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L'ode dell'immortalità

Man mano che gli anni passano ci si rende conto di come la realtà evolve restando sempre eguale a se stessa mentre gli uomini cercano di aspirare all'immortalità. Una ricerca inutile perchè se cresciamo spiritualmente, fisicamente la natura ci tradisce e l'immortalità rimane un'illusione. Dovremmo riflettere sui giorni che ci scivolano addosso rimpiangendoli oppure essere contenti delle esperienze vissute? Questa famosa poesia che mi accingo a commentare sembra confermare il fatto che è possibile apprezzare la bellezza unica della fanciullezza riconoscendo il valore della crescita umana comprendendola attraverso l'essenza della natura.

La domanda che si pone il Poeta è: dobbiamo guardare indietro con nostalgia o con rimpianto? Oppure forse dovremmo essere soltanto grati per le esperienze vissute? E questa eventuale gratitudine dovremmo forse sentirla riconoscendo i doni che il tempo ci ha donato? Ci sono molti modi di considerare il passato, il presente e le relazioni che abbiamo avuto. Per alcuni c’è solo da rimpiangere; per altri i frutti del passato sono ignorati. Questa poesia-ode del poeta romantico inglese William Wordsworth ci dice che è possibile apprezzare la bellezza unica di un bambino vista in prospettiva del suo futuro riconoscendo il valore della crescita umana alla luce della natura. Il poeta scrivendo questa lunga poesia decide di esplorare su se stesso il cammino delle emozioni che l’uomo percorre durante la crescita. Un percorso per niente lineare e semplice che lo porta ad accettare il processo del decadimento e della morte per arrivare a comprendere poi quel ben più grande misterioso processo della natura e della nostra relazione con essa.

All’inizio della poesia egli contempla il tempo di quando egli vedeva tutto giovane, bello e glorioso per poi rendersi conto della realtà a lui attuale e di come “le cose che ho visto non le vedo più”. Il passato è solo passato e questi ricordi di fanciullezza non offrono possibili alternative ma soltanto consapevolezza che tutto ciò che riguarda le esperienze passate, che tanto amava, non possono può essere vissute. Il poeta nella seconda stanza riconosce che tutto ciò che egli vedeva un tempo ancora esiste, che l’arcobaleno viene e va tuttora e che il sorgere del sole rappresenta una gloriosa nascita. Ciò che egli ha perduto non è un mondo che gli sembrava bello bensì la capacità di apprezzarlo così come faceva un tempo.

Nella terza stanza “mentre gli uccelli cantano un canto gioioso” viene un momento in cui “mi appare un pensiero di dolore”. Ma questo pensiero è soltanto come una nuvola di passaggio perchè ben presto egli recupera la forza, rinvigorito dalla natura che lo circonda. Egli dichiara: “ed io sono di nuovo forte e tutta la terra è felice”. La quarta stanza inizia con un grande ottimismo e si rivolge a tutte le “creature benedette con il cuore in festa per voi, la testa indossa una corona di fiori, sente la loro benedizione su di lui”. Ma la stessa stanza non si chiude in maniera gioiosa in quanto egli vede un albero e un campo che gli ricordano di qualcosa che non c’è più. Forse egli si sovviene dell’albero della vita e del giardino dell’Eden, della immortalità e dell’idillica esistenza perduta dalla razza umana. Egli guarda verso il basso e ai suoi piedi vede una “pansy”, un fiore del ricordo, e avverte ancora una volta che qualcosa è cambiato. Si chiede dove sia finita tutta quella luce, quella gloria e quel sogno. Si rende conto di avere perduto qualcosa, il Cielo, e che non c’è nulla da recriminare.

