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Parlez-vous "Globish"?

Un secolo ed un millennio fa, quando iniziai a studiare la lingua inglese, la mia grammatica preferita aveva per titolo "L'inglese, lingua del mondo". L'autore era un anglofiorentino di nome William Edmondson. Era edita da una casa editrice fiorentina, la Valmartina, della quale conservo anche diverse annate rilegate della famosa rivista "Le Lingue del Mondo" che pubblicava a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. Da quel tempo la lingua inglese è davvero diventata la lingua del mondo, la vera e propria "lingua franca" del pianeta Terra.

Di acqua ne è passata sotto i ponti di questa lingua, non solo i ponti del Tamigi. Da quegli anni lontani della mia gioventù linguistica l’inglese sarebbe diventato per me, ed anche per la mia famiglia, un vero e proprio strumento. In effetti non solo con mia moglie ho condiviso lavoro ed esperienze di cultura linguistica e letteraria ma abbiamo insieme anche assicurato una continuità ideale con nostro figlio il quale si occupa di editoria digitale lavorando con una nota casa editrice internazionale. La sua lingua principale di lavoro è l’inglese, appunto. Tutto questo per dare il giusto riconoscimento ideale e formale che questa guida deve a questo idioma.

Intorno agli anni cinquanta questa lingua si stava affermando con autorevolezza come “lingua franca” scalzando il francese non solo nel campo della cultura e della diplomazia. Stava diventando “lingua del mondo”, come oggi che di fatto è, riscattandosi da quella condizione scomoda che la generazione precedente alla mia l’aveva collocata per ragioni di nazionalismo. La generazione di mio padre, per intenderci, quella che aveva vissuto sulla propria pelle la catastrofe della seconda guerra mondiale che qualificava la nazione e la gente che la parlava come la “lingua della perfida Albione”. Tanto riscattata da diventare lingua “globale”. Anzi “globish” , un acronimo ottenuto dalla fusione di “global” e “english”. Una sorta di lingua che qualcuno ha chiamato “decaffeinizzata” facendola diventare una specie di dialetto mondiale del terzo millennio.

“Inglese decaffeinizzato” significa che un nuovo linguaggio tenta di decretare la morte di questa lingua che un tempo non lontano era caratterizzata come “Queen’s English“, l’inglese della regina. La si definiva anche “BBC English”, poi diventato “Standard English”, “Received English” fino a diventare “American English” e “International English”. Ogni buon linguista sa che le varietà sono tante quanti sono i posti dove l’inglese viene parlato. Da tutta questa grande ed elaborata miscela melassica è nato il “Globish”.

Ma cos’è allora questo “Globish”? Non è soltanto un fatto linguistico e di costume. Ma anche un fatto di cronaca ben preciso. Nel 2007 apparve nel quotidiano International Herald Tribune un articolo rilanciato dal New York Times in cui si parlava di un impiegato francese della IBM il quale diceva che la lingua inglese era diventata “un dialetto mondiale del terzo millennio” e lo chiamava con questo nome: “Globish”. Egli affermava che mentre di trovava per lavoro in Giappone aveva notato che i suoi clienti giapponesi e coreani si intendevano meglio con chi non era nativo di lingua inglese di cquanto potessero fare i suoi colleghi americani o inglesi. L’inglese standard andava bene per gli anglofoni nativi ma per gli altri era meglio l’inglese “decaffeinato”, vale a dire senza regole e senza grammatica, per intendersi in discussioni di affari. Fu così che coniò il termine che venne accettato dalla comunità internazionale. Un indiano ed uno spagnolo potevano comprendersi meglio in questo dialetto senza grammatica o sintassi fatto di non più di 1500 termini essenziali, privo di particolari forme idiomatiche tipiche dell’inglese parlato da una parte all’altra dei continenti.

Insomma un semplice tecnocrate francese chiamato JeanPaul Nerriere aveva intuito, da vero ma “sospettabile” francese, che la vera “fraternità” mondiale poteva essere acquisita per mezzo di un rozzo ma semplice strumento comunicativo che potesse riavvicinare la gente anche al di là delle differenze esistenti all’interno dell’inglese (inglese americano, britannico, canadese, australiano, africano, indiano …) ed allo stesso tempo difendere la sua lingua, il francese, in disuso sulla scena mondiale. Il “Globish”, secondo il funzionario dell’IBM, avrebbe anche by-passato i probemi che sorgono con quei concetti legati all’imperialismo linguistico sia da parte inglese che americana. Secondo Nerriere con il “Globish” è possibile superare le incomprensioni e le divisioni del passato quali colonialismo, guerra fredda, ideologismo con una nuova rivoluzione linguistica indipendente sia dagli inglesi che dagli americani. Si badi bene, il “Globish” non è soltanto un linguaggio fatto da poco più poco meno 1500 termini, è il modo in cui i cinesi, gli indiani, gli africani decidono di comunicare in modo diretto ed immediato. E’ un sistema linguistico lessicale che non discende dall’alto, ma va in senso opposto: dal basso verso l’alto, perciò contagiabile, adattabile, populista ed anche a suo modo sovversivo.

Non si tratta di ignorare la Magna Charta, Bob Marley, o addirittura Shakespeare e i Padri Fondatori Americani. Si tratta di dare voce anche ai Simpson e Coldplay passando per Facebook, Twitter e la rivoluzione verde in Iran. Da un punto di vista internettiano l’emergenza della lingua inglese come lingua globale di comunicazione in forma “Globish” faciliterà i rapporti eliminando possibili conflitti ed incomprensioni che appartengono al passato e che non hanno più modo e ragione di esistere in un mondo che è diventato “piatto”. Tutto sommato aiuterà il francese a resistere sulla scena globale e Jean Paul Nerriere potrà dire di avere concorso a salvare il mondo dalla egemonia dell’anglo-americano.

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