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Il ginnasio di Alvano

L’unico ricordo positivo che aveva degli anni del ginnasio, nelle sue perdute memorie di scuola, era lo studio della lingua francese. Ogni volta che c’era l’ora di francese Alvano era felice. Lei entrava in classe col suo passo cavallino, sui tacchi a spillo, alta, formosa, sempre ricercata nel vestire. Alvano la seguiva con lo sguardo, era come se la conoscesse da sempre. Si fermava a mezza strada tra la porta e la cattedra. Si guardava intorno per un attimo, poggiando a terra la punta dell’ombrello. Dopo di aver fatto cenno agli alunni di sedere, saliva sulla pedana.

A quei tempi la cattedra era sistemata su di una pedana, il che permetteva di controllare meglio la classe. Dava un’occhiata alla classe, fermandosi sempre con lo sguardo alle due finestre. Era come se salisse su di un trono. Poggiava la borsa alla sua destra. Si sedeva con meditata lentezza, avendo cura di aggiustare la stretta gonna che le avvolgeva i fianchi, facendola risalire quanto bastava a far venire fuori un paio di ginocchia tonde e tornite. Carelli, seduto accanto ad Alvano, cominciava a muoversi nervosamente sul banco diventato improvvisamente scomodo per il suo prorompente sedere. Faceva cadere la penna per poi raccoglierla e sbirciare sotto la cattedra sulla quale lei sedeva. Scendeva lentamente sulla poltrona. Alvano e i suoi amici tiravano su un sospiro liberatorio che non si sapeva se fosse di tensione o di piacere. Apriva il registro sfogliando le pagine con le sue dita affusolate, le unghie verniciate di rosso fuoco, con le mani spostava il foulard che le fasciava il collo. Alvano poteva quasi contare le lentiggini che ricoprivano il suo volto rosa, tutte intorno alle sue labbra carnose, ricoperte di rossetto con una tenue tonalità. Era passato solo qualche minuto dal suo ingresso e già nell’aula si poteva avvertire la delicata presenza di un profumo che faceva sognare tutti, tranne le ragazze. Queste mal tolleravano la presenza di una donna che esercitava sui loro compagni maschi una forte attrazione e li sottraeva alla loro influenza.

Cominciava la lezione, dopo l’appello. Antologia. Brani di letteratura. Poesie romantiche. Alvano veniva chiamato a leggere ad alta voce. Sapeva leggere, almeno così diceva lei. Era al settimo cielo. Le parole uscivano dalla sua bocca dolci e facili, i suoni fugaci e sinuosi, l’intonazione naturale. Alvano non credeva alle sue orecchie. Comparivano sulla scena personaggi come Pascal, Rousseau, de Vigny, Chateaubriand. Lei si alzava dalla sedia, scendeva dalla pedana. Camminava tra i banchi. Interrompeva Alvano. Lo invitava a riprendere la lettura. Si alternavano. Faceva roteare a mezz’aria l’ombrello. Nell’altra mano il libro. Passava tra i banchi seguita dalla scia di quel profumo e faceva calare sulla classe un’atmosfera magica fatta di suoni, di colori, di sensazioni. La ‘douce France’ penetrava in quelle mura sorde e grigie di un ginnasio della provincia del sud e conquistava il cuore degli alunni. Alvano era stato protagonista per una volta. I suoi compagni lo invidiavano. Lui, proprio lui, che era considerato scarso in tutte le discipline, che non sapeva operare collegamenti, che non riusciva ricordare ciò che studiava, che non sapeva imparare a memoria, che non sapeva ripetere quello che non capiva. Lui che era ritenuto distratto, indolente, dispersivo, assente, quasi ottuso.

Le ragazze erano gelose di quel mollaccione che non riusciva ad arrampicarsi sulla pertica per nemmeno tre metri dal suolo durante l’ora di educazione fisica. Una volta Alvano si beccò un rapporto per aver detto a voce non troppo sommessa che lui, il prof, non aveva mai fatto vedere come la saliva, la pertica. Lui, che era sempre in giacca e cravatta. Il preside lo redarguì aspramente chiamandolo maleducato, risparmiandogli il sette in condotta. Il volto di Giuliana si accendeva di scherno quando stava a guardarlo poco distante mentre faceva gli esercizi. Ora, invece, alla sua lettura del francese, gli occhi erano impassibili, come assenti, di ghiaccio. Si capiva che moriva di invidia. Alvano aveva deciso. Avrebbe studiato il francese, anzi, tutte le lingue del mondo, pur di andare via da quel posto. Soltanto così sarebbe fuggito da quel paese gretto e meschino, popolato di persone che riteneva insignificanti ed ignoranti, che portavano in giro soltanto la loro ipocrisia di provincia. Voleva viaggiare, lavorare in un grande albergo, inserirsi nel flussi del turismo.

Abbandonò quella scuola. Si iscrisse alla facoltà di lingue. Voleva studiare il giapponese, il cinese, l’arabo. L’inglese, il francese, il tedesco divennero i suoi obiettivi primari ed immediati. Ma si rese conto ben presto che le cose non erano poi così facili come aveva immaginato. Se voleva imparare davvero doveva andare via. Pechino, Tokio, Il Cairo erano troppo lontani. Andare in Inghilterra, a Londra, era possibile. Divenne la sua idea fissa. Ma non sapeva nulla di inglese. La ‘douce France’ era solo un ricordo. Comprò un corso su dischi a rate e cominciò a studiare da solo… (continua)

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