La sua tristezza raggiunge l’apice nella quinta stanza quando dice che “la nostra nascita è un sonno ed un dimenticare”. Le nostre anime, cacciate via dal Cielo, sono state messe in sonno su questa terra fino alla morte. Man mano che invecchiamo in questo mondo senza senso “le ombre della casa-prigione cominciano a chiudersi sul bambino che cresce”. Man mano che diventiamo vecchi, la memoria del Cielo svanisce nel nulla e i nostri legami troncati ci lasciano come in una prigione in cui non possiamo più ricevere la bellezza dei Cieli. Nella stanza successiva il poeta parla della terra come figura materna, con un compito preciso: deve cercare di farci dimenticare il glorioso passato che abbiamo sperimentato in Cielo insieme al Padre. E perciò essa ci offre dei piaceri terreni nel tentativo di dare un senso alle nostre vite mortali.

Ma questi doni potranno mai compensare la perdita del Cielo? Nella settima stanza Wordsworth descrive il miglior tipo di vita che possiamo sperimentare da quando siamo ragazzi a quando ci sposiamo fino al funerale, alternando dialoghi di affari, amore e lotta. Tutto è triviale in quanto ogni cosa è soltanto imitazione. La vita è vista come niente altro che un tentativo senza speranza di ricreare ciò che abbiamo perduto. Nell’ottava stanza il poeta ci parla del fanciullo come filosofo, profeta, occhio per i ciechi, sede di verità a cui aneliamo per capire. Gli chiede perchè egli appare così ansioso di conquistare le glorie terrene della vita da adulto. E cieco alle vie celesti? Ignora il giudizio del tempo che oscura e chiude quella casa prigione in cui vive che è la vita? Che cos’è che lo spinge ad abbandonare la luce che dentro di lui?

Nella nona stanza il poeta ha quasi come un sobbalzo e dice che contrariamente alle impressioni precedenti il pensiero degli anni trascorsi non gli dà dolore o disperazione. Sembra quasi come una “benedizione perpetua”. Per quanto poi riguarda quelle “ostinate domande” su ciò che abbiamo perduto esse non sono altro che “dubbi di una creatura che si muove in mondi irrealizzati”. I nostri ricordi di fanciullezza “ci sollevano, ci accarezzano ed hanno il potere di rendere i nostri anni rumorosi momenti dell’essere”. E se abbiamo bisogno di sperimentare questa sensazione di immortalità più direttamente, e davvero ne sentiamo la necessità, allora possiamo gioire perchè le nostre anime conservano ancora questo legame e possiamo, ma solo per un attimo, accedere a quella prospettiva che ci ha guidato quando eravamo fanciulli.

Questi pensieri da soli non giustificano il processo dell’invecchiamento. Essi ci dicono soltanto che possiamo almeno ancora mangiare dai frutti della fanciullezza, se non essere del tutto immersi in essi. E’ nella decima stanza che il poeta ci dice del tempo che la sofferenza ci concede e di ciò che possiamo ottenere per mezzo di questo processo. Quello che lui chiama “the philosophic mind”. Poi continua nella undicesima ed ultima stanza a dirci che l’unico piacere che egli ha perduto è quello che proviene dall’essere continuamente toccato dall’influenza della natura: “Ho goduto di una sola delizia, vivere sotto la tua più solita agitazione”. In compenso egli ha guadagnato la capacità di allontanarsi dalla natura e contemplarla con la mente filosofica che l’età gli ha concesso, mettendolo in condizione di formarsi un maggiore apprezzamento di ciò che lo circonda.

Per quanto poi riguarda la morte, “le nuvole che si raccolgono intorno al sole che tramonta”, questa lo costringe a guardare alla vita in un modo più realistico, come a qualcosa che tutto sommato è necessario per guidarci in quanto creature mortali. Egli conclude la lunga poesia facendo notare quanto lui sia grato per la condizione in cui versa il suo cuore perchè gli permette di vedere in profondità anche le cose più piccole. Questa è una profondità che può essere apprezzata solamente con il dono che ci concede il tempo.

