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Chi ha scritto Shakespeare?

Di tanto in tanto si pubblicano libri sulla vera identità di Shakespeare. Ne sono stati scritti a iosa. Questo ultimo è di un autorevole scrittore inglese che tende a confermare che il Bardo fu il William Shakespeare che tutti conosciamo e che fu lui a scrivere ciò ha scritto diventando uno dei più grandi scrittori dell'umanità. Non sono molti, a dire il vero, gli studiosi che a distanza di tanto tempo tendono a sostenere una tesi al contrario. Questo libro non fa altro che confermare la tradizione.


Tutti sappiamo che tra i vari Shakespeare sono stati fatti i nomi di Francis Bacon, Edward de Vere e Christopher Marlowe. Con l’avvento di internet le ricerche sulla vera identità si sono moltiplicate come sono anche aumentati gli interventi degli accademici i quali cercano di ristabilire i necessari equilibri. La controversia comunque continua ad infuriare non solo nelle aule accademiche ma anche in seminari e conferenze. Qualcuno si chiede giustamente che differenza fa sapere chi abbia effettivamente scritto quelle opere straordinarie. La cosa più importante e che il messaggio rimane. Mr Shapiro invece, l’autore di questo libro, la pensa diversamente. Egli ritiene che l’uomo Shakespeare sia veramente esistito, ma è importante sapere come è vissuto e chi sia effettivamente stato.

La controversia sulla reale esistenza del Bardo poggia su una semplice considerazione: noi siamo ciò scriviamo. Il che vuol dire siamo il prodotto della vita che viviamo, dell’ambiente in cui ci relazioniamo, della gente che frequentiamo e così via. Come avrebbe potuto una persona non colta, figlio di un guantaio che non aveva mai viaggiato e non si era mai mosso dal suo villaggio essere in grado di parlare di re e regine, cortigiani e uomini di stato, di affari di governo, filosofia, legge, musica, senza parlare della nobile arte della falconeria? E ancora: essere versato negli affari, essere a conoscenza di proprietà, di prestito di danaro e scrivere allo stesso tempo poesia così alta ed immortale? Molti critici hanno scosso la testa su William e sulle sue effettive capacità narrative così come ce le ha lasciate Shakespeare. Basti ricordare i dubbi chiaramente espressi di gente come Mark Twain, Henry James e suo fratello William fino ad arrivare e Sigmund Freud.

James S. Shapiro cancella tutti questi pregiudizi culturali, i buchi neri nella vita del Bardo e sopra tutto l’anacronismo inerente a queste domande. Nessuno prima del 18° secolo si era posto domande del genere, oppure si era sognato di leggere le opere e i sonetti con un intento biografico. Nessuno aveva nemmeno aveva accennato ad una cronologia delle opere. Il fatto è che le opere letterarie sono realizzazioni quanto mai personali. La scrittura è espressione ed esplorazione del proprio io ed è un fenomeno relativamente recente. I capitoli centrali di questo libro si concentrano sui secoli 19° e 20° quando ebbe inizio la ricerca di fonti alternative. I due personaggi principali che aprirono la strada ai dubbi sulla identità shakespeariana furono Delia Bacon la quale introdusse un Francis Bacon, e J. T. Looney il quale nel 1920 propose un cortigiano elisabettiano Edward de Vere 17° conte di Oxford. Shapiro studia a fondo questi due personaggi e li prende in considerazione con grande serietà, tracciando la loro vita, creando i contesti e le idee. Non è un caso che quando apparve sulla scena Delia Bacon Shakespeare fosse all’epoca diventato quasi una divinità letteraria nell’immaginario collettivo dell’epoca. Sia lei che Looney svilupparono le loro teorie con uno spirito quasi di dubbio religioso nel bel mezzo di una loro crisi personale.

Il libro di Shapiro è denso di fatti ed argomenti. Ma è anche divertente. La ricerca di chi potesse essere l’alternativa di William ha messo in moto dei meccanismi davvero eccezionali ed esilaranti: codici segreti, macchine cifrate, tombe ispezionate, avventure pazze, manoscritti smarriti. Un uomo ha passato intere settimane a scandagliare il fiume Severn alla ricerca di chissà cosa. Tutti i mezzi sembra siano stati buoni ed utili pur di dimostrare che il Bardo non è mai esistito. A volte lo stesso Shapiro sembra fare il doppio gioco nel descrivere queste cose tanto da far pensare che anche lui ci abbia almeno per un attimo creduto. Ma poi alla fine del libro ritornare in sè ed afferma chiaro e tondo che l’uomo di Stratford non è una finzione ma un fatto vero. Ricostruisce i fatti, le testimonianze del tempo, le tracce che William lasciò dietro di sè allorquando visitò le tipografie per la stampa delle sue opere, le sue attività teatrali. Insomma tutto sembra affermare la sua esistenza di uomo di teatro che leggeva, ascoltava, ricordava. Ma dietro a tutto ciò ci fu la sua grande capacità di pensare, immaginare, creare. Questa fu la vera grandezza del Bardo. In tutto questo sta l’importanza di questo libro che ce lo conferma con precisione ma con suspence.

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