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Alle Falde del Monte Saro

Il 12° anniversario delle Frane di Sarno ha avuto quest'anno un duplice aspetto. Il ricordo di quella catastrofe naturale che si verificò sul contrafforte dell'appennino campano ha visto nella nostra città una celebrazione che è durata due giorni. Lo scenario è stato quello solito della frazione di Episcopio, luogo dove la falce di un destino crudele stroncò in una sola notte centinaia di vite umane. Questo ambiente naturale si colloca alle falde del sistema montuoso che porta il nome di Saro e che si estende per una decina di km da est a ovest in forma semicircolare formando una sorta di valle a palcoscenico naturale proprio di fronte al golfo di Castellammare ed al Vesuvio. Da Nola a Nocera l'occhio spazia su di un paesaggio tanto ineguagliabile quanto misterioso che vede al suo centro la città di Sarno distendersi armoniosamente alle sue falde.

Tutto inizia alle pendici di una delle tre zone del sistema, dette «pizzi»: il cosidetto «Pizzo di Alvano» al centro, ai cui piedi la frazione di Episcopio scivola dolcemente verso la pianura. Gli altri sono Prata a levante, con la sua ampia pianura verso Bracigliano che raggiunge l’altezza di circa 800 metri, mentre a ponente si leva il pizzo di san Romano, anch’esso alla medesima quota . Altri nomi di questi luoghi evocano memorie di un passato che si perdono nella notte dei tempi: Montagnone, Buco della Rivolta, Pestella della Ria. La ricognizione del territorio è quanto mai decisiva per comprendere la realtà di questa memoria di cui vogliamo parlare e di cui si è celebrato il dodicesimo anniversario. L’Associazione «EPISCOPIO 2000 (Onlus), con il patrocinio della Provincia di Salerno e la partecipazione del Comune di Sarno, si è fatta promotrice promuovendo una specie di due-giorni per non dimenticare.

Mercoledì 5 maggio, dopo la commemorazione e deposizione di una corona presso il monumento ai Caduti in Viale Margherita e la concelebrazione in Duomo di una Messa solenne in onore di tutti gli scomparsi, è stato organizzato un convegno sulla «Gestione del territorio» per la costituzione di un Osservatorio Privilegiato per la prevenzione delle catastrofi naturali. Hanno relazionato per la parte tecnica il Prof. Ing. Pasquale Versace dell’Università della Calabria, Dipartimento della Difesa del Suolo, il Prof. Ing. Fabio Rossi, dell’Università di Salerno, Dipartimento Ing. Civile. Per la parte politica ha parlato il Sindaco di Sarno Avv. Amilcare Mancusi. Ha presieduto il Sig. Sebastiano Odierna, capogruppo del PDL alla Provincia. Ha aperto i lavori il Prof. Antonio Gallo, Direttore Culturale dell’Associazione.

Tutti hanno sostenuto la necessità di tenere il territorio sotto stretta, costante osservazione e controllo per far sì che non debbano più verificarsi disastri del tipo di quello del 5 maggio 1998. Resta grave e disatteso il problema a chi spetta il compito di occuparsi delle gestione di un ambiente che si distende per una decina di km. Se da una parte si segnala il mancato completamento di alcuni lotti dei lavori previsti dopo gli eventi nella ricostruzione, dall’altra è stata evidenziata l’assoluta mancanza di fondi lamentata da tutti gli enti eventualmente coinvolti nella manutenzione. Ben venga la costituzione di un Osservatorio del Territorio, ma si dica con precisione cosa deve osservare e cosa debba fare di conseguenza. Come anche ci si dica ben chiaro a chi spetta trovare i fondi per fare fronte a lavori di prevenzione e manutenzione.

E’ gran tempo, ha sostenuto il Sindaco di Sarno Avv. Amilcare Mancusi, che i cittadini e la comunità nel suo insieme si facciano carico anch’essi della loro parte di responsabilità promuovendo anche eventuali azioni di volontariato ambientale. Un chiaro ed inequivocabile messaggio per dire che l’ambiente è di tutti e ognuno di noi ha il dovere di difenderlo visto e considerato che di tutte le opere fatte per la ricostruzione non si può affermare che la stessa sia stata effettuata secondo tutti i crismi della prevenzione, oltre che della liceità. Dal che si può facilmente dedurre il messaggio poco rassicurante che «il territorio è nostro e dobbiamo essere noi cittadini a doverlo proteggere».