Abbiamo a lungo lottato con i nostri dubbi sull’invechiamento e sulla morte e siamo stati tentati di rimpiangere ed idealizzare il passato. A che serve tutto questo? Wordsworth risponde trovando il valore nei mutamenti che sperimentiamo nel rapporto con la natura. Da bambini siamo più sensibili ai suoi doni e ci possiamo permettere sensazioni che ci influenzano in maniera totale ma pura. Da adulti, anche se più lenti in un certo qual modo e anche se siamo distratti da cose mondane di questo mondo, possiamo apprezzare questi doni in maniera meno superficiale, contemplando le domande che un bambino non si pone. La poesia di Wordsworth come tale è un testamento di tutto ciò. Un bambino non potrebbe fare una cosa del genere.

Questo ci fa capire ciò che perdiamo e ciò che guadagniamo, ma le due condizioni si combinano. Nella sua decima stanza il poeta spiega che con l’aiuto delle passate esperienze e per mezzo delle sfide della sofferenza, la mente filosofica viene e a formarsi. Dopo tutto, come possiamo avere il tempo di guardare il mondo in profondità se la natura ci inonda continuamente di piaceri, quando tutti i nostri bisogni sono soddisfatti abbondantemente? Sapere entusiasmarsi alla vista dei colori di un arcobaleno, allo scorrere di una cascata, al canto degli uccelli è il primo passo. Ma dobbiamo sapere andare oltre, dobbiamo invecchiare, cercare cose più complesse per allietare la nostra anima. E’ a questo punto che l’arte, la spiritualità, la scienza e la filosofia entrano in gioco. E questi sono i frutti dell’età, frutti che ci possono essere dati sotto la minaccia della noia e della morte.

Se vogliamo veramente comprendere il valore di questa bellissima poesia e delle idee che il poeta esprime possiamo anche arrischiarci ad entrare nel campo della teologia. Sembra quasi che per Wordsworth la nostra esistenza abbia inizio nei Cieli (4. 52-58; 8. 123), là dove viviamo come creature immortali sotto la protezione dell’Albero della Vita (4. 51). Ma proprio come Adamo ed Eva che vennero cacciati dal Paradiso Terrestre dopo di avere mangiato dall’Albero della Conoscenza, siamo messi in un mondo in cui non possiamo fare altro che perdere la nostra purezza ed innocenza che una volta avevamo con noi nella nostra anima (5. 58). Da fanciulli siamo ancora influenzati dalla nostra esperienza del Cielo (5. 66) e la facciamo splendere sul mondo diffondendo il nostro amore per la natura. Man mano che invecchiamo la nostra memoria del Cielo e il nostro senso di immortalità si affievoliscono e soffriamo (5. 67). E’ allora che, con la nostra sofferenza (10. 184), la mente filosofica si sviluppa dentro di noi e ci offre una nuova prospettiva sulla vita (11. 187). Cominciamo a vedere le cose come avremmo potuto vederle sotto la protezione dell’Albero della Vita e cominciamo ad avvertire la sensazione di immortalità che ci viene concessa (11. 193-194), una sensazione che ancora ci sorprende anche se siamo stati allontanati dall’albero della conoscenza e fummo inviati sulla terra (5. 65-67). Invece dell’albero della vita siamo guidati dall’albero della conoscenza, dalla filosofia e dalla sofferenza che da esse discende. Questa stessa sofferenza ci permette, dopo tutto, di osservare il mondo naturale con nuovo splendore ed in grande profondità (11. 201-204).

E’ chiaro allora che per mezzo di un viaggio nelle emozioni il poeta nella sua Ode arriva a descrivere la prospettiva infantile in una maniera meno idealizzata. E’ bella, è innocente ma non è tutto. Nell’età adulta, l’uomo, dopo di avere raggiunta la maturità, disconnesso dalla natura ed in contrasto con la relazione avuta durante la fanciullezza, riconosce che egli non ha ancora accesso alla natura soltanto e potrà averlo soltanto se riesce a mettersi in contatto con lei. Può inoltre accedere anche a certe bellezze che nessun bambino potrà vedere. La bellezza che proviene dalla mente filosofica, i pensieri che scaturiscono nella nostra sofferenza e che la fede che abbiamo acquisito dopo di avere compreso che non possiamo sfuggire alla nostra mortalità.

