagine prevale sempre di più sulla parola, che senso ha un comandamento del genere? Come si può accettare un invito che è una ingiunzione quasi perentoria e farla propria?

Il secondo comandamento invita a non nominare il nome di Dio invano. Aprite bene le orecchie, guardatevi intorno e vi accorgerete che in ogni discussione, dibattito, polemica c’è una imprecazione, o quanto meno la segnalazione invocativa diretta a chi richiede l’applicazione del riserbo sul suo nome. E perchè ci si chiede oggi dovremmo astenerci dal nominare il nome di un Dio che chissà per quale ragione non vuole essere nominato. C’è un rischio ontologico, per così dire? Nominare Dio significa forse correre il rischio di volerlo conoscere? E anche se è così, e così è stato e sempre sarà, che male c’è?

Per quanto concerne il terzo comandamento si avverte con esso la necessità di osservare il riposo dal lavoro e di festeggiare Dio. Nessuno sembra si sia mai opposto ad una cosa del genere visto e considerato che anche lo stesso Signore si concesse un giorno di riposo dopo sei giorni dedicati alla creazione del mondo. La realtà del mondo contemporaneo sembra però essere ben diversa da quella che era il mondo antico, interamente basato sulle cadenze e scadenze delle stagioni. Viene logico chiedersi se Dio possa essere onorato e festeggiato anche negli altri giorni. Ogni momento dovrebbe essere buono per chi crede e vuole pregare, adorare, invocare Dio.

Il quarto comandamento viene enunciato come un invito e non una minaccia come sembrano essere fatti i precedenti comandamenti. Sia nell’Esodo che nel Deuteronomio viene fatto un invito del genere strettamente legato al fattore dell’ereditarietà dei beni piuttosto che al rispetto filiale. Sia l’idea di paternità che quella di maternità in questi tempi sono stati continuamente sottoposti ad attacchi di ogni genere. Figli senza padre o senza madre sono all’ordine del giorno nei legami coniugali che si affermano oggi. Il padre e la madre erano figure centrali in una istituzione, la famiglia, che ormai non esiste più. O almeno non si presenta come quella di un tempo. Un vincolo materiale e spirituale oltre che istituzionale legava chi intendeva vivere in comune una esperienza esistenziale che mirava a creare premesse certe per il futuro basate su un’idea di continuità legittimata dalla nascita di figli. Oggi la famiglia tradizionale è stata sostituita dalla famiglia allargata. Non più un solo padre ed una sola madre, ma anche più genitori non solo tra sesso diverso ma anche tra coniugi dello stesso sesso. Due donne unite in un certo vincolo possono fare benissimo da madri ad un figlio alla stessa maniera di come possono farlo due uomini che aspirano ad avere un figlio anche senza la figura decisiva di chi ne è la portatrice, per così dire, vale a dire la moglie/madre. In un contesto del genere parlare di “onore” è quanto mai arduo se non impossibile.

Non uccidere è il comandamento più importante. C’è da dire, comunque, che nell’originale Ebraico, la parola “uccidere” stava più per “assassinare”. Il che ci porta a pensare che l’intento originale non era affatto “pacifista” perchè poi, subito dopo la rottura delle tavole originali in uno scatto di ira, Mosè dice: “Disse loro:”Dice il Signore, il Dio di Israele: “Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino”. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo.” Anche questo fu un “comandamento” come lo fu l’intero libro dell’Esodo. Un “invito” ad uccidere anche per la violazione del Sabato, oltre che quello famoso rivolto ad uccidere apertamente chi pratica la magia “Non lascerai vivere colei che pratica la magia” (Esodo 22,17). Un comandamento questo ultimo che purtroppo è stato preso alla lettera fino a poco tempo. A questo punto bisognerebbe chiarirsi bene l’idea di “uccidere” nei suoi vari gradi di “uccidere” e “assassinare”. Una distinzione questa lasciata agli uomini. Non sarebbe stato meglio che ce lo dicesse Lui stesso? Si sarebbero così evitati tanti genocidi passati, presenti e, ahimè, futuri.

Il sesto comandamento è quello dell’adulterio, un’azione questa strettamente collegata al sesso e comunque si intreccia con quella realtà complessa familiare che abbiamo visto quando abbiamo parlato della famiglia, del padre e della madre e del concetto di onore. L’adulterio allora si collocava chiaramente in una realtà tribale nella quale la società del tempo si riconosceva per vivere. Gli stretti legami di convivenza portavano le persone ad osservare rigidi codici di onore. Con il passare del tempo questi codici si sono allentati e l’adulterio se non è diventata pratica comune poco ci manca. Venuto a mancare il codice d’onore previsto nel quarto comandamento l’adulterio non è più un crimine alla stregua dell’omicidio, del furto e della menzogna.

