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Il Prologo della Primavera

"Quando aprile con le sue dolci piogge ha penetrato fino alla radice la siccità di marzo, impregnando ogni vena di quell'umore che ha la virtù di dar vita ai fiori, quando anche zeffiro col suo dolce fiato ha rianimato per ogni bosco e per ogni brughiera i teneri germogli, e il nuovo sole ha percorso metà del suo cammino in ariete, e cantano melodiosi gli uccelletti che dormono tutta la notte ad occhi aperti (tanto li punge in cuore la natura), la gente allora è presa dal desiderio di mettersi in pellegrinaggio e d'andare come palmieri per contrade forestiere alla ricerca di lontani santuari variamente noti, e fin dalle più remote parti d'ogni contea d'Inghilterra molti si recano specialmente a Canterbury..."


Questo è il famoso incipit dei “Racconti di Canterbury” del grande scrittore inglese Geoffrey Chaucer. Alla locanda Tabard, una taverna del Southwark, presso Londra, il narratore si unisce ad una compagnia di ventinove pellegrini. Come lui, anche loro sono diretti al santuario del martire Tommaso Becket. A noi qui non interessano le chiacchiere e le storie di questi pellegrini bensì la descrizione dell’ambiente e del tempo in cui la vicenda si svolge.

When April with his showers sweet with fruit
The drought of March has pierced unto the root
And bathed each vein with liquor that has power
To generate therein and sire the flower;
When Zephyr also has, with his sweet breath,
Quickened again, in every holt and heath,
The tender shoots and buds, and the young sun
Into the Ram one half his course has run,
And many little birds make melody
That sleep through all the night with open eye
(So Nature pricks them on to ramp and rage)-
Then do folk long to go on pilgrimage,
And palmers to go seeking out strange strands,
To distant shrines well known in sundry lands.
And specially from every shire’s end
Of England they to Canterbury wend,
The holy blessed martyr there to seek
Who help ed them when they lay so ill and weal
Befell that, in that season, on a day
In Southwark, at the Tabard, as I lay
Ready to start upon my pilgrimage
To Canterbury, full of devout homage …

Chaucer apre il suo capolavoro con quello che è noto col nome di “Prologo Generale”, una descrizione che è una vera e propria invocazione alla primavera. Il mese è quello giusto, Aprile. Non a caso il suo etimo ci dice tutto: dal latino “aperire” quindi schiudere, aprire, dare inizio. Tutto un progetto, un’idea su cui costruire. Le piogge residue dell’inverno, la fioritura timida delle piante, il risveglio del canto degli uccelli, tutto invita all’apertura, all’incontro, alla scoperta ed al rinnovamento. Natura ed uomini si ritrovano dopo il lungo letargo dell’inverno.

Questa invocazione poetica, collocata all’inizio dell’opera e che si manifesterà poi in forma non poetica ma in prosa, ha un suo stile preciso che diversifica non solo la forma linguistica ma anche i temi che quei pellegrini toccheranno nelle loro conversazioni. Questa gente viene collocata da Chaucer in un contesto poetico che è cosmico perchè tale è il sentimento di universale appartenenza che caratterizza la loro fede che aspira al soprannaturale. E dove altro avrebbero potuto trovare ispirazione se non nell’essenza della natura e del suo rinnovamento? Quando se non a primavera? Le altre stagioni sembrano solamente delle sorelle minori e secondarie in quello che è il ciclo misterioso della vita.

La primavera è il tempo ideale per nascere e rinascere, così come l’estate è quella prevista per vivere. L’autunno segna l’ineluttabile necessario declino e consunzione di un progetto vitale che deve concludersi con i rigori dell’inverno. Ed ecco poi, che come per magia, tutto ricomincia “riaprendosi”: “primavera” - “spring”. In entrambe le lingue c’è l’idea delle forza, della liberazione, della spinta creativa. Ed era proprio questo sentimento che spingeva i pellegrini a uscire, partire aprendo se stessi verso il mondo e, chi voleva, verso l’alto. Ieri come oggi. Il narratore alla fine della sua introduzione dice di avere il “tyme and space” per dire ciò che dice. Ci fa comprendere che egli scrive dopo che i fatti si sono realizzati. La primavera è passata, la gente che ha incontrato ormai è ritornata da dove era venuta, un’altra stagione sta passando e lui si ritrova di nuovo in corsa nel ciclo della vita.

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