Intimations of Immortality from Recollections of Early Childhood

THERE was a time when meadow, grove, and stream,
The earth, and every common sight,
To me did seem
Apparell’d in celestial light,
The glory and the freshness of a dream.
It is not now as it hath been of yore;—
Turn wheresoe’er I may,
By night or day,
The things which I have seen I now can see no more.

The rainbow comes and goes,
And lovely is the rose;
The moon doth with delight
Look round her when the heavens are bare;
Waters on a starry night
Are beautiful and fair;
The sunshine is a glorious birth;
But yet I know, where’er I go,
That there hath pass’d away a glory from the earth.

Now, while the birds thus sing a joyous song,
And while the young lambs bound
As to the tabor’s sound,
To me alone there came a thought of grief:
A timely utterance gave that thought relief,
And I again am strong:
The cataracts blow their trumpets from the steep;
No more shall grief of mine the season wrong;
I hear the echoes through the mountains throng,
The winds come to me from the fields of sleep,
And all the earth is gay;
Land and sea
Give themselves up to jollity,
And with the heart of May
Doth every beast keep holiday;—
Thou Child of Joy,
Shout round me, let me hear thy shouts, thou happy
Shepherd-boy!

Ye blessèd creatures, I have heard the call
Ye to each other make; I see
The heavens laugh with you in your jubilee;
My heart is at your festival,
My head hath its coronal,
The fulness of your bliss, I feel—I feel it all.
O evil day! if I were sullen
While Earth herself is adorning,
This sweet May-morning,
And the children are culling
On every side,
In a thousand valleys far and wide,
Fresh flowers; while the sun shines warm,
And the babe leaps up on his mother’s arm:—
I hear, I hear, with joy I hear!
—But there’s a tree, of many, one,
A single field which I have look’d upon,
Both of them speak of something that is gone:
The pansy at my feet
Doth the same tale repeat:
Whither is fled the visionary gleam?
Where is it now, the glory and the dream?

Our birth is but a sleep and a forgetting:
The Soul that rises with us, our life’s Star,
Hath had elsewhere its setting,
And cometh from afar:
Not in entire forgetfulness,
And not in utter nakedness,
But trailing clouds of glory do we come
From God, who is our home:
Heaven lies about us in our infancy!
Shades of the prison-house begin to close
Upon the growing Boy,
But he beholds the light, and whence it flows,
He sees it in his joy;
The Youth, who daily farther from the east
Must travel, still is Nature’s priest,
And by the vision splendid
Is on his way attended;
At length the Man perceives it die away,
And fade into the light of common day.

Earth fills her lap with pleasures of her own;
Yearnings she hath in her own natural kind,
And, even with something of a mother’s mind,
And no unworthy aim,
The homely nurse doth all she can
To make her foster-child, her Inmate Man,
Forget the glories he hath known,
And that imperial palace whence he came.

Behold the Child among his new-born blisses,
A six years’ darling of a pigmy size!
See, where ‘mid work of his own hand he lies,
Fretted by sallies of his mother’s kisses,
With light upon him from his father’s eyes!
See, at his feet, some little plan or chart,
Some fragment from his dream of human life,
Shaped by himself with newly-learnèd art;
A wedding or a festival,
A mourning or a funeral;
And this hath now his heart,
And unto this he frames his song:
Then will he fit his tongue
To dialogues of business, love, or strife;
But it will not be long
Ere this be thrown aside,
And with new joy and pride
The little actor cons another part;
Filling from time to time his ‘humorous stage’
With all the Persons, down to palsied Age,
That Life brings with her in her equipage;
As if his whole vocation
Were endless imitation.

