Questo sito contribuisce alla audience di

La biblioteca del padre

Un bibliomane che nasce tale non s'è mai visto. Se non raramente, comunque. Voglio dire che bibliomani, più che nascere, si diventa. A pensarci bene, c'è sempre comunque un background, uno sfondo, un ambiente in cui una persona, alla quale piace leggere e scrivere, diventa appassionato di libri. Li legge, li compra, li conserva, li colleziona perchè li eredita, li scambia, e magari li scrive e li vende. La mia passione per i libri l'ho ereditata da mio padre che i libri, oltre che leggerli e conservarli, li stampava anche, nella sua vecchia tipografia tradizionale. In occasione della festa del papà intendo qui ricordarlo pubblicando un estratto del libro "Il testimone. Le metafore di Alvano" uscito diversi anni fa. Alvano è l' "alter ego" di questo bibliomane.


La biblioteca del padre era la sua misura del tempo e dello spazio. Ogni volta che apriva quel piccolo mobile a libreria, dai vetri gialli ed opachi e guardava gli scaffali ripieni di libri, era una festa per i suoi occhi e per la sua fantasia. Allineati con cura, sistemati per grandezza, per autore, per editore, sempre che poteva, li prendeva, li toccava, ne palpava il dorso, se li rigirava tra le mani. Leggeva il retro della copertina, la presentazione sulla pattina, il frontespizio, inoltrandosi, ma non sempre, nella lettura dell’introduzione.

Pensava che un giorno li avrebbe letti tutti. Il padre chissà se li aveva letti. Axel Munthe, Erasmo da Rotterdam, Van Loon, F. Nietzsche, L. Yutang, A. Fraccaroli, C. A.. Cipolla, G. A.. Borgese, T. Mann,L.Tolstoi, F.Dostojewski, H. de Balzac, G. Comisso, J. London, E. A. Poe, A. Frateili, G. Papini, A. Huxley, J. Wassermann… Centinaia di titoli di libri, famosi, ancora oggi importanti, autori alla ribalta allora, diventati classici o dimenticati poi nel tempo. Li poteva sfogliare solo di nascosto, senza farsi vedere dalla madre, che lo avrebbe detto al padre. E poi le avrebbe prese. Lui, quando era di buon umore, gli permetteva di tirarli fuori dagli scaffali, di spolverarli e sistemarli come gli diceva.

Quelli gialli, la collana dei saggi della Bompiani. Quelli marroni della collana romantica Corbaccio-Dall’Oglio. Quelli verdi della letteratura mondiale della Medusa di Mondadori… Ognuno di essi rappresentava per Alvano una sfida ed un impegno alla conoscenza, alla ricerca, all’esplorazione di orizzonti diversi e lontani da quel piccolo mondo provinciale che lo circondava e lo soffocava. Quando sfogliava il libro intitolato “Così parlò Zarathustra”, e leggeva qualche pensiero, era affascinato dalle parole, ma non ne capiva il senso, restando preso dal mistero della loro semplicità. Un libro importante, l’avrebbe scoperto anni dopo, dalle molte pagine, con una lunga presentazione ed un ricco indice analitico.

A Zatathustra si affiancavano due altri tomi che senza dubbio dovevano essere importanti per suo padre. Uno era di M. G. Sarfatti dal titolo inequivocabile ‘Dux’. L’altro, altrettanto impegnativo, ‘Mein Kampf’ di un certo Adolf Hitler. Due versioni di quest’ultimo libro, una in italiano e l’altra in tedesco. Non che il padre di Alvano conoscesse la lingua germanica, ma si diceva che in tutte le case degli italiani, in quegli anni, si potevano trovare quei libri che poi sarebbero scomparsi non si sa bene come e perché. C’era anche un titolo che lo interessò molto per diverso tempo: “Introduzione alla stupidità umana”. Cominciò più volte a leggerlo, ma non riuscì mai a concluderne la lettura. Voleva cercare di capire come mai il mondo fosse così complesso, difficile, quasi sempre incomprensibile. Ma se quel volume di oltre quattrocento pagine era soltanto una introduzione, figurarsi poi un trattato su quell’argomento.

Cosi pensava Alvano con grande ingenuità. Ma non poteva o non sapeva capire. Soprattutto, non voleva addentrarsi in cose che non avrebbe poi amato molto neanche in seguito. I libri che lo attiravano erano, invece, quelli corredati da illustrazioni di luoghi, persone e personaggi. Come i libri di viaggio di M. Appellius, C. Tommaselli,J. Verne. L’Africa, l’India, il Tibet, il Nepal, la Cina, il Giappone erano le sue mete preferite. Ceylon, poi, era la sua passione. Un libro in particolare, intitolato: “Ceylon, l’isola delle donne belle” era un vero e proprio godimento per Alvano. Immagini di donne straordinarie dai capelli lunghi, neri e lisci, inghirlandate di fiori, di fronte all’obbiettivo, riprese lungo spiagge di sogno, ricamate da mari spumeggianti, con sullo sfondo riverberi di luci tropicali e piroghe lontane.

Quei seni turgidi, dai capezzoli marcati e scuri, al vento dei tropici, erano per Alvano un invito alla fuga dalla triste realtà che lo circondava, nel sogno dell’irreale e dell’immaginario. Non erano soltanto le pagine dei libri a farlo sognare, ma anche le immagini delle riviste che il padre aveva collezionato e rilegato nel corso degli anni. Grossi volumi della rivista più famosa del tempo, quella ‘Illustrazione Italiana’, con lunghi articoli sul passato regime, sugli eventi culturali, sulle cerimonie di quegli anni che lui aveva vissuto da anni ruggenti. Immagini che gli scorrevano davanti, pagina dopo pagina. Un mondo da scoprire, lontano, irraggiungibile. Il mondo degli adulti, il mondo che lui doveva conoscere bene perché concorreva col suo lavoro a crearlo, in un modo o in un altro. Era, infatti, compositore e legatore, ma era, soprattutto, un grande stampatore. Il posto più naturale dove si potesse trovare uno stampatore era, naturalmente fino a qualche anno fa, nella tipografia. “Il Testimone: Le metafore di Alvano”

Ultimi interventi

Vedi tutti