Che ci sia una parte di verità in questo ragionamento sembra chiaro a tutti se si considera che gran parte della popolazione continua ad usare il proprio ambiente e il suo habitat in maniera quanto mai superficiale ed approssimativa, continuando a mancare dei principi elementari di educazione e sensibilità. E’ facile farsi un giro per i luoghi e rendersi conto del degrado guardando i canali che portano alle vasche ostruiti da discariche e materiali di ogni tipo. Non mancano grossi sacchi di rifiuti abbandonati proprio sulle mura dei canali. Sacchi non raccolti e classificati come non regolamentari da chi è addetto al ritiro dei rifiuti. Resta però la domanda di fondo: che fine faranno quei rifiuti? Finiranno per ostruire i canali, sembra ovvio. Se irresponsabili sono i cittadini a usare quel sistema per liberarsi dei loro rifiuti, altrettanto sembra possa essere definita un’autorità che si comporta in questa maniera: alla irresponsabilità non si risponde con la provocazione ed il sottinteso invito al lassismo. Quei sacchi, collocati sul muretto del canale finiranno inevitabilmente nel canale stesso e là staranno a marcire per sempre aggiungendo al danno dell’ambiente, la beffa e l’invito alla trasgressione.

Questo vuole essere soltanto un esempio della sciatteria, insipienza ed insenbilità che regnano nella gestione del bene comune. E che dire poi delle varie segnalazioni fatte da parte di qualcuno in sede di conferenza del rischio di frana in diversi valloni che necessitano di essere monitorati sia di inverno che d’estate? E’ lecito e legittimo chiedersi a questo punto quando questo palleggiamento di responsabilità finirà. E’ diventato un serpente che si mangia la coda. E’ stato detto che ormai il problema dell’ambiente nel nostro paese non è più un problema politico ma anche un problema sociale. Se così fosse bisogna allora dire che non basteranno tragedie e catastrofi a far smettere questo circolo vizioso che, come quello della droga, sembra destinato a crescere e a non dominuire mai. Il che vuol dire, purtroppo: prepariamoci ad affrontare altre catastrofi del genere, a piangere altri morti e a celebrare altrettante cerimonie del ricordo come questa che abbiamo celebrato in questo 12° anniversario.

Nella seconda giornata organizzata sempre dall’Associazione Culturale «EPISCOPIO 2000» (Onlus) dedicata alla ricorrenza del 12° anniversario delle Frane del 5 maggio 1998, è stato presentato il libro «Alle Falde del Monte Saro», una breve biografia antologica dei lavori di un noto personaggio locale conosciuto come «Masta Gino»: Gino De Filippo. Un uomo che è nato, ha vissuto e ha lavorato sempre ad Episcopio. E’ stato un manovale, un muratore, un imbianchino ma anche un poeta, uno scrittore, un pittore, un progettista che non ha mai tradito le sue origini e la sua ambizione a voler migliorare se stesso per il bene della comunità. Il libro scritto da Antonio Gallo, intende valorizzare le grandi qualità umane e culturali, spesso misconosciute e tradite, che si celano in questo ambiente. Un territorio che vive in una costante incertezza, tra antiche glorie del passato, momenti drammatici del presente e l’incertezza del futuro.

Alla presentazione del libro hanno preso parte il Prof. Francesco D’Avino, già Preside del Liceo di Sarno, il Prof. Salvatore D’Angelo, noto cultore di storia locale e il Prof Alberto Mirabella, apprezzato critico e scrittore di origini sarnesi. I tre illustri relatori hanno messo in luce, dal loro diverso punto di vista, la personalità poetica, umana e morale di Masta Gino.

All’inizio della cerimonia il Sindaco Amilcare Mancusi ha elogiato l’iniziativa di cui si è fatta promotrice l’Associazione EPISCOPIO 2000 per onorare un nostro concittadino ancora in vita e nel pieno fervore della sua attività creativa. E’ bene che la nostra comunità prenda iniziative del genere per onorare chi in questa stessa comunità vive e lavora in silenzio e con grande sofferenza affronta la quotidianità dell’indifferenza se non addirittura della irriconoscenza. Per questa ragione ha confermato la sua adesione personale come cittadino e quella dell’Amministrazione alla pubblicazione del libro.

Francesco D’Avino, da arguto ed appassionato osservatore della realtà culturale del nostro territorio, ha posto in evidenza le qualità umane e letterarie del De Filippo che, a suo parere, si sono caratterizzate quasi sempre in maniera spesso irrazionale nella forte tensione emotiva e culturale di amore e di odio per la propria terra. In quasi tutta l’intera produzione del De Filippo si materializza questo conflitto. Solo attraverso la scrittura in versi e in prosa, in lingua o in vernacolo, l’uomo riesce a comunicare prima con se stesso e poi con la realtà che lo circonda. Nei suoi versi si avverte forte la coloritura visiva delle sue immagini e questo lascia intendere che l’uomo che scrive non è solo poeta e scrittore ma anche pittore. Un poeta che nonostante la sua estrazione sociale e culturale riesce a scrivere di poesia rispettando rigorosamente il rito della forma poetica esaltando i contenuti come soltanto chi ha la poesia dentro per natura sa fare. Attraverso le sue varie e diversificate letture l’autodidatta cerca di superare la sua condizione di subalternanza sociale alla quale si sente condannato e con quale i suoi concittadini si sono abituati ad accettarlo. Ma Masta Gino non merita una valutazione di questo tipo ed è merito dell’autore del libro avere cercato di dare una giusta collocazione alla luce di una lunga amicizia alla sua opera ed al suo messaggio.