Thou, whose exterior semblance doth belie
Thy soul’s immensity;
Thou best philosopher, who yet dost keep
Thy heritage, thou eye among the blind,
That, deaf and silent, read’st the eternal deep,
Haunted for ever by the eternal mind,—
Mighty prophet! Seer blest!
On whom those truths do rest,
Which we are toiling all our lives to find,
In darkness lost, the darkness of the grave;
Thou, over whom thy Immortality
Broods like the Day, a master o’er a slave,
A presence which is not to be put by;
To whom the grave
Is but a lonely bed without the sense or sight
Of day or the warm light,
A place of thought where we in waiting lie;
Thou little Child, yet glorious in the might
Of heaven-born freedom on thy being’s height,
Why with such earnest pains dost thou provoke
The years to bring the inevitable yoke,
Thus blindly with thy blessedness at strife?
Full soon thy soul shall have her earthly freight,
And custom lie upon thee with a weight,
Heavy as frost, and deep almost as life!

O joy! that in our embers
Is something that doth live,
That nature yet remembers
What was so fugitive!
The thought of our past years in me doth breed
Perpetual benediction: not indeed
For that which is most worthy to be blest—
Delight and liberty, the simple creed
Of childhood, whether busy or at rest,
With new-fledged hope still fluttering in his breast:—
Not for these I raise
The song of thanks and praise;
But for those obstinate questionings
Of sense and outward things,
Fallings from us, vanishings;
Blank misgivings of a Creature
Moving about in worlds not realized,
High instincts before which our mortal Nature
Did tremble like a guilty thing surprised:
But for those first affections,
Those shadowy recollections,
Which, be they what they may,
Are yet the fountain-light of all our day,
Are yet a master-light of all our seeing;
Uphold us, cherish, and have power to make
Our noisy years seem moments in the being
Of the eternal Silence: truths that wake,
To perish never:
Which neither listlessness, nor mad endeavour,
Nor Man nor Boy,
Nor all that is at enmity with joy,
Can utterly abolish or destroy!
Hence in a season of calm weather
Though inland far we be,
Our souls have sight of that immortal sea
Which brought us hither,
Can in a moment travel thither,
And see the children sport upon the shore,
And hear the mighty waters rolling evermore.

Then sing, ye birds, sing, sing a joyous song!
And let the young lambs bound
As to the tabor’s sound!
We in thought will join your throng,
Ye that pipe and ye that play,
Ye that through your hearts to-day
Feel the gladness of the May!
What though the radiance which was once so bright
Be now for ever taken from my sight,
Though nothing can bring back the hour
Of splendour in the grass, of glory in the flower;
We will grieve not, rather find
Strength in what remains behind;
In the primal sympathy
Which having been must ever be;
In the soothing thoughts that spring
Out of human suffering;
In the faith that looks through death,
In years that bring the philosophic mind.

And O ye Fountains, Meadows, Hills, and Groves,
Forebode not any severing of our loves!
Yet in my heart of hearts I feel your might;
I only have relinquish’d one delight
To live beneath your more habitual sway.
I love the brooks which down their channels fret,
Even more than when I tripp’d lightly as they;
The innocent brightness of a new-born Day
Is lovely yet;
The clouds that gather round the setting sun
Do take a sober colouring from an eye
That hath kept watch o’er man’s mortality;
Another race hath been, and other palms are won.
Thanks to the human heart by which we live,
Thanks to its tenderness, its joys, and fears,
To me the meanest flower that blows can give
Thoughts that do often lie too deep for tears.

—–

C’era un tempo in cui prato, bosco, e ruscello,
la terra, e ogni essere comune
a me sembravano
ornati da una luce celestiale,
la gloria e la freschezza di un sogno.
non è più com’era prima;—
mi giro ovunque posso,
di giorno o di notte,
le cose che ho visto ora non posso più vederle.

L’arcobaleno viene e va,
e amabile è la rosa;
la luna con diletto
si guarda intorno quando i cieli erano spogli;
le acque nelle notti stellate
sono belle e serene;
l’alba è una nascita gloriosa;
ma eppure so, dove vado,
dove è passata una gloria dalla terra.