Il settimo “non rubare” poggia tutto sull’idea che chi ha accumulato dei beni lavorando non vuole ovviamente farseli prendere illecitamente da altri. Anche in questo caso, però, va detto che il concetto di “furto” o “ruberia” al giorno d’oggi ha assunto una dimensione di significato diverso da quello che il comandamento aveva ai suoi tempi. Ci sarebbe da fare tutto un discorso sul tipi di ruberie e di come le tecniche che portano ad esse si siano diversificate e qualificate sia per gli individui che per le istitutzioni, fino ad arrivare agli stati.

“Non dire falsa testimonianza” è senza dubbio il comandamento più sofisticato di tutto il Decalogo. La società umana è incomprensibile a meno che non si esprima in parole. Queste legano e non a caso. In un’aula di tribunale bisogna giurare di dire la verità. Chi non la dice la legge prevede pene severe. Ma le parole, si sa, sono tante e possono essere dette in tanti modi. E poi come si fa a distinguere tra parole vere e quelle “false”, dette per pettegolare per diffamare senza dire “contro”? Perchè, tutto sommato, l’invito a non dire falsa testimonianza è non dire qualcosa “contro” qualcuno.

Il nono comandamento “Non desiderare la donna d’altri” si rifà ad una realtà che non esiste più. In una società come quella di oggi in cui la donna è costantemente in esposizione e sotto il fuoco del desiderio, come si fa a non desiderarla? E che dire poi del desiderio della “roba d’altri” come recita l’ultimo comandamento? Con tutta quella pubblicità e relativo marketing che abbiamo sotto gli occhi 24 ore al giorno! Negare questi desideri significa essere contro il … progresso, la produzione industriale, la crescita del PIL, i posti di lavoro. Insomma la “roba” deve essere desiderata perchè progettata, prodotta, venduta, distribuita, consumata, gettata e poi ricomprata per sicominciare il ciclo.

L’articolista sostiene ancora che alla luce di diversi ed opposti punti di vista politici, la “destra” e la “sinistra”, come si può sostenere immorale il fatto di desiderare di possedere cose che non si posseggono o che altri hanno e se ne godono? E come si può sostenere da un punto di vista di “sinistra” che è peccato essere ambiziosi e possessivi. Oppure come si fa ad evitare di essere imitativi e competitivi in una società come la nostra in cui l’emulazione è tutto? E come si fa a non emulare il “vicino” che è l’ “altro” che ci vive a fianco? E’ chiaro allora che, tirando le somme, i dieci comandamenti sono il ritratto di una società che aveva una differente realtà etica, indirizzati a soggetti umani che vivevano una realtà nomade fatta di agricoltura, di relazione con la natura e con gli animali.

Qual’è allora la conclusione a cui si può arrivare senza essere blasfemi o irriguardosi? Ad una lettura attenta dell’articolo si intuisce che l’articolista ha ragione nel dire molte delle cose che dice. Penso però che le dice nella forma sbagliata. Per di più alcune sue conclusioni sono sbagliate quando tenta di banalizzare il senso di quelle leggi che, secondo lui, sono tutte “inibitorie”. Può esserci una contraddizione con quello che noi conosciamo come un concetto filosofico e che va sotto il nome di “libero arbitrio”. Tutto resta counque affidato al dono dell’intelligenza che caratterizza l’uomo e che comunque resta un “dono” del Creatore. Che qualcuno ce l’abbia e qualche altro no, questa non sembra essere una colpa da darsi a Lui. Non basta dire che bisogna essere pronti a rinunciare a qualsiasi dio o religione che contraddice quei comandamenti. E che se comandamenti ci devono essere questi dovrebbero essere diversi da quelli scritti sulle tavole di Mosè che vorrebbero contenere un codice morale per vivere. Il suo scritto non fa altro che confermare in forma moderna la validità del secondo comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano”. Il suo tentativo resta “vanità”, quella “vanità” che Qoelet conosceva bene ed alla quale diede il nome “dubbio” nell’uomo, certezza in Dio. Non mancano del resto i tentativi di altri scrittori moderni di reinterpretare in chiave contemporanea il messaggio dei Dieci Comandamenti. E’ pur sempre semplice banalizzare cose, idee e concetti antichi. Importante è stabilire linee necessarie di continuità delle quali la condizione umana non può fare a meno.

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