
La visita di El Toboso in un piovigginoso e quasi freddo pomeriggio, così in contrasto con le assolate giornate estive della Mancha marcate da un caldo soffocante che avvolge ogni cosa e dove ci hanno detto che non piove mai, mi ha riportato alla mente il celebre capolavoro di Miguel de Cervantes Saavedra: “El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha” con il quale l’autore ha voluto evidenziare alcuni aspetti della cultura del suo tempo e della stessa vita dell’uomo:
- gli intellettuali dell’epoca non sono preparati a fronteggiare i nuovi tempi caratterizzati dal materialismo, dal tramonto degli ideali e dal sorgere della crisi che dominerà il periodo successivo al siglo de oro;
- Il “folle” cavaliere mette a nudo il problema esistenziale per eccellenza, cioè la delusione che l’uomo subisce quando affronta la realtà che troppo spesso annulla la sua immaginazione, la sua fantasia, i suoi sogni;
- qualsiasi oggetto può essere osservato in modo diverso: ad esempio i mulini a vento diventano dei giganti; il gregge di pecore appare come un vasto esercito, i due frati sono scambiati per degli incantatori. Ciò fa perdere l’esatta concezione della realtà. Nel Don Quijote la dimensione tragica scaturisce dalla mancata corrispondenza fra gli oggetti e le parole. La pazzia è il modo di osservare il mondo con occhi diversi, non offuscati dalle idee e dai condizionamenti della società.

Cervantes vuole anche mettere in ridicolo la letteratura cavalleresca per i suoi fini personali. Egli fu combattente nella battaglia di Lepanto e fu un eroe reale, impegnato nelle battaglie reali in difesa della Cristianità, ma trascorse gli ultimi anni della sua vita in povertà, senza alcun premio che certamente gli sarebbe spettato per il suo valore, ma ahimè dimenticato da tutti. Egli si oppone decisamente al modo con cui vengono percepite e vissute dalla gente comune le gesta degli eroi immaginari della letteratura cavalleresca, eroi inesistenti ma esaltati.
In altre parole, Cervantes desidera riequilibrare le opinioni della gente sul valore reale dei soldati della cristianità a discapito degli eroi immaginari dei libri cavallereschi. Nel suo romanzo regna la confusione, l’incertezza, il disinganno, una scissione tra coscienza e vita che perdura purtroppo anche oggi e rende quindi il Don Quijote così terribilmente attuale.
Nel corso di un recente viaggio nel sud dell’Italia, in Campania, ho incontrato un caro amico che ha pubblicato di recente il libro “Alle Falde del Monte Saro”, una breve biografia antologica dei lavori di un noto personaggio locale conosciuto come «Masta Gino»: Gino De Filippo.
Il libro del mio amico Antonio Gallo intende valorizzare un uomo che è nato, ha vissuto e ha lavorato sempre ad Episcopio (Prov. Salerno). E’ stato un manovale, un muratore, un imbianchino ma anche un poeta, uno scrittore, un pittore, un progettista che non ha mai tradito le sue origini e la sua ambizione a voler migliorare se stesso per il bene della comunità. Mi ha particolarmente colpito il quadro di Gino De Filippo, riprodotto sulla copertina del libro, che rappresenta Don Quijote in sella al suo Ronzinante.
Sono stato attratto dalla linearità del disegno, dalla semplicità dei tratti e dall’eleganza delle forme. Se lo osserverete attentamente anche voi non mancherete di apprezzarlo. La mia convinzione è che siamo un po’ tutti dei Don Quijote in lotta contro i mulini a vento della nostra vita e della vita di questo nostro mondo così turbolento.

galloway