Ora, mentre gli uccelli cantano una tale canzone gioiosa,
e mentre i giovani agnelli saltellano
come al suono del tamburello,
solo per me venne un pensiero di dolore:
un’espressione tempestiva diede sollievo a quel pensiero,
e sono di nuovo forte:
le cataratte soffiano nelle loro trombe dalle ripide;
non più la mia pena offenderà la stagione;
sento gli eco accalcarsi attraverso le montagne,
i venti vengono verso di me dai campi di sonno,
e tutta la terra è felice;
terra e mare
si danno alla gioia,
e con il cuore di maggio
ogni bestia fa vacanza;—
tu, bambino di gioia,
urla intorno a me, fammi sentire le tue urla, tu felice
pastorello!

Creature benedette, ho sentito la chiamata
fatta per ognuno di voi; vedo
i cieli ridere con voi del vostro giubilo;
il mio cuore partecipa alla tua festa,
la mia testa ha la sua corona,
la pienezza della vostra beatitudine, io sento–la sento tutta.
o giorno maledetto! se fossi arcigno
mentre la terra sta adornando,
questa dolce mattina di maggio,
e i bambini stanno scartando
su ogni lato,
in migliaia di valli lontane e vaste,
fiori freschi; mentre il sole sorge caldo,
e il bambino salta tra le braccia di sua madre
sento, sento, con gioia sento!
–ma c’è un albero, di molti, uno,
un singolo campo che osserva dall’alto,
entrambi parlano di qualcosa che è passato:
la viola del pensiero ai miei piedi
ripete lo stesso racconto:
dov’è scappato il barlume visionario?
dove sono ora, la gloria e il sogno?

La nostra nascita è un sonno ed è stato dimenticato:
l’anima che si alza con noi, la stella della nostra vita,
ha avuto ovunque la sua collocazione,
e viene da lontano:
nè nell’intera dimenticanza,
e nè nell completa nudità,
ma nelle nuvole trascinanti di gloria noi veniamo
da Dio, che è la nostra casa:
il cielo è sopra di noi nella nostra infanzia!
le ombre della casa-prigione iniziano a chiudersi
sopra il bambino che cresce,
ma guarda la luce, e da dove fluisce,
in esso vede la gioia;
la giovinezza, che giornalmente oltre l’est
deve viaggiare, è ancora il prete della natura,
e dalla visione splendida
è intervenuta sulla sua strada;
lentamente l’uomo lo percepisce morto,
e sparisce nella luce del giorno comune.

La terra riempie le sue labbra con i suoi piaceri;
lei ha la smania nella sua naturale indole,
e, anche con le cose della mente materna,
e nessuno scopo indegno,
la domestica infermiera fa tutto ciò che può
per rendere il suo figlio adottivo, un uomo detenuto,
dimentica le glorie che ha conosciuto,
e quel palazzo imperiale da dove lui viene.

il bambino guarda tra le sue nuove beatitudini,
un caro ragazzo di sei anni di un’altezza pigmea!
vedi, dove il mezzo lavoro nella sua stessa mano giace,
logorato dai baci di sua madre,
con la luce sopra di lui dagli occhi del padre!
vedi, ai suoi piedi, alcuni piccoli progetti o piani,
alcuni frammenti dal suo sogno di vita umana,
formata da lui stesso con arte appena conosciuta;
un matrimonio o una festa,
un lutto o un funerale;
e questo ha ora il suo cuore,
e tra questo lui monta la sua canzone:
allora lui adatterà la sua lingua
ai dialoghi di affari, amore, lite;
ma non sarà a lungo
questo sarà gettato via,
e con nuova gioia e con orgoglio
il piccolo attore ha un’altra parte;
riempendo con il tempo la sua “parte umoristica”
con tutte le persone, in un’età paralizzata,
che la vita porta con sè nel suo equipaggiamento;
come se la sua intera vocazione
fosse una limitazione senza fine.