Salvatore D’Angelo nel suo intervento ha sottolineato che “il libro di Gino” è “una selezione di testi senz’altro singolare perché è volutamente eseguita a modo di una semplice e costante registrazione dei vari eventi culturali dell’intera vita del personaggio trattato, nascondendo un po’ la mano del critico per rispetto dell’opera onmia e per lasciare ad altri le grane di un’opportuna valutazione critica”. Egli ha voluto anche sottolineare il lungo e proficuo legame avuto con Gino sia per la poesia che per la pittura sin dagli inizi degli anni ’50. Quel clima di isolamento paesano in cui sono stati costretti a vivere non li ha mai condizionati. Un periodo che a suo parere può essere considerato una proficua primavera letteraria, una valida produzione poetica che non ha alcun riscontro nella storia sarnese. La poesia di Gino, a suo parere, resta molto valida ed è un vanto per la nostra città. Si sarebbe potuto continuare su quella strada ma per tante circostanze economiche sopraggiunte e condizionamenti ambientali il grado dell’essere di Gino ha mutato direzione e come lui stesso scrisse “il sole di agosto” fu “già autunno”; ed altrove aggiunse: “odio l’estate e amo l’inverno/ e resto fra zolle inaridite/ a coltivare stelle mai apparse.

Alberto Mirabella ha messo in evidenza il rapporto di lunga amicizia che lega l’autore del libro con Gino. Egli dice di essere rimasto profondamente colpito nella lettura dei testi antologici del De Filippo per il suo cammino costellato sin dall’infanzia da sofferenze e mortificazioni tanto da avvertire un senso di commozione a versi come questi: “Che ne sapite vuie che se passa/quanne se nasce già cu l’uocchie busse/e pe na vita, manghe spisso,/te fanno mbozà a’ capa pur’ i fesse?”. Mirabella arrischia addirittura ad accostare la vicenda umana di Gino con quella di Giacomo Leopardi perchè, a suo parere, hanno dei punti in comune. Anche sul poeta di Recanati vennero espressi giudizi riduttivi allorchè fece derivare il suo pessimismo dalle sue problematiche fisiche. Alla stessa maniera Masta Gino, per le sue letture e per la sua passione per la scrittura, viene ritenuto un «fissato». Ma la poesia di De Filippo non è sempre una poesia triste in quanto egli, per mezzo di un vernacolo efficace ed espressivo, riesce spesso a far trasparire il pathos del suo sferzante giudizio su uomini e cose della società e dell’ambiente a cui appartiene. I suoi toni comunicativi sia in versi che nei suoi quadri sono sempre delicati, sfumati, espressi con colori tenui ed anche sfuggenti.

Un libro da non perdere questo di Gino De Filippo. Una piccola biografia antologica di un poeta, uno scrittore, un pittore. Possiamo dirlo senza riserve: un «artista» vero e completo che all’età di oltre ottanta anni continua a lanciare i suoi messaggi di vita in nome della libera creatività. Il libro è solo una selezione dei suoi tanti testi che egli continua instancabilmente a produrre e che aspettano di essere letti dalle future generazioni di sarnesi. Un augurio che gli rinnoviamo volentieri da queste colonne nonostante la sua naturale ritrosia a rivelarsi, la sua costante amarezza, spesso forte ed incompresa. Lui sempre pronto, come il Don Chisciotte della copertina del suo libro, a lottare contro i mulini a vento della sua vita e della vita di questo nostro mondo turbolento. Non è un caso che nella serata in cui abbiamo festeggiato la pubblicazione di questo libro egli si sia scontrato con il cronista di una TV locale che aveva tentato di intervistarlo. Anche in questa occasione Gino non ha voluto smentire il suo carattere anticonformista e ribelle scagliando la sua lancia contro le ipocrisie dei media e del mondo moderno. Ma devo dire che, ancora una volta, ne ha pagato le conseguenze: il cronista non ha mandato in onda il servizio che aveva realizzato sulla serata, ignorando anche l’intervista che aveva fatto all’autore del suo stesso libro! Più Don Chisciotte di così! …

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