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La Liberazione dei Vinti

Tra qualche giorno si celebra una data che la storiografia ufficiale della Repubblica Italiana si ostina a festeggiare come il "Giorno della Liberazione". Giorno rigorosamente rosso sul calendario, rosso non solo perché è festivo, ma anche perché ricorda il colore della metafora politica che ormai è quasi scomparsa. Questa ideologia si ostina a vivere eroicamente da qualche parte del mondo oppure soltanto nella testa di chi nella stessa testa ha gli occhi rivolti all'indietro, verso il passato.

Intendiamoci: non è mia intenzione svilire, sminuire oppure offendere chi ha creduto o crede ancora in quei valori che quella data vuole celebrare. Desidero soltanto affermare l’idea che, a distanza di oltre mezzo secolo, appare abbastanza difficile spiegare a chi oggi ha 18 anni cosa accadde in quegli anni terribili che prelusero poi alla “Liberazione”. Provate a fare comprendere ad un ragazzo o una ragazza con alle orecchie un auricolare dell’Ipod, oppure con netbook nella cartella, cosa accadde in Europa ed in Italia in quei giorni, perchè avvenne e come evolsero quelle vicende. Farete non poca fatica, non dico a dire la verità, ma almeno ad avvicinarsi ad essa.

I “vincitori” continuano a cantare “vittoria” e ovviamente dei “vinti” nessuna traccia. Tutti scomparsi, ignorati nei vuoti della memoria oppure affossati e ridotti ormai in cenere dalla sabbia del tempo. “Vincitori” che hanno tutta l’intenzione di continuare a marciare sventolando vessilli di rosso fuoco, soltanto attenuati dagli altri colori dell’arcobaleno. Decisi e convinti marciano verso un’altra fatidica data che di qui a qualche giorno, gli stessi si appresteranno a festeggiare, sempre sventolando le medesime bandiere: la festa del 1° maggio. Altra occasione questa quanto mai difficile da far capire a chi da questi simboli datati dal tempo è distante per età e per storia.

Ma tant’è: la retorica è un’arte e come tale necessita una continua e costante azione di riverniciatura, pena lo sbiaditura del colore, il raffreddamento del calore e colore del sangue e dei bollori della rivoluzione. E, sopratutto, la decantazione delle idee. La verità deve essere necessariamente quella dei vincitori. Dei vinti non deve restare nessuna traccia o memoria. Guai a stare dalla parte di costoro. I vinti non hanno diritto ad esistere, devono essere negati alla parola, al ricordo, alla storia. Vanno cancellati dalla faccia del tempo. E’ ciò che si propone di obiettare questo libro che intendo presentare per questa occasione. Il libro di uno scrittore che ho molto amato e letto su tutte le riviste ed i giornali sui quali ha scritto. Io, meridionale, lui romagnolo. Un grande giornalista, un fine musicologo, un bolognese purosangue che non ha paura di dire e scrivere ciò che pensa e di pensarlo e dirlo come soltanto uno scrittore di razza sa fare. Ecco la presentazione dell’editore:

“Nonostante sia trascorso più di mezzo secolo dal crollo del fascismo e dalla fine del secondo conflitto mondiale, siamo davvero convinti di sapere come andarono effettivamente le cose? Il tanto discusso dopoguerra italiano può considerarsi concluso? Piero Buscaroli, critico musicale, scrittore e giornalista non ne è affatto convinto e ha deciso di aprire la sua valigia di carte, documenti inediti e ricordi troppo a lungo taciuti per raccontarci il suo Novecento.

Adolescente romagnolo con la passione per il pianoforte, assiste con stupore a fianco del padre Côrso, insigne latinista, al naufragio “non casuale” del 1943-45, che precipitò l’Italia in una spirale di guerra e violenze. L’interpretazione di eventi come la “congiura” del 25 luglio contro Mussolini, la dissoluzione militare e civile dell’8 settembre, l’occupazione tedesca e i “crimini dei vincitori” ci restituisce l’immagine di un Buscaroli “schierato a vita”, cittadino coatto di una “ex nazione”.

Le sue “passeggiate fuori dalle solite strade della storiografia dominante” lo portano poi a visitare luoghi simbolo del Novecento come il Giappone e la Germania del dopoguerra, il Vietnam del 1966, la Praga del 1968, senza rinunciare agli incontri, che si susseguono in questi anni, con personaggi altrettanto significativi, da Ezra Pound a Dino Grandi, dall’ambasciatore giapponese Hidaka - l’ultima persona che ebbe un colloquio con Mussolini prima dell’arresto ordinato dal re - al dittatore portoghese Salazar. Come in una rapsodia a lungo studiata, gli argomenti e gli spunti polemici “disperatamente difformi ” disegnano i confini via via più precisi di una tragedia insieme personale e collettiva, che ha segnato nel profondo la coscienza contemporanea. Per Buscaroli, il revisionismo delle verità osteggiate e sepolte dal pregiudizio ideologico si è fatto imperativo morale, mentre lo spirito di contraddizione da cui si sente mosso diventa strumento essenziale di libertà.

In una felice mescolanza di cronaca giornalistica e documento storico, Dalla parte dei vinti riesce a unire alla scrupolosa e talvolta inedita ricostruzione di fatti decisivi dell’ultimo cinquantennio il ritmo appassionato e mai pretestuoso del feroce pamphlet politico. Che farà discutere.”

E come non può non far discutere uno scrittore del genere che sostiene idee di questo tipo? Se vi può far capire chi sia Piero Buscaroli, dirò che costui, quando Gianfranco Fini fece la “grande capriola storica” gli scrisse: “Sei proprio un maiale, e Via della Scrofa è il tuo indirizzo appropriato… Ti maledico in nome dei Morti e dei Vivi.” Piero Buscaroli, un ragazzino nella Repubblica Sociale. Quando padre e figlio si giocano il futuro…

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