Tu, la quale sembianza esterna crede
nell’immensità della sua anima;
tu miglior filosofo, che conservi
la tua eredità, tu occhio tra i ciechi,
che, sordo e silenzioso, leggi l’eterna profondità,
cacciata per sempre dalla mente eterna,—
potente profeta!veggente benedetto!
sul quale queste verità riposano,
verità che affaticano le nostre vite per trovare,
nell’oscurità perduta, l’oscurità della tomba;
tu, su tutti la tua immortalità
covi come il giorno, un padrone su uno schiavo,
una presenza che non è stata posta;
la quale tomba
non è altro che un letto solitario senza il senso o la vista
del giorno o la luce calda,
un posto di pensieri dove noi aspettiamo giacenti;
tu, piccolo bambino, aancora glorioso nella potenza
della libertà nata dal cielo sui tuoi esseri viventi,
perchè con tali oneste pene provochi
gli anni da portare in un evitabile giogo,
questa cecità litiga con la tua beatitudine?
presto la tua anima avrà il suo carico terrestre,
e il cliente su di te con un peso,
pesante come il gelo, profondo quasi come la vita!

o gioia! che nelle tue braci
c’è qualcosa che vive,
che la natura ancora ricorda
com’era così fuggitiva!
il pensiero del nostro passato in me incrocia
la perpetua benedizione: nè infatti
per quello che è peggiore per essere benedetto—
delizia e libertà, il semplice credo
dell’infanzia, se occupata o a riposo,
con nuova speranza ancora svolazza nel suo petto:—
nè per questo io innalzo
il canto di ringraziamenti e preghiera;
ma per queste domande ostinate
di seno e cose esteriori,
che cadono da noi, svanendo;
bianchi dubbi di una creatura
muovendosi in mondi non realizzati,
alti istinti prima che la nostra natura mortale
tremano come una cosa colpevole e sorprendente:
ma per queste prime affezioni,
questi ricordi ombrosi,
che, siano ciò che devono,
sono ancora fontane di luce di tutti i nostri giorni,
sono anora luce maestra di tutte le nostre visioni;
ci sollevano, ci curano, e hanno il potere di rendere
i nostri giorni rumorosi momenti nell’essere
dell’eterno silenzio:verità che si svegliano,
per morire sempre:
che nè la disattenzione, nè pazzia indigena,
nè uomo o ragazzo,
nè tutto ciò che è nemico della gioia,
può improvvisamente abolire o distruggere!
da adesso in una stagione di tempo calmo
attraverso l’interno del paese noi siamo lontani,
le nostre animo hanno visto quell’immortale mare
che ci porta di qua,
può in un momento viaggiare di là,
e vedi i bambini giocano sulla riva,
e senti le potenti acque rotolare sempre.

allora cantate, uccelli, cantate, cantate una gioiosa canzone!
e fate saltellare i giovani agnelli
come al suono del tamburello!
noi nei pensieri ci uniamo alla folla,
quel piffero e quel suono,
quelli attraverso i vostri cuori oggi
senti la felicità di maggio!
ciò che attraverso il radiante era una volta così luminosa
sei preso per sempre ora dal mio sguardo,
niente può riportare l’ora
di splendore nell’erba, di gloria nel fiore;
non non siamo più addolorati, piuttosto troviamo
forza in ciò che rimane indietro;
nella primaria simpatia
che è dovuta essere;
nei pensieri calmanti che fioriscono
dalle sofferenze umane;
nella fede che guarda oltre la morte,
negli anni che portano la mente filosofica.

e le fontane, i prati, le colline, e i boschi,
presagiscono nessuna dei tanti nostri amori!
ancora nel mio cuore sento dei cuori la tua potenza;
ho solo rinunciato a un diletto
per vivere sotto il tuo costante oscillare.
amo i ponti sotto i quali scorrono i loro canali,
sempre più di quando viaggiavoleggero come loro;
l’innocente luminosità di un nuovo giorno
è ancora amabile;
le nuvole che si muovono intorno al sole che tramonta
prendono un colore sobrio da un occhio
che ha messo lo sguardo sulla mortalità dell’uomo;
un’altra razza è stata, e altri palmi hanno vinto.
grazie al cuore umano con il quale viviamo,
grazie alla sua tenerezza, alla sua gioia, e paure,
per me il più significativo dei fiori che sboccia può dare
pensieri che spesso giacciono anche pieni di lacrime.

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